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 Max

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Discussione: Cohen-Scali Sarah - Max

  1. #1
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    Predefinito Cohen-Scali Sarah - Max

    Max è un bambino che deve ancora nascere, ma ha già ben chiaro quale sia lo scopo della sua esistenza, conosce già un sacco di cose ed è tremendamente determinato a perseguire il suo scopo, quello di vestire la divisa delle SS.
    La vicenda di Max è frutto della fantasia dell'autrice ma si basa su fatti ahimè tremendamente reali, un progetto della Germania nazista non molto conosciuto: il terrificante progetto Lebensborn che si prefiggeva lo scopo di creare la razza superiore, quella ariana; il protagonista è nato in un centro senza conoscere mai il padre ed è strappato dalla braccia della madre per essere indottrinato ad essere il prototipo del perfetto nazista, afferma infatti che sua madre è la Germania e suo padre il Fuher, potete quindi immaginare i toni di questo romanzo.

    Max è quello che si può tranquillamente definire un esaltato e risulta particolarmente odioso in quanto è razzista fino al midollo, sembra di sentire parlare Hilter in persona; ma non si tratta di un libro che fa apologia del nazismo, anzi è esattamente il contrario; la cosa geniale di questo libro è proprio il fatto di raccontare la guerra tramite gli occhi del nemico per eccellenza, quelli di un nazista, portando il lettore a pensare sul fatto che Max ragiona in quel modo perchè gli è stato insegnato così e che in fondo pure lui è vittima del folle sistema instaurato dal nazismo, anche se per rendersene conto ha dovuto faticare molto.

    Metto una citazione che secondo me rende l'idea del libro:

    Quel giorno mi aveva detto: "Dovremo testimoniare, tutt'e due. Io, per ciò che hanno fatto ai polacchi e agli ebrei; tu, per ciò che hanno fatto a te".

    E' un libro "duro" che ha l'effetto di un pugno nello stomaco, ma lo ritengo un autentico capolavoro
    Voto 5/5

  2. #2

    Predefinito

    Non è difficile andare a smuovere corde particolarmente delicate, quando si parla di nazismo. È una tematica talmente delicata e sconvolgente, che non credo di essere mai rimasta indifferente alla lettura di un romanzo su questo argomento, anche quando il romanzo in sé non era nulla di che. Anche perché, spesso, è facile cadere in libri che in qualche modo - forse in buona fede, non lo so - si compiacciono di avere per le mani un argomento così sensibile, perché è facile fare retorica, perché è facile far commuovere, perché certi argomenti sono intoccabili, e quindi non si può criticare chi ne parla. Ecco, prima di cominciare a leggere "Max" avevo un po' di paura che mi sarei potuta trovare davanti ad un pietismo di questo tipo: si tratta pur sempre di un racconto in prima persona fatto da un bebè che si trova a vivere nel fulcro della Seconda Guerra Mondiale, sarebbe stato facilissimo scadere in un tipo di narrazione simile. E invece no. “Max” è un romanzo estremamente cinico, cattivo, che non prova mai pietà, e proprio per questo arriva a colpire in maniera così forte (sia chiaro, si sta parlando pur sempre di fiction, non ha certo la forza del racconto di un sopravvissuto, ma è comunque estremamente efficace).
    Il racconto si apre con la voce di Max che racconta in prima persona la sua nascita: Max non è ancora un bebè, eppure ha già una coscienza politica estremamente netta e del tutto formata. Max è un neonato ed è profondamente, radicalmente nazista. Perché Max è il primogenito di un agghiacciante progetto eugenetico, il Lebensborn, ed è figlio di genitori accuratamente scelti perché gli trasmettessero tutte le virtù e le caratteristiche del purissimo esemplare di razza ariana, Max è il futuro della Germania nazista, il primo di un esercito di bambini tedeschi e nazisti fin dentro le cellule, l'esercito che, nei disegni di Sollman ed Ebner, avrebbe dovuto ripopolare i territori tedeschi.
    Questo coraggioso punto di vista è agghiacciante, perché se già non è facile guardare alle vicende della Seconda Guerra Mondiale ponendosi nella prospettiva dei prevaricatori, degli stupratori e degli assassini, quando questo punto di vista è affidato ad un bimbo di pochi anni allora il lettore si trova di fronte ad una necessaria epoché , ad una sospensione del giudizio morale.
    "Max" è un libro che riflette in maniera estremamente efficace sull'indottrinamento politico, sulle conseguenze della propaganda senza confini, sulla mancanza di scrupoli che non si ferma nemmeno di fronte ad un bambino. Perché, sì, Max è nazista, pensa da nazista e si comporta da nazista, e alcune delle cose che fa sono agghiaccianti, ma Max non ha mai conosciuto null'altro che il nazismo. La figura di Max è veramente straziante, perché dietro il velo (un velo estrmamente ingombrante e pericoloso) del credo politico - e mai come in questo caso si può parlare di politica come di religione, perché il nazismo è imposto a Max come una fede, senza alcuna alternativa, senza la richiesta di alcuna riflessione critica- c'è un bebé nato da uno stupro, strappato alle braccia della propria madre e sballottato fra missioni di "stanamento" di piccoli polacchi che possano dimenticare il loro passato per diventare perfetti esponenti della razza ariana e scuole di addestramento nazista, senza mai ricevere un abbraccio o anche solo l'ombra di un gesto affettuoso.
    Si può dire che si tratti di un romanzo di formazione, perché la crescita di Max corrisponde ad una sconvolgente presa di coscienza di cui non vengono mostrati i risvolti finali, ma che si possono tranquillamente immaginare come devastanti. E in tutto questo la voce di Max, nonostante la parzialità della sua formazione politica e la faziosità delle sue concezioni, si rivela una voce estremamente limpida e sincera, perché Max parla di tutto in maniera chiara e cruda, senza filtri - ché nessuno ha avuto filtri con lui - cinica e terribilmente realistica. Gli orrori della guerra e di un progetto folle e perverso emergono con una durezza e una semplicità sconcertanti, tanto che, per brevi tratti, il libro avrebbe potuto tranquillamente passare per una particolarmente perversa distopia. Ma, ahimé, non si tratta mai, nemmeno nei momenti più crudi, di finzione distopica, ma è tutto fin troppo storicamente documentato.
    Le ultime pagine del libro sono un pugno nello stomaco dietro l'altro - e non avrebbe potuto essere che così, non avrei voluto consolazioni o finali lieti, perché la guerra non ha mai un finale lieto - e anche a due settimane dalla fine della lettura mi risuonano in testa continuamente. Mai come in questo periodo storico, quando una parte del mondo si riempie la bocca di retorica e poi va a letto serena, come se l'orrore che dista solo pochi passi non lo riguardasse minimamente, le ultime parole di Max dovrebbero smuovere qualcoda dentro chiunque.

    Non avevo capito perché Lukas avesse pianto ascoltando la mia storia. Non avevo nemmeno capito il significato della parola "testimoniare" .
    Adesso sì. Normale. Sono cresciuto, ho nove anni e mezzo.
    E credo proprio che in tempo di guerra, per un bambino gli anni contino il doppio.

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