L'imperatore Marco Aurelio credo verrà sempre associato alla dottrina filosofica dello Stoicismo in quanto di essa il più celebre divulgatore probabilmente.
L'altro merito che ha però, ancora più di rilievo, è quello di aver, in questa sua opera, calato i precetti morali di cui egli era testimone assolutamente autentico, nella vita di tutti i giorni, sia nell'esercizio delle sue funzioni politiche, sia nel rapporto con le persone a lui più vicine.
E proprio questa sua praticità fa si che a quasi duemila anni di distanza, le sue indicazioni, che io qui mi permetto di riassumere con "accetta il piacere con misura e sopporta il dolore con dignità" siano ancora estremamente attuali, nei rapporti di lavoro, con gli amici così come con gli estranei. E tra tali raccomandazioni, nell'accezione più premurosa del termine, c'è comunque ancora spazio per altri paragrafi più contemplativi, una prosa capace però di sollevare l'animo come la poesia elevata sa fare. Una via di fuga per sollevare ancora una volta il capo verso l'alto, quando le inevitabili difficoltà della vita pare vogliano tirarci giù.
Unica nota negativa, per cui non mi sento di dargi il voto massimo, è la innegabile ripetitività di certi concetti, pure estremamente importanti e che forse meritano tutta l'attenzione che lui cerca, e magari anche di più nel nostro mondo contemporaneo dominato dall'individualismo, ma che inevitabilmente me l'hanno reso a tratti noioso.