«A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare». Un’educazione letteraria e sentimentale. Paolo Cognetti, probabilmente il più apprezzato scrittore italiano di racconti della sua generazione, si confronta con i grandi maestri di questo genere. Come si fa a scrivere un grande racconto? Cosa c’è dietro il lavoro quotidiano sulla pagina? Qual è il prezzo da pagare per riuscire a racchiudere il mondo in venti cartelle? Da Raymond Carver a Ernest Hemingway, da J.D. Salinger a Alice Munro, da John Cheever a Flannery O’Connor, Cognetti ci prende per mano trascinandoci nelle vite interiori e nelle botteghe di questi autori. A un certo punto ci sembrerà di sentire di cosa è fatto il lungo e duro tirocinio che può portare a capolavori comeI quarantanove racconti*di Hemingway o*Nemico, amico, amante...della Munro. Non solo la tecnica, ma la disposizione d’animo, l’ostinazione, la vita. Un libro sull’arte di raccontare storie che solo un grande narratore poteva regalarci


COMMENTO

Paolo Cognetti qui ha la voce di uno di quegli amici che magari non vedi spesso, ma che conosci da così tanto tempo che le conversazioni sembrano non terminare mai, nonostante le pause di mesi: uno di quegli amici con cui parli e riparli sempre delle stesse cose, ma non è mai un ripetersi, perché le angolazioni dalle quali potreste affrontare ogni questione sono pressoché infinite, e voi sembrate fermamente intenzionati ad esplorarle tutte.
Cognetti sa tante cose sugli autori di racconti americani, ma non ne parla mai con erudizione o in maniera saccente, preferendo piuttosto la strada della passione: Cognetti ama visceralmente questo mondo, e lo si capisce da ogni riga. Racconta storie di autori e di personaggi con una foga e una precisione quasi contagiosa, e raccontando di loro si racconta, come autore e come lettore. Buona parte dei racconti di cui parla non li conoscevo, nonostante naturalmente sapessi qualcosa dell'autore, e leggerne è stato bellissimo: avrei voluto mollare tutto e correre subito in biblioteca, per prendere in prestito tutto. Altri, invece, già li conoscevo e già li amavo, e leggerne è stato ancora più bello; non leggo racconti da moltissimi anni, quando ero più giovane credevo che non mi soddisfacessero in pieno, ma era solo perché non avevo ancora incontrato gli autori giusti: poi sono arrivate le “Undici solitudini” di Richard Yates, ed è stata una vera e propria epifania. E' che con i racconti, al contrario di quello che si potrebbe pensare, serve molta più concentrazione. E' che se un autore di racconti è davvero bravo, allora avrà contato il giusto numero di parole, non avrà inserito nulla di inutile, e non ci si può permettere di distrarsi nemmeno un attimo. E' che certi racconti semplicemente si ritagliano il proprio posto dentro i lettori facendosi strada a morsi e strappi, e l'incorporazione è sempre accompagnata da una cicatrice che non si anestetizza mai del tutto. E dopo Yates è arrivato Carver, ed Hemingway, e soprattutto è arrivato Salinger, e io sto ancora cercando di rimettere insieme i pezzi.
Più che un insieme di memorie e riflessioni, questo libriccino è una dolcissima dichiarazione d'amore, che mi ha riportato indietro di qualche anno, mi ha fatto riaffiorare alla mente momenti e sensazioni, mi ha dato speranza per un futuro ancora ricchissimo di squarci da scoprire e da amare.