Questo saggio mi ha permesso di approfondire una delle condizioni che più spesso gli uomini e le donne si trovano ad affrontare nel corso della loro vita. E lo fa improntando innanzitutto secondo una doppia prospettiva che si sviluppa nel corso di tutta l’opera, che più o meno intuitivamente tutti percepiamo: quella per cui si può essere soli pure in mezzo a una folla, pure insieme alla propria famiglia o perfino col proprio compagno/a. E quella che non è la solitudine comunemente intesa, bensì ritiro dalla mondanità, che ci permette di sentirci pieni, in perfetta armonia con il creato, anche solo stando seduti da soli ad ammirare un tramonto.
Mentre ci accompagna in questo percorso, volto ad aiutare i medici così come le persone comuni, nell’individuazione dell’uno o dell’altro tipo di solitudine, nei pazienti così come nelle persone che ci sono vicine, nel dare loro ascolto, soprattutto a essere “compagni forti” del loro dolore, a cercare una cura del loro malessere così come delle loro anime, l’autore non si risparmia dall’attingere al suo bagaglio di esperienza pluridecennale di medico psichiatra. Cosa più importante è instancabile nel condividere la sua cultura filosofica alla ricerca dei significati più profondi che si agitano nel mare della solitudine propria di ognuno, così come non rinuncia alla sua profonda e appassionata sensibilità poetica di cui si avvale per guadagnare il lirismo alla sua prosa.
Ciò considerato pare anche ingiusto osservare l’unico aspetto che a me è un po’ pesato, ossia proprio la sua prosa, estremamente farcita di punteggiatura, incisi, digressioni e anche ripetizioni. Qualche volta innegabilmente prolissa. Ma questo ben poco può togliere alla perla di sensibilità, ma anche di educazione all’amore per il prossimo, che l’autore con la massima umiltà impartisce attraverso queste pagine.