Emanuel Carnevali (Firenze, 4 dicembre 1897 - Bologna, 11 gennaio 1942), è stato un poeta e narratore italiano.

"Vedrai, te ne innamorerai... Cerca il libro, Il primo Dio, dell’Adelphi". Così per la prima volta, ho sentito parlare di Emanuel Carnevali, da Gabriel Cacho Millet..." (Paolo Pianigiani)

ADELPHI EDIZIONI
"RISVOLTO
Come Dino Campana, Emanuel Carnevali ha avuto il destino di un ‘poète maudit’: nato a Firenze nel 1897, partì da ragazzo per gli Stati Uniti, che dovevano diventare, per lui, il luogo simbolico della vita e della letteratura. Passò attraverso numerosi e umili mestieri («raccogliere cicche per strada non fu certo la cosa più spregevole a cui mi ridussi») finché lo incontriamo nella cerchia degli scrittori americani di punta in quegli anni. Ezra Pound, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon lo accolsero come uno dei loro, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio, e inclusero subito testi suoi nelle loro celebri antologie e riviste. Carnevali scriveva in inglese, la sua unica lingua era quella dell’esilio, e portava così nella poesia americana un soffio selvatico, di cui fu avvertita la novità. Il suo destino era tragico: nel 1922 fu colpito da encefalite e dovette tornare in Italia. Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, e lì ancora lo raggiungevano le lettere dei suoi amici americani.
In questo volume abbiamo voluto raccogliere le parti più significative della sua opera, finora inedita in italiano. Innanzitutto il romanzo Il primo dio, una prosa di febbrile intensità, carica di immagini, di sogni, di angosce, di camere mobiliate, l’autoritratto di un nomade, braccato dalla vita, che ci lascia sbalorditi per la modernità del suo accento. Poi una scelta dalle sue poesie: anche queste ‘eccentriche’, rispetto all’America e tanto più rispetto all’Italia, scritte in una lingua reinventata con felicità e uno strano candore, leggere e disperate. Infine alcune prose critiche, da cui apparirà l’ottica singolare di questo ‘poeta maledetto’, insofferente delle raffinatezze formali e compositive dei suoi amici americani, lui che si sentiva preso in un terribile risucchio verso la morte. Nel loro disordine e nella loro amarezza, i testi di Carnevali hanno un suono ‘giusto’ che percepiamo solo oggi, come quello di chi poteva essere uno dei grandi scrittori italiani di questo secolo e invece giunge filtrato da un’altra lingua, da un’altra storia, e pur sempre come un’emozionante scoperta."

Il Primo Dio è un romanzo autobiografico, in quale Emanuel Carnevali racconta passo per passo la sua vita:

“Questo povero essere, dalla testa grossa e dalle spalle strette, costò a sua madre molti guai e molti dolori.”
Mai una volta ho visto mia madre che non fosse ammalata. Era morfinomane: s’era assuefatta all’uso della droga terribile dopo aver laboriosamente partorito questo squallido campione, me.
Mio padre, che dovevo vedere soltanto all’età di undici anni, viveva separato da lei (questo era naturale e abbastanza comprensibile). Quando stavano insieme lui trovava qualsiasi pretesto per insultarla o picchiarla…Mio padre era ed è tutt’ora il più ignobile degli uomini...
Madre, vorrei darti ora tutto l’affetto che la tua miseria chiedeva, ma sono troppo ammalato e troppo preso dalla mia malattia...
Dovete sapere che avevo solo nove anni, quando morì."


L’autobiografia è molto onesta, molto tocante e commovente. Linguaggio di Carnevali è moderno e poetico.

Ecco alcune citazioni:

Essere uomo d’onore significa dire sempre tutto, anche le cose più strane, i fatti più comuni, anche le oscenità più impubblicabili. Perché le verità che ogni essere umano porta dentro di sé basterebbero, da sole, a far inorridire il Krafft-Ebing più feroce che si possa immaginare... come nel capitolo cancellato dei Demoni di Dostoevskij, in cui si attende con gran calma che una bimba s’impicchi nella stanza accanto. Ho cose peggiori da dire e certamente anche Dostoevskij ne aveva, ma ci sono parole come canarini che uno strozza tra le dita, e queste sono parole che non si possono dire mai.

I giorni in cui non ero preso dal lavoro, ero preso dalla fame. Trascinavo questo mio povero corpo da un ristorante all’altro, non come cliente, ma come servitore: lo portavo in miseria da un hotel all’altro. A volte erano le poesie che mi consumavano i pensieri, muovendosi come un esercito di formiche nel mio cervello oppure divorandomi come tanti vermi. Perché questa preoccupazione per le parole, pensavo, se non c’è nessuno che le ascolti?

America, grande casa di lavoro coatto per uomini forti, quasi riuscisti a schiacciarmi, ma io, ogni tanto, mi rimettevo in piedi e riprendevo a combattere. Non sono mai stato forte abbastanza per farti una vera ferita. Tutti quei lavori erano per me come una vecchia sedia mezza sfondata su cui sedevo per un po’ prima di andare avanti. Pareva che a spronarmi non ci fossero che fame e povertà e miseria, poiché io e la miseria ci accoppiavamo, come due cani agli angoli delle strade. Ma c’era qualche altra cosa. C’era sempre una piccola luce accesa, che mi guidava attraverso l’America, questo paese al buio. Sapevo di essere un poeta e covavo nel mio animo la voglia di scrivere. È chiaro che come me c’erano milioni d’uomini, milioni, e se questi milioni di persone avessero avuto una voce, sarebbe stata la voce di Dio, come la voce di quel povero italiano, che piangeva disperatamente per le strade di New York, ricordando le canzoni napoletane.

Sapevo che c’erano fiori nel mio intimo: violette nell’erba alta per i pensieri profondi; rose all’aria aperta per il sangue; fiori di ciliegio per la gioia; peonie al sole per l’amore ardente; margherite per la modestia; denti di leone per il coraggio; botton d’oro per tutto ciò che implica questo nome, per la felicità esaltante; crochi per i vecchi, difficili da raccogliere e una volta colti subito ridotti a niente, e nontiscordardimé che si dimenticano subito, tanto son piccoli e insignificanti.


In quel gran palcoscenico che era Coney Island non c’era niente di bello. La folla vi regnava sovrana e il lavoro era massacrante. A notte mi buttavo sul letto tutto bagnato di sudore, malato, stanco, stanco di essere stanco, un miserabile ragazzo sperduto nel sudiciume e nella miseria di un sudicio lavoro. Dormivo troppo poco e troppo male, eppure ogni mattina riuscivo a far un bagno in mare. Fu quello il mio gran matrimonio con la miseria, e il risultato di tale accoppiamento fu la fame. Fu una maledetta, disperata lotta, per tener in vita questo mio corpo, per il quale non valeva certo la pena di combatter tanto. Ero il capitano della nave della Miseria Americana. Per continuare con la parabola del mare: il mare offer un bicchierone d’amari al cielo e il cielo lo beve lentamente, poi lo restituisce trasformato in pioggia: le lacrime del cielo.


Ma soprattutto ero, e sono, invidioso, follemente geloso di tutti gli scrittori che abbiano pubblicato più di un libro. Ero geloso (pensate a che punto arrivavo!), geloso perfino di Shakespeare. Sentivo un frenetico bisogno di essere lodato e impazzivo per il desiderio di essere considerate un grande poeta. Il fatto che vi potessero essere poeti maggiori di me mi faceva soffrire. Eppure sapevo di esser futile, il trionfo della futilità.

Ho già parlato di quel senso di silenziosa esaltazione che talvolta provavo lavorando: un vago sognare, una specie di emozione, un sentimento, dico sentimento, come un Messia, un dolce Cristo. (Ciò mi costò parecchi licenziamenti, immagino, perché un sognatore non lavora bene). E improvvisamente cominciai a scrivere: all’inizio poesie in rima, assurde poesie rimate che mandai a più di venti riviste, avendone di ritorno solo biglietti di rifiuto. Erano biglietti di diverso colore che mi stimolarono, sia pure in modo stereotipato, a continuare. È difficile dire quanto fossero brutte le poesie, e quanto assurde le novelle. Scrissi perfino una poesia su quella maschera vecchia e banale che è Pierrot. E poi la primavera, e diversi altri soggetti triti e ritriti; fra le altre c’era una poesia particolarmente brutta sull’East River, che dolcemente fluiva al di là delle vetrate dello Yale Club. Lanciai disperati appelli ai direttori di riviste, fra cui William Rose Benet. Lui mi scrisse che le mie poesie erano «turgide» e io persi del tempo prezioso, per cercare sul vocabolario l’esatto significato della parola. Finalmente ci fu uno che accettò due mie poesie: A. R. Orage, di «Seven Arts Magazine».
Farfalle della vita siete voi, giorni dell’amore, e dagli abissi del mio letto d’ospedale vi mando quest’ultimo e disperato addio!)


Ecco la parabola dei capelli delle donne, il loro maggior pregio. Alcune sono nere come la notte fonda, e lei era una di queste; alter sono bionde come un giorno di sole; altre sono rosse come il tramonto benedetto o l’alba odiosa; altre sono grigie come un giorno oscuro, o bianche come le nuvole che passano nel cielo. La pioggia non è che la chioma grigia di quell’enorme testa che è il cielo; la neve è la sua canizie e la grandine un ricciolo spettinato del paradiso. E qui termina la parabola dei capelli femminili.

E parlando d’amore, debbo qui parlare del più caro amico della mia vita: Louis Grudin...Lou mi piaceva tanto perché pensavo che fosse un’edizione riveduta e corretta di me stesso. Invece eravamo così diversi come il pane è diverso dal burro, pur essendo alimenti tutti e due. Le poesie che scriveva erano più belle di quanto volesse credere. C’erano dentro ritmi larghi, maestosi, e una certa grazia, un sicuro umorismo. Mi chiamava ‘maestro’ e ‘professore’, ma se io gli ho fatto conoscere Rimbaud e Laforgue, lui mi ha fatto conoscere la letteratura americana. Gli dicevo che assomigliava al Jean-Christophe di Romain Rolland e lui mi rispondeva che diventavo sentimentale. Nella mia memoria, Lou, tu occupi lo spazio di un intero cielo. Mi sono dissetato e sfamato di te. Avevo per te un’ammirazione sconfinata, seppure incoerente. Benché tu mi chiamassi ‘maestro’ ero io che imparavo da te, sempre. La tua forza, la tua virilità, la tua energia tu le spargevi a piene mani. Con grande umiltà riconosco tutto quello che hai fatto per me. Sì, mio caro, la tua amicizia era per me una cosa grandissima. Sapevo di esserti inferiore e tu una volta scrivesti in un libriccino:
«Aveva paura di me e il suo letto era sporco».


La piccolo rivista era diretta da Harriet Monroe e si chiamava «Poetry». Le mandai un po’ di roba, e fu accettata. Più tardi, per queste poesie, vinsi il famoso premio di cinquanta dollari.

Questi neurologi cercano di guarire l’anima e non la conoscono affatto; non sanno che, per capire l’animo umano, bisogna essere dei poeti, mentre ben pochi di loro hanno qualche senso del poetico.


Una volta fuori dalla casa di cura mi sentii rinnovato, ristabilito. Non ero mai stato tanto felice. Non ero io a essere nuovo, ma l’universo intero intorno a me. La primavera era tutta un lievito, tutta un movimento, tutta una frenesia di danze e di ritmi, tutta nuova e pulita…
Tutto era fresco, nuovo, bello. Ogni cosa intorno a me pareva importante, vitale, potente, forte. Fluttuavo nell’aria dei pomeriggi ventosi. Danzavo sulla città e la campagna, contento, timorosamente contento. Non mi sentivo quasi più solo – quel tanto che bastava a temperare la mia contentezza; ero fiero di capire tutta quella gioia, quel movimento che era anche più bello della gioia, tutta quella nuova, così nuova, tranquilla freschezza della vita. Persi la testa dalla gioia, un giorno, quando una ragazzina, che avevo oltrepassato per strada, mi disse «tesoro». Fui felice per tutto il giorno. Ballai, ballai davvero, e dipinsi alcune figure nella mia stanza e ripresi a scolpire con la plastilina.


In quella malattia o si dorme o si veglia ininterrottamente per lunghi periodi, e io di notte me ne andavo per il lungolago gridando e delirando. Gridavo a gola spiegata le mie folli, barbare canzoni e singhiozzavo, appoggiato al tronco degli alberi, mentre grosse lacrime mi scendevano dagli occhi. Se per una donna piangere è facile, per un uomo è difficilissimo. L’uomo trae dal petto il grido dell’angoscia, l’equivalente del singhiozzo femminile. Lo strappa dalla profondità del suo essere, sembra che lo strappi dalle viscere, e fa più male che bene. Chiunque mi avesse udito piangere mi avrebbe preso per pazzo, e pazzia era veramente.


"Questa autobiografia, febbrile, sfatta e impossibile, racconta di una delle più grandi voci mancate della letteratura contemporanea, di un autore che forse sarebbe arrivato, scampando a innumerevoli tagli, nelle antologie dei licei, accanto a un Rebora, un Gozzano, un Ungaretti, brillando per la sua folle unicità." Free-lunch poet - Emanuel Carnevali - CTRL

Su internet c'è una versione del romanzo in pdf