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Discussione: 207° MG - Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa

  1. #31
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    Un alito di musica o di sogno, qualche cosa che faccia quasi sentire, qualche cosa che faccia non pensare

    Dal 28
    Cessare, dormire, sostituire questa coscienza intermittente con migliori cose melanconiche sussurrate in segreto a chi non mi conoscesse!... Cessare, passare fluido e liquido, flusso e riflusso di un vasto mare, su coste visibili nella notte in cui veramente si dormisse!...

  2. #32
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    Finale del frammento 36:
    Non sapere di sé è vivere. Sapere poco di sé è pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, è avere in un attimo la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma questa luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi persino di noi stessi. È stato solo un momento, e mi sono visto. Ma ora non so neppure dire cosa sia stato. E, alla fine, ho sonno, perche, non so perché, penso che il senso è dormire.

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  4. #33
    Ananke
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    A proposito di "saudade", leggendo le recensioni su anobii molti accostano quest'opera alla saudade, ma leggendo il significato su wiki mi pare di aver capito che alla fine di tutto si guardi con speranza e fiducia al domani, ma nel libro dell'inquietudine non c'è speranza di niente

  5. #34
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    Citazione Originariamente scritto da bonadext Vedi messaggio
    A proposito di "saudade", leggendo le recensioni su anobii molti accostano quest'opera alla saudade, ma leggendo il significato su wiki mi pare di aver capito che alla fine di tutto si guardi con speranza e fiducia al domani, ma nel libro dell'inquietudine non c'è speranza di niente
    La saudade indica la nostalgia e il rimpianto tipici del popolo portoghese (in questo io mi sento molto vicina a loro), non so se sia vissuta con speranza nel futuro ma non m'importa, per me questo libro resta comunque splendido .

    Ho proseguito (mi sono fermata al 41) poco fa mentre passeggiavo (ora invece piove a dirotto, ho fatto appena in tempo a farmi due passi).

    Ovviamente avevo segnato anche io la parte finale del 36, ora posto anche l'inizio:
    D’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato di una vecchia cecità con immediati grandi risultati, sollevo il capo, della mia anonima vita, verso la conoscenza nitida di come esisto. E vedo che tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che ho pensato, tutto ciò che sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi meraviglio di non essere riuscito a vederlo. Mi stupisco di quello che sono stato, vedendo che alla fine non sono.

    Dal 38:
    Noto che, pur tante volte allegro, tante volte contento, sono sempre triste.
    Ma non c’è quiete – ah, né ci sarà mai! – in fondo al mio cuore, pozzo vecchio al confine del podere venduto, memoria di infanzia chiusa nella soffitta polverosa della casa altrui. Non c’è quiete – e, povero me! Neppure c’è desiderio di averla…


    Dal 39:
    Così, come laviamo il corpo dovremmo lavare il destino, cambiare vita come cambiamo biancheria – non per preservarla, come quando mangiamo e dormiamo, ma per quel rispetto altrui per noi stessi, che propriamente chiamiamo pulizia.
    Così porto a spasso il mio destino che procede in avanti, poiché io non procedo; il mio tempo che scorre, senza che io scorra.


    E ho segnato tutto il 41 che mi riguarda proprio mentre passeggio, ma l'ebook fa i capricci e non mi fa più fare il copia e incolla... e l'ho pure pagato .

  6. #35
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    Ciao, su invito di Minerva ho fatto qualche ricerca su questo libro, che mi pare interessante, e mi è venuta voglia di unirmi a voi(se non è un problema), Minerva proponeva di fermarvi per aspettarmi, ma non vorrei creare problemi, quindi potete continuare, piano piano vi raggiungerò!

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  8. #36
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    Citazione Originariamente scritto da Marzati Vedi messaggio
    Ciao, su invito di Minerva ho fatto qualche ricerca su questo libro, che mi pare interessante, e mi è venuta voglia di unirmi a voi(se non è un problema), Minerva proponeva di fermarvi per aspettarmi, ma non vorrei creare problemi, quindi potete continuare, piano piano vi raggiungerò!
    Io leggo qualche frammento ogni tanto mi ci vorranno sei mesi per finirlo, se non di più

  9. #37
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    Dal 39:
    "Vi sono persone sporche di destino, come me, che non si allontanano dalla banalità del quotidiano per quella sorta di attrazione per la propria impotenza."

    Sempre dal 39, questa è pesa! :
    "Chi vive come me non muore: finisce, marcisce, cessa di vegetare."

  10. #38
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    Dunque, per la troppa curiosità ho letto una parte del saggio introduttivo (cosa che non faccio mai), l'introduzione e i primi due frammenti. L' opera è veramente, come avete già detto, quasi incommentabile; ma ci proverò.
    Partendo dall' introduzione:

    Tutto è imperfetto, non v'è tramonto così bello da non poterlo essere di più, o brezza lieve che invita al sonno che non possa favorire un sonno ancor più sereno.

    Confesso che non ha importanza: del resto nulla ha importanza.

    Dove mi sono rifugiato? Ho l'impressione di non essermi rifugiato da nessuna parte. Mi sono abbandonato, ma non so a cosa.

    Ho scelto queste frasi perchè sottolineano il senso di insoddisfazione che mi sembra, dal poco che ho letto, profondamente insidiato nel Soares; è una insoddisfazione che nasce dalla consapevolezza triste e potentissima che nulla ha un senso, un fine, consapevolezza che conduce all' abbandono che è rifugio ma anche gogna. Altra cosa che noto, sottolineata da quel "ma non so cosa" è l' assenza di certezze e sicurezze, che non sono conosciute perchè inesistenti..

    Frammento 1:
    Il dover scegliere fra cose che si detestano ci dice che considerazione abbia il protagonista della realtà e del modo in cui l' affronta. Una citazione credo sottolinei come sia l' indecisione noncurante e un po' angosciosa e l' inerzia ad averla vinta:

    Poichè ad un certo momento devo sognare o agire, mescolo una cosa con l' altra

    Frammento 2:

    Trascino, fino all'imbrunire, una sensazione di vita.


    Provenendo dal fuori non sono stati da me voluti.


    Nel mio cuore c'è una pace di angustia, e la mia quiete è fatta di rassegnazione.

    Qui c'è il rapporto con l' esterno, è un rapporto difficoltoso vista la dimensione soggettiva che permea la vita del protagonista e che si manifesta come lo sguardo di chi non appartiene a quella realtà, che produce solo fastidio e rumore, e che viene quasi rigettata. Noto anche il modo di vivere e sentire: sbiadito. Così la pace è tormentata, quasi fastidiosa; la vita è una sensazione che viene trascinata. Eppure questo frammento inizia con una parole fortissima, vivificatrice quanto poche altre: Amo!

    Citazione Originariamente scritto da bonadext Vedi messaggio
    Letto il frammento 2... la poetica di Pessoa è eccellente, ma la cosa che mi turba assai è la mancanza di speranza (e la speranza è l'unica cosa che tiene in vita gli uomini!) la rassegnazione del protagonista (alias Pessoa) è veramente terrificante! Io che mi immedesimo nei libri che leggo è come precipitare in un abisso senza fine, non so se mi spiego, mi fa paura La vita di Pessoa dev'essere stata un incubo totale a occhi aperti!

    Sono pienamente d' accordo, qui v'è abbandono, rassegnazione e nichilismo puro!
    ---------------
    Si tratta di osservazioni preliminari, sono sicuro che più in là conosceremo meglio il protagonista, che forse non si rivelerà dinamico ma sicuramente sarà caratterizzato da mille sfumature, intanto mi scuso per il mega post e la scomposizione quasi scientifica (che è una mostruosità, specie in un libro del genere) di un qualcosa che è fortemente emotivo; mi giustifico così: volevo studiare Soares per iniziare a conoscerlo.

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  12. #39
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    Ripeto la richiesta di malafi scritta in altra sede: voglio vedere anche io la tua carta d'identità .
    Scherzi a parte, sono davvero contenta che questo libro ti stia già piacendo, anche se come termine è riduttivo, perché secondo me questo libro non piace solo, ma pervade l'anima, prende il cuore e la mente, avvolge tutto il nostro essere... e che sarai dei nostri in questa splendida immersione nell'inquietudine più estrema .

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  14. #40
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    Io sono arrivato al 50.

    @Mine se mi posti il numero 46 , visto che mi riguarda in prima persona, almeno ho qualcosa in comune anche con Pessoa sembrano i miei pensieri che li ha pensati qualcun altro, da paura!! questo è un frammento rivelatore, ed è sublime

  15. #41
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    Io sono ferma al 41, che dovevo ancora postare per intero e che spesso accade anche a me.

    Esiste una sonnolenza dell’attenzione volontaria, che non so spiegare, e che frequentemente mi assale se, di una cosa così sfumata, si possa dire che assalga qualcuno. Cammino per strada come se stessi seduto, e la mia attenzione, vigile su tutto, ha tuttavia l’inerzia di un corpo in assoluto riposo.
    Non sarei capace di evitare un passante che provenga in senso opposto a me. Non sarei capace di rispondere con le parole, o se si vuole, interiormente, con i pensieri, a una domanda di un individuo qualsiasi che, per casuale coincidenza, incrociasse il mio passeggio occasionale. Non sarei capace di avere un desiderio, una speranza, un atteggiamento qualsiasi che rappresentasse un movimento, non già della volontà del mio essere intero, ma persino, se così si può dire, della volontà parziale e specifica di ogni elemento in cui sono scomponibile. Non sarei capace di pensare, di sentire, di volere. E continuo a passeggiare, ad andare avanti, a vagare. Niente nei miei movimenti (noto cose che altri non notano) svela all’osservatore lo stato di abulia in cui mi ritrovo. E questo stato di assenza di anima, che sarebbe comodo e di sollievo, per una persona allettata o coricata, è singolarmente scomodo, perfino doloroso, in un uomo che sta camminando per strada.
    È la sensazione di un’ebbrezza da inerzia, di una sbornia senza allegria, né in sé, né per ciò che causa. È una malattia che non ha speranza di convalescenza. È una morte alacre.


    Frammento 46 per bona (ma devo ancora leggerlo):

    L’isolamento mi ha conformato a sua immagine e somiglianza. La presenza di un’altra persona – di un’unica persona – mi fa immediatamente rallentare il pensiero; così, se nell’uomo normale il contatto con l’altro è una sollecitazione all’espressione e alla parola, in me tale contatto è un contro-stimolo, concesso che tale parola composta sia possibile dal punto di vista linguistico. Sono capace, da solo con me stesso, di inventare quanti motti di spirito, risposte pronte a cose mai dette, folgorazioni di una socialità intelligente con alcuna persona; ma tutto questo svanisce se mi trovo di fronte ad un altro in carne ed ossa, perdo l’intelligenza, rinuncio alla possibilità di esprimermi e, dopo qualche quarto d’ora, sono solo preso dal sonno. Sì, parlare con le persone mi fa venire voglia di dormire. Solo i miei amici spettrali e immaginati, solo le mie conversazioni che si svolgono in sogno, hanno una vera realtà e un giusto rilievo, e con loro il mio spirito è presente come una immagine allo specchio.
    Del resto, mi pesa solo l’idea di essere costretto a stare in contatto con qualcun altro. Un semplice invito a cena con un amico mi provoca un’angoscia difficile da definire. L’idea di un qualsivoglia obbligo sociale – andare ad un funerale, trattare insieme a qualcuno una questione d’ufficio, andare alla stazione ad attendere una persona qualsiasi, conosciuta o sconosciuta – solo l’idea mi sconvolge i pensieri per un’intera giornata, e a volte comincio a preoccuparmi il giorno prima, e dormo male, e il caso nella sua dimensione reale, quando si verifica, è assolutamente insignificante, e non giustifica nulla. Tuttavia, la cosa si ripete e io non imparo mai ad imparare.
    «Le mie abitudini sono attinenti alla solitudine e non agli uomini»; non so se sia stato Rousseau o Senancour a dire questo. Ma certo è stato qualche spirito della mia specie – potrei forse dire della mia razza.

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  17. #42
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    Citazione Originariamente scritto da bonadext Vedi messaggio
    Quello che ho sottolineato è devastante, il massimo della negatività

    Però devo dire che è anche sublime (riferito a frammento 5)
    Hai ragione, è bellissimo tutto il frammento, anche la parte che segue la trovo deliziosa:

    Mi vedo al quarto piano in Rua dos Douradores, mi assisto con sonno; guardo, sul foglio mezzo scritto, la vita vana senza bellezza e la sigaretta economica che, nel fumarla, appoggio sul vecchio tampone della carta assorbente. Io qui, in questo quarto piano, a interrogare la vita! A dire ciò che le anime sentono! A fare prosa come i geni e le celebrità! Qui, io, così…

    Noto un forte legame con la vita, ne riconosce le caratteristiche negative, ma si sente intimamente legato ad essa, a dire il vero la ama profondamente. La stessa cosa si nota in due frammenti: il 7 e l' 8.
    Nel primo noto una tenerezza, un potente attaccamento e un Placido amore per la vita. Nel secondo (che in parte spiega quello precedente) diviene evidentissima la distinzione fra vita, una forza esterna quasi estranea, e la dimensione interiore, parte della vita che con essa si intreccia, pur rimanendo distinta. Importantissima è l' arte, che non da senso alla vita ma permette di goderne un po' di più, arte che è della stessa materia della vita, e che un po' è la vita.
    Scusatemi per eventuali errori ma scrivo dal telefono; aggiungo una premessa che, per brevità, non ripeterò nei miei prossimi messaggi: le mie sono riflessione personali, sono precedute da un implicito "secondo me".

  18. #43
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    Continuo la mia lettura; noto il tema (forse ne ho già parlato) della soggettività in cui Soares è annegato, s' è perso(da diversi frammenti):

    In verità, all' andata mi sono perso in meditazioni astratte, vedendo senza vederli paesaggi acquatici che pur mi rallegrava andar a vedere, e al ritorno mi sono perso nella puntualizzazione di tali sensazioni.

    E' forse arrivata l' ora che io faccia lo sforzo concreto di dare uno sguardo alla mia vita.

    Non so se questo sia meglio o peggio del suo contrario, che ugualmente non so che cosa sia.

    Questo mi basta, o non mi basta.


    Soares non ha mèta, è perso irrimediabilmente e, probabilmente, non vuole ritrovare la via che sa non esiste. Lui non sa, non crede, e in questo infinito e mostruosamente abnorme mondo incomprensibile e insensato gli mancano tutti i riferimenti, e allora si è incatenato nella sua soggettività, in sè. Lui è divenuto il centro del mondo, non perchè lo sia veramente ma perchè non v'è un vero centro...

    Comunque molti frammenti mi sembrano incomprensibili, arcani, pure a voi capita? Che ne pensate del 13, io non lo ho capito proprio
    Ultima modifica di Marzati; 12-06-2016 alle 09:24 PM.

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  20. #44
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    13.

    Ho conquistato, palmo a palmo, il terreno interiore che era nato mio. Ho reclamato, spazio dopo spazio, il pantano in cui ero caduto nullo. Ho partorito il mio essere infinito, ma da me stesso mi sono estratto con il forcipe

    Io non so se l'ho capito, cerco di assorbire per sensazioni, meno razionalmente, quello che leggo di Pessoa e se parole come terreno interiore, pantano ed essere infinito mi smuovono qualcosa dentro allora penso che è una cosa positiva .

    Però ci voglio provare:
    reclamare il pantano in cui si è scivolati significa che dopotutto non si sta così male nella propria condizione oppure si è così impotenti da non riuscire a venirne fuori .
    Partorirsi ed estrarsi da se stessi è un'immagine che mi fa pensare al potersi creare una nuova identità ma con tanta fatica perché non è facile farla venire fuori da sola, ecco a cosa serve il forcipe ... A cosa potrebbe essere paragonato? A nuovi stimoli che ci facciano venire o ritornare la voglia di vivere.

    Peccato che i frammenti non sono nello stesso ordine dell'altra edizione che ho letto, mi piacerebbe confrontare le traduzioni.

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  22. #45
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    Citazione Originariamente scritto da Minerva6 Vedi messaggio
    13.

    Ho conquistato, palmo a palmo, il terreno interiore che era nato mio. Ho reclamato, spazio dopo spazio, il pantano in cui ero caduto nullo. Ho partorito il mio essere infinito, ma da me stesso mi sono estratto con il forcipe

    Io non so se l'ho capito, cerco di assorbire per sensazioni, meno razionalmente, quello che leggo di Pessoa e se parole come terreno interiore, pantano ed essere infinito mi smuovono qualcosa dentro allora penso che è una cosa positiva .
    Credo sia un metodo giusto, letteratura è arte, e arte è soprattutto emozione, sensazione.
    Citazione Originariamente scritto da Minerva6 Vedi messaggio
    Però ci voglio provare:
    reclamare il pantano in cui si è scivolati significa che dopotutto non si sta così male nella propria condizione oppure si è così impotenti da non riuscire a venirne fuori .
    Partorirsi ed estrarsi da se stessi è un'immagine che mi fa pensare al potersi creare una nuova identità ma con tanta fatica perché non è facile farla venire fuori da sola, ecco a cosa serve il forcipe ... A cosa potrebbe essere paragonato? A nuovi stimoli che ci facciano venire o ritornare la voglia di vivere.

    Peccato che i frammenti non sono nello stesso ordine dell'altra edizione che ho letto, mi piacerebbe confrontare le traduzioni.
    Si mi sembra una buona interpretazione, io vedevo il "reclamare il mio pantano" come l' alenare quello che già si ha che, seppur brutto, è ciò che in fondo vogliamo e desideriamo. Mi sembra un po' Virglilio che getta a Cerbero ciò che desidera: il fango.
    Poi l' immagine del partorirsi mi aveva messo in crisi.

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