La caduta è un monologo con cui il protagonista si svela ad un suo interlocutore, incontrato per caso in un bar di Amsterdam. All’inizio sembra il solito sproloquio di qualcuno che vuol rendere interessante la sua alquanto banale vita. Nel corso del suo racconto però iniziano a scattare meccanismi diversi di cui non ci rende conto fino alla fine: ecco che tutto il monologo si rivela come una trappola magistrale in cui chi rimane impigliato è il lettore.
Il primo meccanismo che intrappola il lettore è quello dell’immedesimazione con il protagonista: ci si sente descritti dalle sue parole, descritti nelle pieghe più nascoste della nostra anima, ci si rispecchia nel suo autocompiacimento, siamo quelli “ a posto”, “buoni” e ammirati per la nostra bontà.
Contemporaneamente non si può fare a meno di riconoscere nelle sue parole i nostri tempi così malandati, i nostri giudizi sugli altri, le nostre considerazioni generali sull’animo umano.
Ma piano piano il cerchio si stringe; dopo varie allusioni al vero senso di tutto questo monologo, dopo l’introduzione nella narrazione dell’inafferrabile e non ben definito momento di svolta nella vita del protagonista (una risata nel cuore della notte? Il rimorso per una buona azione non fatta, mancanza fatale?) quest’ultimo si rivela per quello che è veramente, spiega il senso del suo esercizio narrativo, e quella che sembrava una confessione si trasforma in un atto di accusa nei confronti di chi lo ascolta. Un’accusa che coglie il segno e l’invito a passare sul banco degli accusati stringe il cuore per la sua ineluttabilità.
E’ alla fine il lettore il vero protagonista, che viene indotto a battersi il petto, prima ancora di iniziare lui stesso la sua confessione. Perché solo accusandosi si può soddisfare la nostra più segreta aspirazione: diventare noi stessi giudici degli altri senza patire il senso di colpa di chi giudica pur non avendone il diritto.

Il gioco sottile del ribaltamento delle parti è sicuramente la cosa più riuscita dell’intero libro, che nel complesso però a me è risultato un po’ pesante, in alcuni punti anche noioso.
Prosa scorrevole e lineare, che rende bene lo stile discorsivo necessario a questo tipo di narrazione.

Francesca