Presento questo lavoro meraviglioso e infinito del sommo Beckett, con parole non mie ma della Paloschi, che ne parla perfettamente. E' un'opera troppa alta per scriverci con leggerezza.
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Krapp immobile guarda fisso davanti a sé. Il nastro continua a girare in silenzio.


Beckett, ascoltando per la prima volta la voce dell’attore irlandese Pat Magee, nel dicembre del 1957, trovò che questa fosse perfettamente simile alla voce che aveva immaginato avessero i suoi personaggi; in particolare Beckett ascoltò Magee alla radio mentre pronunciava alcuni passi tratti proprio da suoi testi. Non per caso, dunque, nello stesso periodo,Beckett inizia un nuovo lavoro teatrale dal titolo provvisorio di Magee Monologue in cui il protagonista ascolta la sua stessa voce provenire da un registratore.

L’opera viene ultimata col titolo L’ultimo nastro di Krapp e ripercorre il senso di un’esistenza e del tramonto di una vita intera. Qui l’amore è solo un ricordo e il volto della donna amata condensa in sé una dolorosa separazione, qui Krapp si trova nell’infelice condizione di chi ha affidato l’immagine di sé agli occhi di una donna il cui sguardo ora è andato perduto, tranne che per quel misero nastro che gliene può fornire il ricordo. La pièce inizia con queste parole: “Una tarda sera, nel futuro”. Senza tempo, senza spazio (una misera scrivania, una buccia di banana e un Krapp vecchio e “sfatto”), senza nessun riferimento si colloca la riflessione di un uomo sulla sua vita, o meglio il suo ripercorre un personalissimo dolore, di cui resta poco o nulla: “Una ragazza in un logoro cappotto verde sulla banchina di una stazione? No?”. In questo perdersi e ritrovarsi può esserci sicuramente una fallace immagine di sé, la perdita appunto come guadagno di qualcosa di più importante di ciò che si ha perso; in questo riascoltare può esserci più di un mondo intero, anzi molteplici esistenze, proprio questa l’esistenza di Krapp: un uomo crocifisso a non essere gli altri. Come se noi potessimo avvicinarci agli altri solo approfondendo la radice della nostra solitudine. Si viene così a realizzare una “cosa” di parole, realizzare un monologo tale che la coesione sia così forte da far si che le parole riportate all’immagine non significhino più niente: L’ultimo nastro di Krapp, un’opera che si può ascoltare o al massimo leggere, mai vedere. Nel nastro che ascolta apprendiamo della morte di sua madre, della decisione di troncare una storia d’amore. Tanti dettagli sui quali medita, interrompendo l’ascolto, o commenta, con delle piccole risate. Poi toglie la bobina e su una nuova incide il diario del presente, vanta la vedita di 17 copie di un suo libro, commenta quel cretino che era egli stesso 30 anni prima. Poi interrompe la registrazione e torna ad ascoltare quella di 30 anni prima, tornando la momento in cui racconta di quando sta ancora con la donna che ama, che ha lasciato per dedicarsi alla sua arte, l’orecchio sul seno di lei, nel silenzio del mondo. Il titolo dell’opera dichiara senza ombra di dubbio la pesantezza dell’azione in corso: quella che si compie è la registrazione dell’ultimo nastro di Krapp, appunto. Krapp è ormai giunto alla conclusione della sua vita. L’unica opera scritta non ha venduto che una manciata di copie. In compenso tutto ciò cui aveva rinunciato è andato perduto per sempre nel tempo. In questa pièce si può riconoscere ogni singolo uomo che abbia perduto tutto, potrebbe essere rifatta in mille modi ed essere ripensata alla luce delle mille vicende di ogni persona e da ciascuno “ricordata” con dolori diversi, quest’opera semplicemente urla: io sono io e la mia circostanza! Io non sono identificabile con nulla che io dica, ma nel contempo ciò in cui mi muovo non è nulla senza il mio io che respira e vive e registra su questo nastro, nella consapevolezza che dove si muore, forse, li pienamente si è.

Maria Paloschi
: L’ultimo nastro di Krapp in Samuel Beckett, Teatro, Einaudi, Torino, 1968.