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Discussione: 207° MG - Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa

  1. #46
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    La lettura di questo librone (difficile eppure molto bello) procede a rilento, arrivano le vacanze natalizie, e bisogna fare in fretta e in furia tutte le interrogazioni/compiti che i prof non sono riusciti a farci fare prima
    Vi scrivo di due frammenti:
    18. Ci siano o no gli dèi, di essi siamo servi.
    Spunta, quasi s' insinua, il tema religioso. Tale frammento ci mostra se non la condizione d' agnosticismo o ateismo dell' autore, il suo dubbio a riguardo; ma è la seconda parte la più terribile: è la constatazione che noi siamo, inevitabilmente, sottomessi a un qualcosa di superiore e di più forte, tristemente incomprensibile. Ora cercherò di descrivere una sfumatura, una sensazione che potrebbe anche essere dovuta più alla traduzione che alla volontà dell' autore: tale affermazione mi sembra sì afferente al tema religioso, ma in modo particolare. Mi sembra si tratti di una religiosità spenta, che ha più lo scopo di voler affermare la tristezza della sottomissione a qualcosa che un preciso pensiero su quel qualcosa, ecco: forse la religiosità è un mezzo per esprimere se stesso e la propria debolezza*.

    Citazione Originariamente scritto da Minerva6 Vedi messaggio

    Intanto ecco il 17 che ovviamente avevo evidenziato, ormai mi conosci bene :

    Varie volte, nel corso della mia vita oppressa dalle circostanze, mi è accaduto, quando voglio liberarmi da qualche loro groviglio, di vedermi improvvisamente accerchiato da altre dello stesso ordine, come se ci fosse definitivamente una inimicizia nei miei confronti nella tela incerta delle cose. Tiro via dal collo una mano che mi soffoca. Vedo che nella mano, con la quale ho tirato via l’altra, è rimasto impigliato un laccio che mi era caduto sul collo con il gesto di liberazione. Allontano, con precauzione, il laccio, ed è con le mie stesse mani che quasi mi strangolo.
    Citazione Originariamente scritto da bonadext Vedi messaggio
    Nel numero 17 mi sei venuta in mente, quindi te lo dedico a te
    Ancora l' oppressione, quasi fatalistica, quasi maligna ma soprattutto inevitabile, per lui si va continuamente dalla padella alla brace, di male in peggio, ... Soares però non si lamenterebbe se vedesse voi, costretti a leggere le mie cretinate

    *non credo di essermi espresso bene, solo che è difficile spiegarvi questa impressione

  2. #47
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    Per il momento sono in pausa al frammento 51, sinceramente mi sono bloccato adesso sono preso con i lirici greci ma più avanti andrò avanti, almeno questa è la mia intenzione

  3. #48
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    Citazione Originariamente scritto da bonadext Vedi messaggio
    Per il momento sono in pausa al frammento 51, sinceramente mi sono bloccato adesso sono preso con i lirici greci ma più avanti andrò avanti, almeno questa è la mia intenzione
    A scuola li abbiamo solo accennati (per poi approfondire quelli latini, anch'essi fantastici), prima o poi li dovrò leggere, quindi in futuro attendo tuoi consigli.
    P.s ne ho letto solo una: Saffo, e lei da sola credo possa tenere alto il nome dei poeti greci.
    P.p.s scusate l' OT

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  5. #49
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    @ Marzati: magari le cretinate fossero così argute come quello che scrivi tu
    A me Soares piace perché sono come lui, tendente al pessimismo, ma non proprio pessimista (e forse non lo è neppure lui )

    @ bona: io sono ancora ferma al 41, voglio prima finire le 2 sfide in corso, quindi se ti fermi anche tu non è un problema

  6. #50
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    Eccomi, non mi sono dimenticato del libro, solo che non so come trattarlo. Come lo consideriamo? Riflessioni personali, pensieri sulla vita, finzione letteraria, poesia, verità?
    La sera poi, abbandonandomi a queste meste parole, mi sembra di vedere in uno specchio, nell' acqua torbida di una pozza, e vedere il mio viso, leggere fra i miei pensieri, come se li avessi scritti io. Forse Pessoa non ha scritto solo di sè, ma ha scritto di tutti, ha scritto dell' umanità. Ecco alcuni frammenti:
    24. Qui Pessoa ha dato la definizione di arte (e anche di letteratura), una definizione bellissima;
    Dobbiamo, quindi, conservare il giorno bello in una memoria fiorita e prolissa, come anche costellare di nuovi fiori o di nuovi astri i campi o i cieli dell’esteriorità vuota e passeggera

    Mi ricorda Platone, la dottrina delle idee: la realtà che noi percepiamo, quella tangibile, è fatta di cose, cose che sono però imperfette imitazioni di "concetti", le idee. E' come se l' arte renda le cose più belle perchè le immortala non nella realtà tangibile ma nei loro concetti intimi, nella loro forma ideale...
    Si apre però anche una visione della realtà, che diviene soggettiva: ognuno di noi, vivendo, assimila la realtà, quasi interpretandola in base al proprio modo di vedere e di essere.
    Tutto è ciò che siamo, e tutto sarà, per coloro che ci seguiranno nella diversità del tempo, a seconda di come noi lo avremo immaginato, ossia, a seconda di come saremo veramente stati, con l’immaginazione inserita nel corpo. Non credo che la storia, nel suo grande panorama sbiadito, sia niente di più di un decorso di interpretazioni, un consenso confuso di testimonianze distratte. Il romanziere è noi tutti[...]

    25. Un alito di musica o di sogno, qualche cosa che faccia quasi sentire, qualche cosa che faccia non pensare: un appiglio per cercare di vivere, per cercare qualche emozione più forte ?
    27. L' uomo è determinato in gran parte dall' ambiente in cui vive, ossia anche dalle sue vicissitudini. In questo frammento scopriamo l' origine della malinconia di Soares: ha peso prematuramente i genitori. In questa autoanalisi c'è il trionfo della commiserazione, ma ancora di più della tristezza (per ciò che si è perduto, per ciò che sarebbe potuto essere) e del dolore emotivo. Ecco un altro tema, le emozioni, che vengono descritte come sbiadite, appena percepite (ma esistenti!) e, per questo, mostruose perchè quasi segnano una "non vita" (ignorante di emozioni, cit). C'è anche il Destino, che plasma insensibile e senza motivo le vite, condannando Soares.
    * credo ci sia un nesso, fra queste due frasi che ho sottolineato in rosso.

    Io sono tutte queste cose, sebbene non lo voglia, nel fondo confuso della mia sensibilità fatale.

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  8. #51
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    Citazione Originariamente scritto da Marzati Vedi messaggio
    Eccomi, non mi sono dimenticato del libro, solo che non so come trattarlo. Come lo consideriamo? Riflessioni personali, pensieri sulla vita, finzione letteraria, poesia, verità?
    La sera poi, abbandonandomi a queste meste parole, mi sembra di vedere in uno specchio, nell' acqua torbida di una pozza, e vedere il mio viso, leggere fra i miei pensieri, come se li avessi scritti io. Forse Pessoa non ha scritto solo di sè, ma ha scritto di tutti, ha scritto dell' umanità.
    Hai ragione, possiamo essere tutti (chi più, chi meno) Bernardo Soares.
    Io lo considero come un insieme di pensieri sulla vita, spesso proprio sulla mia vita, che avrei potuto scrivere anche io se solo fossi stata capace di renderli così concreti (anche se a volte sembrano contorti e incomprensibili io a pelle li sento lo stesso miei ).
    Prosegui nella sua lettura e scrivi quando vuoi, io sono ferma al 50, appena mi raggiungerai riprenderò e cercherò di essere presente anche per qualche commento.

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  10. #52
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    Frammento 32
    Soares scrive, finalmente, in modo chiarissimo che lui è il metro della propria vita: ogni cosa è vissuta come filtrata dalla propria persona, mostrando di seguire una dimensione della realtà follemente soggettiva. Il mondo viene visto come un qualcosa di quasi incomprensibile, dal quale si eleva quasi sprezzante, barricandosi nella propria interiorità. Capiamo come probabilmente Pessoa/Soares non capisse il mondo, o comunque non riuscisse a sentirlo proprio, a sentirlo giusto.
    Ultima modifica di Marzati; 01-20-2017 alle 09:17 AM.

  11. #53
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    Citazione Originariamente scritto da Marzati Vedi messaggio
    Frammento 32
    Soares scrive, finalmente, in modo chiarissimo che lui è il metro della propria vita: ogni cosa è vissuta come filtrata dalla propria persona, mostrando di seguire una dimensione della realtà follemente soggettiva. Il mondo viene visto come un qualcosa di quasi incomprensibile, dal quale si eleva quasi sprezzante, barricandosi nella propria interiorità. Capiamo come probabilmente Pessoa/Soares non capisse il mondo, o comunque non riuscisse a sentirlo proprio, a sentirlo giusto.
    In questa parte mi ci ritrovo parecchio, forse prima no, ma da almeno 5 anni a questa parte non riesco più a capire il mondo (non che prima lo capissi ma almeno ci provavo e l'accettavo di più, persone comprese).
    Di conseguenza ci si rinchiude in se stessi, non che la propria interiorità sia migliore e più comprensibile, ma almeno non ci si deve confrontare con nessuno. Io da parecchi, troppi mesi lo sto facendo, non ho quasi più rapporti con nessuno all'infuori dei miei familiari, tranne quelli obbligati tipo coi negozianti dove vado a fare spesa e con eventuali persone che incontro, sto perfino evitando di telefonare alle amicizie che avevo cercato e voluto profondamente, anche qui sul forum. Addirittura ho ricevuto l'invito di un'amica che prima ero sempre io quasi a dover pregare per sentirci (non so se piangere o ridere, quindi metto entrambe le faccine ). Non ho più voglia di parlare perché poi sarei costretta ad aprirmi oppure a fingere e in questa seconda cosa non sono mai stata brava, mentre nella prima sono stata sempre piuttosto capace. E poi a volte penso che se si parla di qualcosa che ci spaventa e si teme questa potrebbe davvero realizzarsi .
    Scusate lo sfogo, ma mi sembrava bello postare un pensiero personale visto che finora avevo soprattutto riportato le citazioni.

  12. #54
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    Citazione Originariamente scritto da Minerva6 Vedi messaggio
    In questa parte mi ci ritrovo parecchio, forse prima no, ma da almeno 5 anni a questa parte non riesco più a capire il mondo (non che prima lo capissi ma almeno ci provavo e l'accettavo di più, persone comprese).
    Di conseguenza ci si rinchiude in se stessi, non che la propria interiorità sia migliore e più comprensibile, ma almeno non ci si deve confrontare con nessuno. Io da parecchi, troppi mesi lo sto facendo, non ho quasi più rapporti con nessuno all'infuori dei miei familiari, tranne quelli obbligati tipo coi negozianti dove vado a fare spesa e con eventuali persone che incontro, sto perfino evitando di telefonare alle amicizie che avevo cercato e voluto profondamente, anche qui sul forum. Addirittura ho ricevuto l'invito di un'amica che prima ero sempre io quasi a dover pregare per sentirci (non so se piangere o ridere, quindi metto entrambe le faccine ). Non ho più voglia di parlare perché poi sarei costretta ad aprirmi oppure a fingere e in questa seconda cosa non sono mai stata brava, mentre nella prima sono stata sempre piuttosto capace. E poi a volte penso che se si parla di qualcosa che ci spaventa e si teme questa potrebbe davvero realizzarsi .
    Scusate lo sfogo, ma mi sembrava bello postare un pensiero personale visto che finora avevo soprattutto riportato le citazioni.
    Avevo scritto un, a mio avviso, bel messaggio, ma non sono riuscito a pubblicarlo, troppa troppa interiorità per lasciarla ad internet. Ne scrivo qui uno che ne riassume il senso.
    Pure io ho deciso di cedere, di abbandonarmi e di chiudermi in me stesso, deluso, sconfortato, afflitto dal realtà, che non percepisco mia, che non comprendo, che considero insensata e inconoscibile, illudendomi di poter conseguire così una sorta di pace, basata sulle sensazioni (non solo estetiche, non solo carnali, ma anche e soprattutto "emozionali"). e anche io, come Soares, guardo con superbia chi ancora si affanna nelle futilità della realtà normalmente intesa, come se avessi raggiunto la verità che io stesso penso non esista. Nonostante ciò, so anche che proprio il fondamento della mia realtà, le emozioni, deve essere condiviso (pensiamo a quella cosa magnifica che è l' amore). Dunque, credo di voler scrivere che è inevitabile il contatto con l' esterno, e inevitabilmente dobbiamo essere un po' parte di questo gioco contorto che è la realtà, inevitabilmente dobbiamo comprenderla un po', per vivere, vivere realmente.
    Comunque, so che questo processo non si concluderà mai, temo di essere troppo legato al mio essere interiore, troppo deluso dall' esterno per poter essere "come gli altri" interamente, eppure penso che qualcosa si possa fare, mosso forse da una sorda speranza, la speranza del condannato che non crede di uscir di prigione, ma che pensa possa avere un giorno, forse, un letto più comodo.
    P.s @Minerva l' arte è sensazione, è emozione, hai fatto benissimo a parlare delle sensazioni mosse da Pessoa, e credo di aver fatto bene a imitarti.

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  14. #55
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    Confesso che abbandonai il libro, anni fa, ma ...leggere voi è un piacere

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  16. #56
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    Ragazzi, vi sto raggiungendo! Approfitto dell' assenza della prof di fisica per commentare gli appunti del Kindle, ecco alcuni frammenti interessanti:
    40. La fatica dell' esistenza, dell' esistenza di Pessoa/Soares; che brutto vivere in un eterno limbo, in una dolorosa stanza, nella muta solitudine, nella cieca impossibilità di fuggire. E così sorge la voglia di una vaneggiata e utopica fuga. Un estratto:
    Ma questo orrore che oggi mi annichilisce è meno nobile e più bruciante. È la volontà di non voler pensare, un desiderio di non essere mai stato niente, una disperazione cosciente di tutte le cellule del corpo e dell’anima. È un sentimento improvviso di sentirsi rinchiuso in una cella infinita. Dove pensare di fuggire, se soltanto la cella è tutto? [...] Mi assale allora il desiderio che trovi un modo di fuggire da Dio, e che il più profondo di noi smetta, non saprei dire come, di far parte dell’essere o del non essere.
    44. L' esaltazione tramutata in parole, è il momento condiviso per un attimo da tutti (ne sono sicuro) di contatto con l' essere, di intima e profonda e totalizzante comunione con l' essere tutto.
    45. Avevo letto e commentato tutto il 46, ma mi fermo a questo, che mi ha fatto riflettere, ecco la nota non rielaborata presa da Kindle: Irrazionalità e imperscrutabilità del sentimento. La poesia è sentire, emozione, perché provare ad analizzarla come si fa nella fredda scienza con un batterio? Con minuscole inutili minuzie al microscopio? Forse sto sbagliando, questa vivisezione del pensiero di Pessoa non fa conoscere, uccide soltanto la poesia, sviscerandola e restituendo solo nude parole.

  17. #57
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    Dovrei recuperare anche io gli appunti presi sul lettore e-book e controllare a quale frammento ero arrivata, ma, come ha già detto Marzati, forse è più poetico leggere soltanto e non cercare di vivisezionare troppo quello che leggiamo (o cmq io la uso come scusa per non farlo visto che in questo periodo ho poco tempo per collegarmi, per leggere, per riflettere, per vivere, insomma... quindi sono piuttosto in pausa con tutto).

  18. #58
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    Intanto oggi mi sono riletto velocemente molti frammenti, alcuni sono di una bellezza unica.

  19. #59
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    Ho proseguito fino al frammento 60, appena riesco posto citazioni e qualche commento.

  20. #60
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    Ancce io mi sono un po' arenato nella lettura in generale, specie in questa. Ma non ho intenzione di sospenderla, devono solo giungere dei momenti di quiete e di predisposizione dell' animo. Intanto un commento "vecchio" non ancora pubblicato.
    51
    Almeno, io possa portare verso l' immenso possibile dell'abisso di tutto, la gloria della mia disillusione come se fosse quella di un grande sogno, lo splendore di non credere, come uno stendardo di sconfitta - stendardo nelle mani fiacche, stendardo trascinato nel fango e sul sangue dei deboli, tuttavia tenuto alto, mentre affondiamo nelle sabbie mobili, nessuno sa se come protesta, se come sfida, se come gesto di disperazione. Nessuno sa, perché nessuno sa niente, e le sabbie mobili inghiottono sia quelli che portano gli stendardi che quelli che non li portano. E le sabbie mobili ricoprono tutto, la mia vita, la mia prosa, la mia eternità. Porto con me la coscienza della sconfitta come uno stendardo di vittoria.
    Pessoa nel frammento citato era intento ad affrontare il tema dell’eroe romantico, con la sua solita disillusione. Riconoscendo che questi vaneggiamento alettassero anche lui, scrisse di come fosse conscio della loro inutilità e del suo fallimento - il fallimento della gran parte degli uomini probabilmente - nel (non) raggiungerli. E nell’ oblio dell’inutilità e della vanità, nell’ incomprensibilità dei fini smarriti e dei sensi immaginati, egli porta la consapevolezza del fallimento proprio e altrui come mera consolazione e schermo dinanzi all’ incomprensibile vuotezza del mistero dell’ infinito che non dà risposte.
    Dello stesso frammento una citazione “stupida” eppure che mi ha colpito e fatto abbozzare un sorriso (che è già molto per questo libro):
    […]perché l’ora del tè era suonata come una maledizione del Destino.
    Anche il tè diviene qualcosa di fatale, e gigante ed imperscrutabile.

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