Per commentare un libro così ci vorrebbe una metafora fulminante come quelle di cui è disseminato, piccoli scoppi di humor che esplodono frizzanti in ogni pagina.
Il libro ha tutto per essere accattivante, è una moderna trasposizione dei romanzi di formazione ottocenteschi piena di umorismo, disincanto, ironia; c’è il giovane Yuxiang alle prese con il primo amore, alle prese con i genitori caricature di se stessi, gli insegnanti incapaci e fanfaroni, che deve fare i conti con i suoi limiti e le sue aspirazioni, e con l’inevitabile spirito di competizione che ogni adolescente sperimenta per i suoi coetanei, da cui vuole distinguersi, ma anche farsi accettare. Il tutto però ingabbiato in un sistema sociale e scolastico rigidissimo, che premia non la creatività nè i tentativi di realizzarsi, ma la capacità di uniformarsi a quello che ci si aspetta dagli studenti. Una girandola continua di personaggi, che fanno di tutto per apparire quello che non sono, con fanfaronate di ogni risma.
Il libro è disseminato di citazioni colte dalla letteratura cinese e di riferimenti alla lingua classica; per un lettore come me, che poco conosce di entrambi, molta della profondità e dell’originalità narrativa viene perduta. Ma ciò non impedisce di comprendere quanto la cultura e la società cinese siano plasmati da questa lingua incredibile, fatta di segni e rimandi continui a radici lessicali, quanto lo stesso modo di pensare ne sia pervaso.
Han Han con stile dissacrante descrive la contraddizioni di una gioventù cinese nella sua personale lotta per una globalizzazione che viene vista come un miraggio di libertà, aspirazione frustrata dalla necessità di apparire qualcosa più che diventare qualcuno.
Il libro si mantiene a un gran livello di originalità e umorismo fino alle ultime pagine, in cui inspiegabilmente, almeno per me, si affloscia su tutti i livelli, narrativo, stilistico, di contenuto. Il finale, che in realtà non mette fine a niente, sarebbe la degna di fine di un polpettone adolescenziale a cui ci ha abituato tanta narrativa recente italiana, e veramente mi ha spiazzato.

Quindi volendo fare gli spacconi come l’ingenuo e dolce Yuxiang, potrei dire:
leggere questo libro è come lavarsi i denti con un dentrificio che è una gioia per freschezza e mentosità, ma che lascia la bocca allegata e amara.

Non me ne vogliate, non posso certo competere Han Han, vi conviene leggere le Tre porte, se volete delle metafore come si deve, ne vale la pena.