Quello che mi ha fatto amare particolarmente questo terzo romanzo del 1849, rimasto incompiuto a causa dell'arresto dell'autore per motivi politici e della sua deportazione in Siberia, è stata la massiccia presenza dei ricordi d'infanzia della giovane protagonista. Per dirla con le parole del Nostro "non potevo rifiutarmi il piacere di riandare ancora una volta col ricordo alla mia infanzia".
Verso l'inizio infatti Netocka dice che non riesce a baciare la mamma, ed io ho subito pensato ad un episodio accadutomi quando non avevo ancora 8 anni... non volli baciare mia nonna in ospedale perché era attaccata a dei tubi che a me facevano impressione. Quante volte me ne sono pentita, visto che di lì a pochi mesi lei morì. Ma ero ancora una bambina e non potevo immaginarlo.
Il patrigno che suona il violino è interessante, io adoro questo strumento, però lui è un personaggio strano, non si comporta molto bene con la figlia e neppure con la moglie in realtà (mentre lei si sacrifica per lui).
Ho condiviso gran parte delle angosce di Netocka, soprattutto quelle notturne. E l'ho trovato anche molto moderno nel suo rapporto con l'amica -la figlia del principe che l'adotta quando resta orfana- non so se davvero l'autore volesse far intendere una probabile relazione omosessuale, ma comunque l'ha fatto in maniera molto delicata e per nulla imbarazzante nel descriverle mentre si baciano e si accarezzano nello stesso letto. Secondo me si tratta solo di un profondo affetto tra due ragazzine che si riconoscono l'una nell'altra e cercano di sostenersi a vicenda attraverso un rapporto fatto non solo di parole, ma anche di gesti d'amore.
Visto che ho letto già tutto del Dosto (ho ancora dei racconti meno noti, ma dovrò centellinarmeli) ora mi sto attaccando anche alle opere non portate a termine. Però mi sarebbe tanto piaciuto scoprire il finale...