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Io, Daniel Blake

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Discussione: Loach, Ken - Io, Daniel Blake

  1. #1
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    Predefinito Loach, Ken - Io, Daniel Blake

    In attesa di vedere quest'ultima opera di un regista straordinario che ha sempre parlato di realtà e di persone vere, vi introduco con una recensione non banale di Goffredo Fofi, apparsa sull'Internazionale. Ma già dico: grande Loach- come sempre.Lunga vita e lavoro a te.
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    L’io di Io, Daniel Blake rende oggettiva la soggettività del personaggio nella convinzione che l’affermazione dell’io dell’individuo metta in crisi l’io dei narcisisti, e che l’io del cittadino che ha fatto la sua parte nel quadro di una società debba tornare a essere il centro dell’attenzione dei governi, se vi fossero ancora governi democratici rispettosi del valore dell’individuo lavoratore.

    Io, Daniel Blake è il titolo dell’ultimo film di Ken Loach e ha vinto la Palma d’oro a Cannes.
    Giurie strampalate, assai più attente agli umori delle mode e della corporazione a cui appartengono che non alle novità e necessità del cinema, hanno spesso soprassalti di buonismo alla cui autenticità (i loro membri sono sempre “ricchi e famosi”) è molto difficile credere. Ma devono, come suol dirsi, salvarsi l’anima o far finta di averla, apprezzando ipocritamente le denunce sociali, perché sanno che i tempi sono duri e premiare chi parla di chi sta male fa parte del gioco, sanno che demagogia e populismo servono a confermare il potere invece che aggredirlo. Abbonati ai premi di Cannes per gli stessi motivi di Loach sono i fratelli Dardenne, belgi, più bravi e personali di Loach. Anche i loro film erano più forti ieri di oggi. Il successo spinge a ripetersi, a cercare varianti e non nuove strade.

    Loach sa il fatto suo e ha imparato rapidamente come gestire al meglio il suo successo, come variare una formula che ha trovato il consenso del pubblico e della critica, bisognosi anche loro di consolazioni ideologiche. Ha imparato il mestiere negli anni sessanta delle novità giovanili che credevamo rivoluzionarie (e lo erano, prima del ritorno a Lenin e alla lotta al potere per ambire a un altro e non troppo diverso potere). Kes e Poor cow restano forse i suoi film migliori, sconsolati quadri di realtà in bianco e nero (più nera che bianca). Risentivano della grande tradizione delle inchieste operaie britanniche, dell’anti-psichiatria dei Cooper e Laing, della scuola del documentario sociale inglese (Humphrey Jennings il nome di punta) che negli anni cinquanta e sessanta trasferì la sua energia in tv nel docu-drama un po’ documentario e un po’ film a soggetto, radicalizzandosi grazie al free cinema dei Reisz, Anderson, Richardson, presto “recuperati” nel sistema commerciale dominante.



    Reso avvertito da quell’esempio, Loach ha saputo muoversi con maggiore abilità della loro tra impegno e carriera, tra convinzioni politiche e successo commerciale. Un film di montaggio abbastanza recente, Lo spirito del ‘45, storia di un grande momento della sinistra prima che il trionfo del neocapitalismo ne corrompesse la diversità, serve a capire il retroterra più lontano di Loach e di quelli come lui, a capire come mai nella sinistra britannica sia rimasta presente una così forte attenzione per il proletariato e per la sua cultura, secondo una tradizione che non amava in passato mescolarla a quella della borghesia e, al contrario di quanto è avvenuto in Italia, tantomeno amava farsene schiacciare.

    Non sempre Loach ci ha convinto, quando con una certa riduttiva speditezza affrontava temi fondamentali: non è mai stato un Orwell né tantomeno un Engels, ma ha saputo tener testa ai nuovi tempi con un’abile, anche se talora discutibile, commistione di etica sociale e di fiuto commerciale. C’è anche da ricordare che a scrivere i testi dei suoi film è quasi sempre Paul Laverty, che di mestiere ha fatto l’avvocato. Nei loro film, l’aspetto “avvocatesco” è evidente: sono film che sanno di requisitoria. Sono, come Io, Daniel Blake, perfettamente informati su quanto riguarda la condizione delle persone di cui narrano, sui meccanismi stritolanti di una società classista, e in particolare, in quest’ultimo film, sulla pesantezza della burocrazia e dei suoi funzionari, servitori della legge al punto di diventare persecutori di coloro che dovrebbero servire. Quest’ultimo film è una difesa a tutto campo degli interessi di coloro che la burocrazia sta schiacciando, qui, con i personaggi di Daniel e della sua giovane amica Katie con i suoi bambini, vittime quanto lui di quei meccanismi.

    I finali dei film neorealisti lasciavano sempre un filo di speranza. Oggi questa speranza sembra sparita

    Alle vicende di Daniel Blake, in malattia per un infarto che ha avuto, ma a cui non si dà aiuto perché non cerca lavoro e perché non conosce le assurde regole e trafile di una schiacciante burocrazia (cui si aggiunge una persecuzione in più, la modernizzazione tecnologica, si aggiunge la digitalizzazione delle domande e dei documenti, si aggiungono le diavolerie dei computer), alla sua quotidianità di vicinato, all’amicizia con chi cerca d’arrangiarsi sfuggendo alla legge e facendosi più furbo della legge o all’inimicizia con i prepotenti, si assommano quelle di Katie, oppresse da altre burocratiche assurdità e che giunge a prostituirsi per poter sfamare i propri figli. Ma è l’amicizia tra Daniel e Katie il cuore del film, e questo cuore è né più né meno che amore del prossimo, interesse per i dolori del prossimo, è solidarietà tra le vittime, tra gli oppressi, tra i poveri come nel lontano ottocento: un punto da cui Loach sa bene che si deve e si può ripartire, ricominciare.

    Il finale è disperato: Daniel muore d’infarto poco prima che si ridiscuta il suo caso e viene pianto da pochi proletari come lui, soprattutto da Katie che ne tesse l’elogio funebre, l’elogio di un cittadino non rispettato dallo stato (di cittadino più che di proletario).

    I finali dei film neorealisti (si pensa per esempio a Umberto D. di De Sica) lasciavano sempre un filo di speranza, secondo una precisa ideologia zavattiniana. Oggi questa speranza sembra sparita, restano la lotta per la sopravvivenza (anche qui come nell’ottocento, come ai tempi di Darwin) e per la difesa da uno stato nemico. C’è molto di avvocatesco in questo film e nell’opera di Loach, e più di un sospetto di una tradizione retorica appunto avvocatesca,
    e la regia di Loach è tradizionale, ben fatta, il risultato una confezione senza grinze. Loach non contribuisce certamente a far procedere, chiamiamola così, l’arte cinematografica, ma averne, di questi avvocati, in Italia! Tiene duro abilmente sulla sua strada, e non possiamo, in definitiva che essergliene grati, molto grati.

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  • #2
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    Predefinito A Locarno

    La recensione di Vissia Menza in occasione di Locarno.

    V.A.




    L’abbiamo visto a Cannes 2016 e abbiamo pianto. L’hanno visto a Locarno e hanno pianto.
    I, Daniel Blake è un meraviglioso calcio nello stomaco. Di quelli che prendiamo volentieri perché è una storia dolce, delicata, vera, tangibile, dolorosa.

    L’ultima fatica del cineasta britannico Ken Loach ha vinto a maggio la Palma d’Oro sur la Croisette e ha vinto ieri sera il Prix du Public UBS in Piazza Grande a Locarno. Di nuovo, il film è una sofferenza e di nuovo mette tutti d’accordo.

    Nonostante I, Daniel Blake non sia ancora arrivato sui grandi schermi nostrani, a questo punto probabilmente avrete intuito la trama, in caso contrario, eccola. È la storia del signor Blake, un artigiano, un vedovo, un brav’uomo che a causa di un infarto si ritrova inabile al lavoro a soli sessant’anni. Il calvario per ottenere il sussidio statale è surreale, grottesco, disumano, assurdo. In questo girone dantesco Blake incontra una giovane con due bimbi a cui si affeziona. La aiuterà sino alla fine.

    Il lungometraggio ha visto la luce con inusuale rapidità (è stato scritto e girato nel 2015, approdando subito a Cannes) e con altrettanta rapidità sta conquistando i cuori di ogni dove. Era inevitabile che questo legame speciale con lo spettatore diventasse oggetto di domande durante la conferenza stampa. Abbiamo deciso di condividere quanto emerso con voi, per farvi pregustare la visione di un’opera tanto semplice quanto toccante.

    Forse non tutti sanno che gli uffici che si occupano di sussidi e ricerca di occupazione che vediamo (vedrete) sono frutto di un viaggio attraverso il Paese che hanno compiuto i due uomini (Loach e Johns). Sono partiti dal Midland per terminare nella città natale dello stesso Johns, un luogo di persone appartenenti proprio alla working class. Gli ambienti in cui si dispensa il cibo, invece, erano reali, con veri addetti e veri frequentatori. Cosa che ha contribuito alla forza delle scene.

    Sicuramente, inoltre, il fatto che Dave Johns non conoscesse il finale sino al giorno in cui l’ha girato ha avuto un effetto benefico sulla riuscita del film. Un film che non poteva avere un lieto fine. Sarebbe stato sbagliato dare un happy ending ad una tragedia che rispecchia una situazione tanto preoccupante. Ogni settimana sono, infatti, centinaia di migliaia le persone nel Regno Unito che si recano al banco alimentare perché non riescono a provvedere al proprio sostentamento. Comprensibile quindi che in ogni supermarket vi siano cestini in cui si può lasciare una conserva, un alimento per i poveri.

    Ultima peculiarità che spiega la finezza dell’opera è il modus operandi del regista. Non dice che lente sta per usare, ti incita ad essere spontaneo, condivide l’indispensabile e non è invadente. Il motivo? “The position of the camera should be like an observer, a sympathetic observer (…) you are standing in a corner of the room, you are observing what happens, you are touched by the people in front of you, you show them respect by not being too close (…) the lenses and the camera should be like the human eye … if you see the film through the human eye you respond in a human way … experiencing solidarity with the characters and that way you understand them as you would if you were in a room with the people”. (*)

    Serbando queste parole gentili attendiamo che I, Daniel Blake arrivi presto nei cinema per conquistare anche voi.

    Vissia Menza

  • #3

    Predefinito Capolavoro

    Il vecchio leone Ken Loach stramerita la palma d'oro e si candida a miglior film dell'anno con quest'opera dura,ma a tratti anche ironica,ma di una ironia amara,senza speranza. Ma il tratto più marcato è il sentimento che si prova per il protagonista,assolutamente straordinario l'attore che lo interpreta,e la sua giovane sfortunata amica.Ci di commuove fino alle lacrime,il finale è da standing ovation e ci si indigna furiosamente per come sia diventata la società.Straordinario.

  • #4
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    E' un buon film, senza dubbio, una denuncia spietata della burocrazia degli stati moderni che riduce le persone a semplici "numeri", che antepone la "forma" alla "sostanza" e dove viene rappresentata, in modo sublime, la fragilità delle persone di una certa età quando le circostanze le privano di tutte le loro certezze e le proiettano in una nuova realtà che non possono comprendere. E in effetti, nella disperazione, la giovane donna riesce, in qualche modo, a reagire, e ad accompagnare l'anziano, che inizialmente sembrava il più forte, in un percorso che, da solo, non sarebbe riuscito a trovare.
    Questo regista, per gli amanti del cinema, è una certezza. Certo, non lascia molte speranze....

  • #5
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    Credo che certi film dovrebbero essere visti quasi per obbligo sociale e che i giovani, ma non solo, dovrebbero andare a vederlo. Probabilmente la maggior parte di noi non può fare gran che per risolvere determinate situazioni, ma se non altro siamo costretti a rifletterci su, a vedere le cose da un'angolazione meno semplicistica e sbrigativa rispetto a quella a cui siamo abituati, a non giudicare una prostituta solo perché tale, senza conoscere la sua vita, o un extracomunitario che svolge attività non proprio lecite per poter mangiare un biscotto intero e non doversi accontentare della quarta parte.
    Il regista scava nei meandri di un sistema che respinge i più deboli, che crea disuguaglianze sociali eccessive e ingiuste nonché situazioni contorte di tipo quasi kafkiano, e si addentra in modo approfondito, efficace e realistico in situazioni che si verificano, a quanto pare, non solo da noi ma più o meno dappertutto. Impiegati completamente assorbiti - con qualche eccezione - e contaminati da una burocrazia che non permette di vedere gli utenti come persone, ma li cataloga come numeri e gatte da pelare, entità senza umanità da trattar male se involontariamente creano qualche difficoltà - avendo le loro debolezze, come quella molto semplice e diffusa di non saper usare gli strumenti informatici - e se causano piccole rogne. Il film indigna, commuove e talvolta pietrifica lo spettatore, come nella scena di Katie alla Banca del cibo, che credo non dimenticherò facilmente.
    Indigna perché non mostra via d'uscita, è un film non tanto contro le persone ma contro un sistema, ripeto, burocrate e retrogrado, un sistema che annienta i poveri e, in generale, i deboli (solo un avvocato con un handicap fisico si mostra ben disposto verso la richiesta di sussidio di Daniel, sarà un caso?) Commuove perché non è un film solo sulla miseria e neanche solo sulle storture del mondo. E' anche un film sul coraggio: quello di Daniel Blake che non si arrende mai, sempre paziente, bonario e ironico, seppur profondamente deluso, fino a scrivere la sua situazione sul muro provocando l'approvazione collettiva; quello di Katie, che sogna di continuare a studiare e che è disposta a fare qualsiasi cosa affinché i suoi bambini abbiano una vita decente. E' un film sulla solidarietà, aspetto che viene sottolineato continuamente e in maniera forte: solidarietà in particolare tra Daniel e Katie, estesa ai bambini di lei, ma anche tra Daniel e i suoi vicini, altri deboli, respinti dalla società "perbene".
    Ed è anche un film sulla dignità umana, che i suoi protagonisti non perdono mai qualsiasi cosa siano costretti a fare o non fare.
    Bellissimo, da vedere.

  • #6
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    Rivisto a distanza di due anni, confermo le lodi e che va visto.
    Sono un po' spiazzata dal fatto che avevo rimosso il finale


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