TRAMA
In un arcipelago al largo delle coste della Virginia, lungo un arco di tempo che va dal 1855 a un postapocalittico e distopico 2143, si intrecciano le storie di due famiglie. Queste isole – per alcuni un santuario, per altri una terra di incubi – avvolgono le esistenze dei personaggi in una rete di miserie e piccoli miracoli.
La determinazione di due sorelle che si stringono l’una all’altra in una famiglia devastata dalle metanfetamine; una ragazza che lotta per emanciparsi da un padre alcolizzato; una donna che decide di fuggire da una famiglia violenta per ritrovarsi tra le braccia di un uomo forse peggiore: relazioni tumultuose che scorrono lungo i rami di un albero genealogico, sullo sfondo di un paesaggio pericoloso e ammaliante. Un turbinio di vicende che trascina il lettore in un’esperienza estrema di nascita e morte, di giuramenti e di istinti primitivi e vili.*
La voce di Sara Taylor, avvicinata dalla critica a quella di Flannery O’Connor, è intrigante e selvaggia.*Tutto il nostro sangueè un romanzo abitato da storie e personaggi ambigui, colmo di situazioni grottesche e pervaso dal soffio della letteratura gotica del sud degli Stati Uniti.



COMMENTO

Sento che questo è un romanzo a cui non ho reso giustizia: spero di avere occasione di rileggerlo, tra qualche anno, e di dedicargli l'attenzione che invece meriterebbe. È un romanzo molto originale, fatto di racconti che si intrecciano a formare una trama molto più ampia, spaziando in diverse epoche storiche e andando ad infilarsi negli anfratti più violenti di una famiglia che abita sulle Shore, un gruppo di isole al largo della costa della Virginia. I personaggi sulla scena variano in continuazione, saltellando da un'ambientazione di fine ottocento fino ad arrivare ad un futuro piuttosto lontano, ma il palcoscenico rimane lo stesso: le Shore, isole ostili e difficili, ammantate di una bellezza struggente al tramonto, ma ricche di pericoli e di difficoltà. Fra sentieri lastricati di gusci d'ostrica e il tanfo pestilenziale di una ditta che lavora la carne di pollo, il lettore viene trascinato senza pietà nelle pieghe più difficili della violenza che si può annidare in un luogo ristretto, dove la convivenza è spesso difficile e il sangue sembra portare con sé una sorta di maledizione, soprattutto per le donne. Non c'è pietà per il lettore, che deve ricostruire da sé la linea temporale e i legami che uniscono i vari personaggi, e proprio qui arriva la mia mancanza: so di non aver letto con l'attenzione dovuta, ritagliandomi il tempo sui mezzi pubblici e in altre situazioni poco tranquille, e così molto mi è sfuggito. Sono sincera, quando mi sono resa conto che si trattava di un romanzo che avrebbe richiesto un'adesione più attiva da parte del lettore, mi sono un po' arresa e mi sono accontentata di prendere solo quello che sarebbe arrivato, e di lasciar scorrere tutto il resto. Ed è un peccato, lo so, perché sono certa che il lavoro creativo e in un certo senso sperimentale della Taylor avrebbe meritato un'attenzione diversa, ma al momento gran parte delle mie energie intellettuali sono annientate da altro, e non sarei proprio riuscita a calarmi in un'avventrua di questo tipo.
Mi riservo quindi di ritornare sull'opera della Taylor, perché ho come l'impressione di aver perso qualcosa di importante.