Secondo volume della trilogia sulla Grande Guerra, che in Niente di nuovo sul fronte occidentale aveva ritratto l'orrore della inutile carneficina, La via del ritorno narra la fine della guerra dalla prospettiva dei reduci e dei sopravvissuti, ma anche dei vinti, un drappello di soldati tedeschi mandati a marcire nelle trincee in Francia con l'assurda baldanza di chi combatte in nome di un'idea di patria distorta, fondata sull'idea di un diritto innato al dominio. Soldati bambini, strappati ai banchi di scuola o arruolati sull'onda di un furore di azione come solo i giovanissimi sanno provare, promessa di un futuro luminoso. Sogni annegati nel fango delle trincee o soffocati dal bisogno primitivo di mangiare, dormire, sopravvivere.
E ora che tutto è finito, ora che si può tornare a casa, scoprire che il ritorno è semplicemente impossibile: trattati da collaborazionisti o accolti con indifferenza da chi la guerra l'ha fatta nelle retrovie, riempiendosi le tasche con il mercato nero, o da chi la guerra la vuole semplicemente dimenticare, incapaci loro stessi di raccontare, smarriti e assediati dall'incubo degli orrori vissuti, il drappello di reduci si stringe nel tentativo di riprodurre il cameratismo che li aveva tenuti in vita in trincea.
Qualcuno si arrende, qualcuno si adegua al cinismo dei nuovi vincenti; qualcuno guarda in faccia la propria condizione, quella di una generazione perduta: essere vivi, rimanere vivi, trasmettere l'esperienza è ciò che rimane, e ciò che conta.
Letto nella storica edizione Mondadori del '66, nella tradizione datata ma ancora piena di fascino di Ervinio Pocar, che proietta le vicende di questi giovani fuori dal tempo e ne fa le vittime emblematiche di ogni folle totalitarismo.