In attesa di leggere questo davvero interessante (nelle premesse) volume, metto sotto la recensione di D.Turcato apparsa su A-Rivista.
Volgere Altrove


Il 18 maggio 1901 Errico Malatesta scrisse una lettera, intercettata dalla polizia, in cui accennava a trattative con una «Signora» disposta a finanziare progetti sovversivi in Italia. La signora era l'ex-regina di Napoli Maria Sofia di Baviera e la lettera ha dato la stura a innumerevoli illazioni, a cui in buona parte è rimasta a tutt'oggi impenetrabile. Il libro di Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello, Architettura di una chimera: Rivoluzione e complotti in una lettera dell'anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d'archivio (Universitas Studiorum, Mantova, 2014, pp. 184, € 16,00), poggia su un'idea felice: a partire da questo singolo documento, seguire tutti i fili che da esso si dipartono per ricostruire, attraverso una paziente e minuziosissima ricerca, l'universo di persone, contatti e progetti che ruotano attorno ad esso.
Ne esce l'affascinante affresco di una rete transnazionale e transpartitica che si dipana attorno all'oceano Atlantico, da Londra a Parigi, Napoli, San Paolo, New York, L'Avana, coinvolgendo anarchici, socialisti eterodossi, nostalgici borbonici, ex-rivoluzionari ora al servizio degli americani, i quali nell'arco di decenni si muovono da un continente all'altro, si incontrano, si separano, si scrivono, si ritrovano, si scambiano informazioni, condividono amicizie, fanno progetti, in un reticolo di contatti tanto mutevole e inafferrabile quanto fitto e persistente. Altrettanta attenzione è dedicata all'«altra rete», quella di ministri, poliziotti, questori, ambasciatori, spie, indaffarati a seguire i primi nelle loro peregrinazioni, a carpire le loro intenzioni, a impedire le loro iniziative.
È questo il tipo di ricerca di cui ha bisogno la storia dell'anarchismo per andare oltre le apparenze. Come diceva E. P. Thompson riguardo al Luddismo, l'anarchismo è un movimento «opaco»: su di esso scarseggiano le fonti, perché così volevano i suoi protagonisti. Mettendo in luce la continuità nel tempo e nello spazio di quel fiume carsico che è l'azione anarchica, questo tipo di ricerca contribuisce a dissipare il luogo comune di un anarchismo millenarista e irrazionale – fatto di rivolte effimere e sempre in balia degli eventi – così congeniale agli storici che trovano comodo fermarsi alle apparenze per trovare una facile conferma ai loro pregiudizi.
Il quadro transnazionale che emerge è tanto più efficace quanto più gli autori lo dipingono senza enfatizzarlo, come se esso si dipanasse dalla loro ricerca quasi involontariamente, senza che essi lo cercassero e ne facessero il loro obiettivo.
Ciò che interessa agli autori è piuttosto fare luce «su un appassionante intrigo d'inizio '900», identificarne i personaggi chiave e chiarire l'intreccio di eventi. Gli eventi in questione sono l'attentato di Gaetano Bresci a Umberto I, con l'annessa vexata quaestio del coinvolgimento di Malatesta, e soprattutto il progetto di evasione di Bresci, che gli autori sostengono, documenti alla mano, essere stato al centro delle trattative fra Maria Sofia e Malatesta, e che nelle intenzioni di quest'ultimo doveva essere la scintilla che avrebbe potuto dare inizio a una rivolta anti-monarchica. L'esistenza di questo progetto, frettolosamente liquidato da gran parte della critica come pettegolezzo storico, spiegherebbe anche il «suicidio» di Bresci, la più radicale misura che il governo potesse escogitare per prevenire quel progetto.
Tuccinardi e Mazzariello svolgono un egregio lavoro «investigativo», dando un nome ai vari protagonisti, scoprendone di insospettati, soppesando tutte le ipotesi e talvolta rivalutandone di screditate, non lasciando alcun sentiero inesplorato, argomentando con scrupolo e cautela in sostegno delle tesi avanzate. Essi gettano così nuova luce su una pagina della vita di Malatesta rimasta finora in ombra.
Consci del valore del loro lavoro, gli autori auspicano che esso possa indurre «ad una rilettura e forse persino ad una revisione storiografica di primaria importanza» e in tale ottica inquadrano l'azione di Malatesta nel 1901 all'interno di una più ampia svolta tattica inaugurata dall'opuscolo Contro la Monarchia, del 1899.
Tuttavia, la parte interpretativa – la quale, va detto, rimane comunque soltanto abbozzata – è quella più debole del libro. Contro la Monarchia fu sicuramente una svolta fondamentale, ma non nel senso che gli autori suggeriscono. Nel fare riferimento a quell'opuscolo essi inseriscono l'intesa fra partiti rivoluzionari in esso propugnata e i contatti con l'ex-regina all'interno di una stessa svolta, consistente nell'apertura a forze esterne all'anarchismo. In realtà questi due tipi di alleanze appartengono a filoni, fra di loro indipendenti, che si ritrovano in Malatesta in tutte le epoche. Basti pensare, rispettivamente, al fronte unico e al tentato accordo con D'Annunzio, durante il biennio rosso. In estrema sintesi, lo schema interpretativo proposto è questo: fino al 1898 Malatesta inseguì una chimera, la rivoluzione puramente anarchica; preso atto della realtà, si adattò pragmaticamente ad architettare complotti con chiunque fosse disponibile. Ritorna insomma lo stereotipo impossibilista della dicotomia fra utopia e realtà. Tuttavia, Contro la Monarchia non fu una svolta rispetto a un presunto esclusivismo anarchico, che mai appartenne a Malatesta, ma rispetto all'esperimento di «lavoro lungo e paziente» chiuso brutalmente dalle cannonate del 1898; e la svolta consistette nella nuova coscienza che l'insurrezione precede, non segue, il progresso graduale.
Più in generale, credo sia vano aspettarsi di fare scoperte sensazionali sulle idee che guidavano l'azione degli anarchici. Tutt'al più si sfondano porte aperte. Tanto opaca era la loro azione quanto trasparenti le loro idee, che la coerenza tra mezzi e fini preservava da qualsiasi machiavellismo. Per capire quelle idee non c'è da scavare negli archivi, ma da leggere i loro scritti. Da essi si capirà bene quanto, all'interno della coerenza tra mezzi e fini di Malatesta, ci fosse tanto posto per accordi perfino con ex-regine, quanto poco ce ne fosse per farsi anche solo nominare candidato-protesta.
Concludo notando alcune bizzarrie del libro. Una è che il disegno in copertina, rielaborazione di una foto, viene presentato come «probabile autoritratto». Un'altra è che al lettore vengono inflitti lunghissimi estratti, fino a cinque pagine, in lingue straniere. Le traduzioni sono relegate in appendice, ma sarebbe stato meglio fare il contrario, magari condensando. Ottimo invece l'apparato iconografico, ulteriore segno di esemplare accuratezza e completezza.
Il libro non costituisce l'ultima parola sugli eventi. Le tesi svolte, per quanto ben documentate, rimangono in parte congetture. Tuttavia, il libro alza di molto l'asticella. Gli storici che vorranno dire qualcosa di nuovo sul tema dovranno lavorare sodo, e ciò è quanto di meglio ci si possa augurare: anche questo è un modo per riconoscere all'anarchismo la dignità culturale che gli spetta.

Davide Turcato