Non so se ho le credenziali per inserire una recensione di questo libro, a dire la verità, perché l'ho mollato a pagina 90 e penso proprio di non riprenderlo mai più.

Spoiler vari:
Trevisan racconta il suo travagliato incontro con il mondo del lavoro, sempre deludente e farticoso, e il suo difficile adattarsi alle norme che sembrano valere per il resto della società.
Fin qui, tutto bene. Quel che non mi è chiaro e la richiesta implicita, ma sempre presente, nel libro, di identificarsi con lui, che non ama lavorare, ma nemmeno studiare: invece rubare dove capita sì e spacciare pure, se non fosse che alla fine ha troppa paura di finire in galera e dover subire lo sguardo del padre ex-poliziotto; insomma, la richiesta che il lettore abbia compassione , o condivida , questo non sentirsi 'dentro' le regole sociali. Manca però l'alternativa, cioè: questo mondo è sbagliato, quindi? Quale vorrebbe costruire Trevisan? Ma nessuno, a quanto capisco. Tutta una lamentazione per 20 anni di vita a lavorare (ma nei primi anni si trattava solo di lavori estivi, per potersi pagare bicicletta e vacanze con gli amici), per poi, finalmente, annunciare di essere approdato alla sua seconda vita, quella di scrittore e sceneggiatore. Di cui forse non è nemmeno del tutto soddisfatto, mi è parso di capire. Ma tiro e indovinare, perché io mi sono fermata molto prima.

Mi spiace, il giudizio rimane, diciamo, sospeso. Ma il senso di fastidio generale mi ha impedito di portare a termine la lettura