TRAMA:
È inverno nell'Area X - l'area costiera che da trent'anni è preda di un misterioso fenomeno che ne altera le leggi e la natura - e mentre la Southern Reach è sempre lacerata dalle proprie contraddizioni e ambiguità, un'ultima disperata missione esplorativa è pronta ad attraversare il confine. Nel frattempo vengono alla luce gli autentici motivi che hanno creato l'Area X: ma le risposte saranno ancora più inquietanti delle domande che le hanno generate.



COMMENTO:
Dopo la felicissima sorpresa costituita da "Annientamento" e la cocente delusione di "Autorità", avevo un po' paura all'idea di prendere in mano l'ultima fatica di Jeff VanderMeer: avevo paura che l'oltreumano dell'Area X trovato nel primo volume fosse solamente una fortunata coincidenza, qualcosa di capitato un po' per caso e difficilmente ripetibile, temevo che questa storia iniziata così bene sarebbe finita in uno sfacelo totale. Be', fortunatamente non è stato così. Certo, "Accettazione" perde buona parte del suo inquietante smalto, ma si tratta comumque di un libro interessante, accattivante e decisamente più soddisfacente di "Autorità".
Non è più una lettura immersiva, il lettore non si trova più a seguire solamente i flussi di coscienza di un solo personaggio, ma questa volta i fili sparsi qua e là cominciano a tendersi e a serrare le maglie, rivelando finalmente il disegno di fondo. Si alternano capitoli dedicati a Controllo, a quel che resta della biologa, alla direttrice, e, soprattutto, a Saul Evans, un personaggio bellissimo e cruciale, di cui avrei voluto leggere molto di più.
Ma, soprattutto, è l'Area X a tornare attivamente al centro di tutto. Tornano quindi le sensazioni di inquietudine e spaesamento, torna il perturbamento , tornano i condizionamenti e l'incapacità di decidere cosa sia degno di fiducia e cosa no. Eppure, rileggendo quello che avevo scritto a caldo dopo il primo volume, mi rendo anche conto che manca qualcosa: l'Area X di "Annientamento" era un'ode alla piccolezza umana, era un distogliere l'attenzione da tutte le dinamiche meramente narrative di un testo erede dello sci-fi, per concentrarsi piuttosto sull'inadeguatezza dei sensi umani di comprendere qualcosa di così immenso come le infinite possibilità dell'universo. Ecco, tutto questo qui non c'è. In "Accettazione" torna solo l'uomo, torna la narrazione, torna la ricerca di un cerchio da chiudere, pur nell'irrazionalità e nei buchi neri che comunque restano, anche a libro concluso. L'Area X torna ad essere uno strano luogo adatto a far da teatro a dei personaggi che devono mettere in scena una narrazione, e certo è sacrosanto sia così, perché in un romanzo è questo che ci si aspetta, ma in questo modo la storia raccontata da VanderMeer torna ad essere solamente una bella storia, magari in grado di lanciae qualche spunto di riflessione, ma restando prima di tutto una storia. Restano delle atmosfere, ma si perde un po' il nocciolo che mi aveva tanto affascinata nel primo volume, ecco.
È forse un po' retorico e forzato, ma nell'ultimo periodo mi sto ritrovando spesso a seguire legami non proprio autentici riguardo alle mie letture: da poco ho letto "Panorama" di Pincio, che sotto moltissimi aspetti è quanto di più lontano possa esserci rispetto alla trilogia di VanderMeer, eppure mi sembra che alcune riflessioni fatte su "Panorama" possano essere richiamate anche qui: quanto è importante, oggi, lo sguardo? Lo sguardo altrui, quello che ci determina e ci dà dignità esistenziale, quello che in qualche modo ci plasma; ma al tempo stesso anche il nostro sguardo, che è quello che plasma la nostra realtà e ci permette di autodeterminarci. Esistiamo se siamo osservati, e osserviamo con strumenti spesso corrotti, imparziali, imperfetti e insufficienti, e dunque plagiamo l'intera nostra realtà sulla base di ciò che riusciamo o crediamo di vedere. Dunque un faro può illuminare, la luce può indicare una via, ma anche dare la vita, e la vita può essere qualcosa di umano, troppo umano, oppure qualcosa di oltreumano. Quel che vediamo può essere un faro e un faro può essere una torre, oppure può essere un tunnel, e la luce può arrivare dall'alto o salire dal basso, creare vita o forgiare parole.
E allora ci si deve interrogare di nuovo sulla fallibilità dei nostri mezzi, dei nostri inesorabilmente umani mezzi, e proprio l'aggettivo "umano" viene a giocare un ruolo fondamentale, affiancandosi ed integrandosi a tutte le implicazioni che un luogo come l'Area X possiede. VanderMeer scrive di mostri e mimetismo, di contaminazione e mutazioni genetiche, eppure parla dell'uomo, del limite dell'umano da un punto di vista che è tutt'altro che meramente fisico e biologico. Ci si domanda fin dove possa arrivare la coscienza, fino a quando i ricordi e l'unità psicologica possano essere sufficienti, e dove invece possa spingersi il libero arbitrio e l'autodeterminazione.
Poi, sì, restano alcuni buchi di trama, alcuni personaggi macchiettistici, restano descrizioni a volte un po' farraginose e domande senza risposta.
Ma è difficile restare indifferenti all'Area X, è difficile attraversare questi tre volumi senza lasciarsi contaminare almeno un po'.