TRAMA:
Martha e George sono una coppia di mezza età che ha invitato a casa un giovane collega di lui e sua moglie. Tra un bicchiere e l'altro, complici l'ora tarda e i fumi dell'alcool, i quattro si addentrano in una specie di "gioco della verità" che porta le due coppie a mettere a nudo tutto di sé, soprattutto i padroni di casa. Martha sostanzialmente accusa George di essere un fallito portato in alto professionalmente dal padre di lei, George accusa Martha di essere una bambina viziata buona a nulla, entrambi approfittano dell'ingenuità dei loro due giovani ospiti per prendersi gioco di loro e dei loro problemi di coppia, quasi "invidiati" nella loro leggerezza di fronte ai cocci di un matrimonio ormai in pezzi come quello di Martha e George.*


COMMENTO
"Chi ha paura di Virginia Woolf?" è un viaggio all'inferno. Un inferno fatto di odio che spurga da ferite vecchissime, un inferno di cattiveria e follia e perdita di ogni ritegno.
Quando si legge una sceneggiatura di un'opera teatrale l'esperienza è sempre, per forza di cose, parziale e incompleta, limitata e limitante, eppure questo è uno dei casi in cui ho sentito proprio poco la mancanza della controparte scenica. O forse dovrei dire che l'impianto dialettico è di per sé così catalizzante e forte da far passare in sedondo piano ogni altra mancanza, e mi chiedo quale forza devastante potrebbe avere una buona rappresentazione.
La trama è apparentemente semplice: una giovane coppia, al termine di una festa, viene invitata a trascorrere la fine della serata nella casa di una coppia più matura. L'alcool scorre a fiumi, le piccole, fisiologiche incrinature che animano la vita di ogni coppia si espandono fino a diventare vere e proprie voragini che inghiottiranno tutto il buon senso e tutta l'empatia possibile, lasciando posto solo ad un desiderio di distruzione che verrebbe da definire disumano, ma che in effetti è, probabilmente, del tutto umano.
Tutto si svolge in una notte, nel salotto di Martha e George, e quella che avrebbe dovuto essere una piacevole serata fra persone adulte e istruite si trasforma in una spirale ascendente di follia e dolore. Il dialogo ha da subito un ritmo serrato, un andamento che trae tutto il meglio possibile dalla sua espressione tipica, perché il teatro può essere solo azione o dialogo, e niente avrebbe potuto rendere così bene questo crescendo di ferocia e vendetta che, appunto, un incessante scambio di battute. Inizialmente si tratta solamente di frecciatine velate e accenni poco lusinghieri, scaramucce fra coniugi che si conoscono ormai fin troppo bene e approfittano nel pubblico costituito dalla coppia dei giovani Nick e Honey per gettare un po' di sale sulle proprie ferite. Ed è uno spettacolo desolante, ma comprensibile, quasi quotidiano: quante volte ci è capitato di essere spettatori involontari di scaramucce e litigi fra coppie che non conosciamo nemmeno poi così bene, venendo a conoscere piccole cose che non avremmo mai voluto sapere - non tanto perché si tratti di per sé di qualche cosa di innominabile, ma piuttosto perché ci sono debolezze ed intimità che dovrebbero restare custodite nell'intimità, e non è mai bello trovarsi a condividere fatti molto personali con persone che non ci sono davvero così vicine. Ad un certo punto però, senza quasi che il lettore se ne renda conto, il registro cambia, e ci si trova invischiati in qualcosa di molto più grosso, da cui è impossibile staccarsi: non si tratta più di pudore e imbarazzo davanti ad una moglie brilla che sbeffeggia i sogni di un marito, né di un marito frustrato che insulta le debolezze di una moglie, non più. Si tratta di disagi e turbe profondissime che improvvisamente cominciano a spurgare da ferite profonde e incurabili, e ogni battuta è un affondo, ogni frase una coltellata, ogni pagina un annegare nell'odio e nel rancore.
C'è un'ironia perversa che sostiene tutti e tre gli atti, esasperando fino in fondo i loro comportamenti e la loro voglia di distruggere e autodistruggersi. Non esistono rapporti, non c'è empatia - o meglio, c'è, ma funziona in maniera perversa: la conoscenza del partner è assoluta, le debolezze, le paranoie, le paure e le difficoltà sono perfettamente noti, ma invece di diventare punto d'incontro, diventano armi.
E le armi, in questa sceneggiatura, vengono usate per uccidere.
I personaggi, tutti, nessuno escluso, escono perdenti da questo dialogo che è più un duello: "Chi ha paura di Virginia Woolf" è il punto di rottura, il climax oltre al quale non si potrà più tornare indietro, non ci saranno più compromessi, non ci sarà più pietà. E di pietà non ce n'è nemmeno una briciola, né fra i personaggi, né per lo spettatore. Perché è facilissimo riconoscere i meccanismi che muovono i protagonisti, è facilissimo capire come l'intimità possa trasformarsi in un'arma, quando si antepone il rancore a ogni forma di rispetto. Forse non tutti saremo arrivati ad un punto di rottura così irreversibile, ma tutti, almeno una volta, in un momento di rabbia, abbiamo ferito chi ci è stato vicino utilizzando proprio la vicinanza come arma.
E alla fine di tutto resta l'amarezza della solitudine, restano personaggi incastrati in spazi minuscoli e blindati, chiusi in loro stessi, impossibilitati a sfiorare un altro essere umano. "Chi ha paura di Virginia Woolf?" è il dramma dell'irreversibile, della rottura di ogni illusione, e mostra la natrua più meschina e sola dell'essere umano.