Svetlana Aleksievič, Nobel per la letteratura 2015, raccoglie le testimonianze delle donne soldato sopravvissute alla Seconda guerra mondiale. Come è nel suo stile, l'autrice rinuncia ad offrire una propria trascrizione e dà voce ai racconti delle sue intervistate senza particolari rimaneggiamenti o trasposizioni letterarie. Ne emerge un coro di voci dolenti, segnate da un'esperienza difficile da raccontare anche a distanza di tanti anni (l'autrice comincia a raccogliere interviste negli anni '70, ma inizialmente non le può pubblicare, la censura ancora pone vincoli al disvelamento dei lati meno "eroici" e "gloriosi" del conflitto).
L'autrice, figlia di un regime severissimo nell'impedire alla letteratura di rivelare il lato umano della Storia, si sorprende di scoprire che le donne, anche se coinvolte nei combattimenti, conservavano in sé il desiderio di rimanere belle, di vestirsi in modo accurato, di pensare all'amore. Forse per un "occidentale" non è questa la parte più interessante di questo libro. Incredibile è invece la forza di volontà che queste donne dimostravano nel voler partire come volontarie, nel loro amore assoluto per la Patria e per il comunismo; e la delusione del ritorno alla pace, che le ha viste marchiate a fuoco quasi fossero "prostitute di guerra".
Umanità svelata, a volte anche troppo (i particolari raccapriccianti non mancano).
Non è un libro di alta letteratura, alcune parti sono ripetitive e prolisse, ma il valore di documento lo rende un'opera comunque da leggere.