La bottega dei miracoli è un romanzo denso, pieno di colori, odori, sapori, voci… quasi estenuante per la sua ricchezza, uno specchio della lussureggiante e miserabile anima del Brasile.
Denso di contrasti, primo fra tutti quello stilistico: nel libro infatti lo stile tipico del realismo magico sudamericano alla Marquez, suggestivo, poetico, che Amado utilizza per raccontare insieme alla vita del mulatto Pedro Archanjo la vita di tutta la Bahia meticcia, povera e colorata dei candomblè, si contrappone alla voce narrante più “moderna” e lineare del giovane poeta chiamato a riscoprire questo fantomatico personaggio considerato a decenni di distanza dalla sua morte un erudito antropologo dai suoi connazionali.
Oltre a questa contrapposizione ci sono veri e propri inserti di momenti poetici, in cui la prosa si fa poesia, primo fra tutti il capitolo iniziale, in cui Amado presenta come su una scena la Bahia e i personaggi protagonisti del romanzo. Un brano da capogiro per bellezza stilistica e poetica, che catapulta in un mondo onirico, in cui almeno all’inizio non è facile distinguere la realtà dal sogno (altro brano simile si incontra più avanti nel romanzo quando viene descritta la battaglia amorosa e sensuale fra Pedro e Doroteja).
Le premesse che danno vita a tutta la narrazione sono già cariche dell’ironia che contraddistinguerà tutto il romanzo: nel Brasile degli anni ‘60, tutta la classe dirigente e intellettuale viene messa in subbuglio dalla visita dello statunitense premio Nobel professor Levenson, che nominerà in quell’occasione l’ignoto Pedro Archanjo presentandolo come uno grande scienziato, autore di impedibili trattati di antropologia.
Scatta la caccia a qualsiasi straccio di notizia sul fantomatico personaggio, ignoto a quasi tutta la società bene brasiliana.
Il romanzo così, nell’intrecciare passato e presente, dà un affresco mirabile della complessa società brasiliana, e la narrazione diventa anche pretesto per affrontare il tema del meticciato e del razzismo in Brasile.

Francesca