TRAMA
Ike, immigrato nigeriano che vive a New York, è convinto di aver toccato il fondo. Malgrado una carriera scolastica impeccabile, coronata dalla laurea in economia in un prestigioso college statunitense, vede sempre frustrate le sue ambizioni lavorative per via del marcato accento. Costretto a sbarcare il lunario facendo il tassista, finisce per sposarsi in fretta e furia con la speranza di assicurarsi la sospirata green card, senza considerare gli strascichi che avrà su di lui il divorzio, altrettanto repentino, dalla disinibita Queen Bee. E tutto questo mentre la madre, rimasta vedova in Nigeria, continua a chiedere a gran voce il suo aiuto. Intrappolato in una parabola discendente, devastato dagli effetti dell’alcol e del gioco d’azzardo, un giorno Ike riceve da un amico un articolo di giornale in cui scopre l’esistenza di una particolare galleria d’arte in città, la Foreign Gods Inc., specializzata nel commercio di divinità esotiche. L’emarginazione, la solitudine e i tanti errori commessi in passato lo spingono a ricorrere a misure drastiche per dare finalmente una svolta alla sua vita. Decide così di trafugare e rivendere la statua dell’antico dio guerriero del suo villaggio natio. Il ritorno in Nigeria, però, non sarà rapido e indolore come credeva e Ike si ritroverà faccia a faccia con se stesso e la sua storia. In questo vivace romanzo, avvolto da un’aura a tratti mistica, Okey Ndibe delinea con sottile ironia le dinamiche del villaggio globale in cui viviamo, mostrando come l’avidità ha il potere di consumare ogni cosa, compreso il sacro, e svelando i sogni, le delusioni e le frustrazioni di chi continua ad inseguire il miraggio dell’America come terra di opportunità.


COMMENTO
Innanzitutto, prima di addentrarmi anche solo minimamente nei meandri di questo romanzo, vorrei spendere qualche parola su questa pubblicazione in generale. In un Paese dove i colossi acquistano altri colossi per essere ancora più grandi e fagocitarsi così una fetta immensa del mercato editoriale, non deve essere facile essere una piccola casa editrice nata da pochi anni, come lo è Clichy. E in un Paese dove i lettori sono pochi, i gusti stereotipati, gli acquisti rivolti solo ai soliti noti nomi triti e ritriti, o al massimo all'operazione commerciale del momento (leggasi i vari Anna Karenina ristampati con le stesse copertine di After o i libri distillati o qualsivoglia becero trucchetto), è necessario un grandissimo coraggio per mettersi a tradurre e pubblicare autori americani contemporanei che qui sono praticamente degli esimi sconosciuti. Un grandissimo coraggio, ma forse anche un briciolo di coscienza, perché la letteratura non dovrebbe essere solo guadagni e mercato e cose del genere, ma anche qualcosa di più. E dunque complimenti a Clichy, e alla sua collana Black Coffee, con la quale si propone di portare in Italia le voci più fresche e promettenti d'oltreoceano. Che forse non saranno davvero fresche, forse deluderanno qualche promessa, ma quantomeno meritano di essere ascoltate prima di essere giudicate.
Venendo finalmente al romanzo in questione, "Il prezzo di Dio", devo dire di essere rimasta un po' delusa ed un po' sorpresa. O forse solo spiazzata, perché come spesso mi accade ultimamente mi sono approcciata alla lettura aspettandomi cose che in realtà non ho trovato. Avevo letto una recensione in cui si diceva che "Il prezzo di Dio" fosse un romanzo sul senso della spiritualità nel mondo moderno, e leggendo la trama - un uomo di origine nigeriana che torna al suo paese d'origine per rubare la divinità del suo villaggio e venderla alla Foreign Gods, Inc. - mi sarei aspettata un viaggio fisico e spirituale, all'interno sel senso di religiosità e spiritualità di un uomo in bilico fra due mondi. Ma "Il prezzo di Dio" non è quesfo. O meglio, non è solo questo, e di certo questo aspetto non riveste un ruolo centrale nel romanzo.
Ike è un personaggio insopportabile, che sembra incapace di fare qualsiasi cosa per aiutarsi, se non compiere scelte sbagliate, scelte deliberatamente sbagliate e autodistruttive, che lui sa si riveleranno autodistruttive. Non è nemmeno uno di quei personaggi che la finzione letteraria rende apprezzabili nonostante l'insopportabilità, è un personaggio che respinge la simpatia, rende difficile provare empatia o pietà (se non, forse, durante le ultime 50 pagine). Eppure, stranamente, non lo si disprezza, lo si accompagna volentieri nel suo viaggio, e una volta chiuso il libro se ne sente quasi la mancanza. La scrittura di Ndibe è magnetica, un flusso asciutto e perfettamente equilibrato che trascina il lettore senza mai risultare pesante né di semplice intrattenimento. Anche solo per questa prosa varrebbe la pena immergersi in queste 400 pagine che scivolano via come fossero la metà (eh, certo non nel tempo di un film, chissà che qualche esperto di marketing non abbia la bella idea di mutilare anche lui...).
Devo dire che ho avvertito una netta cesura fra la prima e la seconda parte del romanzo, fra New York e Utonki, quasi non si trattasse più dello stesso romanzo: la prima parte è un disperato tentativo di sopravvivere in una società che si chiude a riccio davanti ad un accento diverso, una società che non guarda ai meriti e alle capacità ma solo alle apparenze; è un annaspare fra insoddisfazioni e dolore e la terribile sensazone di vivere sempre fuori dai margini, di essere invisibili, ininfluenti, privi della benché minima importanza. La seconda, invece, è un eterno confronto fradue realtà opposte e speculari, un gioco di rimandi dove Ike non è americano ma non è nemmeno nigeriano, perché vive con "l''uomo bianco", dove Queen Bee si sovrappone ed è opposta a Regina, dove la sua povertà non è neanche concepibile, Ngene si oppone ad un pastore ipocrita e truffatore, l'infanzia all'età adulta. E forse è giusto così, forse la vita di Ike è così, strappata a metà, totalmente in bilico, America e Nigeria, due patrie che non lo sanno accogliere. Devo dire che la seconda parte, a livello di narrazione, mi è piaciuta di più, pur avendomi trascinata meno; mi spiego: la prima parte l'ho letta tutta d'un fiato, pur non essendo del tutto convinta da una trama che avevo paura stesse andando in una direzione fin troppo abusata soprattutto nella letteratura americana: personaggio in difficoltà e insoddisfatto che invece di fare qualcosa di concreto per aiutarsi si crogiola nell'autocommiserazione, nell'alcool e nel gioco d'azzardo. La seconda parte, quella ambientata ad Utonki l'ho invece assaporata in maniera più lenta, senza quella smania di gustarmi un'altro capitolo, ma ho apprezzato decisamente di più la narrazione.
Il finale, poi, è qualcosa di potentissimo. Tutti gli elementi mistici e disturbanti che nel corso del romanzo vengono appena nominati prendono piede con una forza straordinaria, e trascinano Ike - e il lettore - in una spirale sempre più stretta e sempre più confusa di malessere e disagio, fino ad una conclusione che è il perfetto coronamento di tutti i contrasti e i conflitti del romanzo, nonché forse l'unica soluzione possibile ad una situazione che forse avrebbe richiesto un secondo romanzo per essere appianata.