TRAMA
È il 23 aprile – data di nascita di Shakespeare – e le gemelle Dora e Nora, attrici e ballerine di seconda categoria, si apprestano a festeggiare i loro settantacinque anni. Suonano alla porta: su un cartoncino bianco arriva l’invito alla festa del padre, il celebre attore Melchior Hazard, che nello stesso giorno di anni ne compie cento, e che di riconoscerle non ne ha mai voluto sapere. C’è da decidere cosa indossare!
Così si apre Figlie sagge, la storia di due donne libere ed eternamente giovani che, nate nel lato sbagliato della città, quello più misero, sono sempre state attratte dal bagliore del mondo dello spettacolo. Dall’infanzia anticonvenzionale, alla strampalata carriera, fino ai vibranti settant’anni, la vita delle due gemelle è un susseguirsi di episodi grotteschi: fra identità scambiate, fidanzati presi in prestito, spettacoli improvvisati e feste che culminano in incendi, quello di Dora e Nora è un mondo dove le regole non sono ammesse e la spregiudicatezza regna sovrana. Un mondo popolato di personaggi improbabili, con l’ingombrante presenza di una bizzarra famiglia allargata: una compagine di teatranti dalle alterne fortune, in cui le coppie di gemelli si moltiplicano in maniera inestricabile e spesso incestuosa. Un romanzo dalle mille sfaccettature: un libro intriso di grande letteratura, di amore per l’arte e di un senso dell’umorismo pungente, un’ardita provocazione contro il tabù sessuale e la distinzione fra legittimo e illegittimo, ma soprattutto un inno alla spensieratezza, al piacere, alla gioia di vivere.


COMMENTO

IT IS A WISE FATHER THAT KNOWS HIS OWN CHILD*
“Figlie sagge” è un'esperienza straordinaria e disorientante, una lettura che prende il lettore e se lo trascina dietro come un pupazzo passivo e inerte, lo strattona e lo fa girare in cerchio solo per disorientarlo e farlo cadere a terra, ad osservare l'universo da una prospettiva distorta, sporca ed estremamente vivida. Credo che lo spirito giusto per affrontare questo romanzo sia quello della più completa apertura e disponibilità nel lasciarsi trascinare ovunque Angela Carter voglia portarci, mettendo per un po' da parte tutte quelle belle questioni sulla morale, sulla veridicità di una storia, su regole di tempi e spazi, tutto. Un po' come quando ci si ritrova ad una festa un po' squallida ma troppo grande, dove non si conoscono abbastanza persone e non si sa nemmeno bene perché ci si trovi lì, e allora si potrebbe cercare in ogni modo di tenere insieme i pezzi, di giustificare la propria presenza, cercare di ricordare i nomi e intuire i comportamenti più adatti da tenere, finendo con l'isolarsi in una bolla di disagio e straniamento. Oppure si può accettare di mandar giù in un sorso il contenuto del bicchiere che prima o poi ci si troverà in mano, quasi fosse una medicina, e ci si può semplicemente lasciare andare, seguire l'onda, parlare con persone di cui non si conosce il nome, raccogliere storielle e confondere persone, fare figuracce e voltare le spalle, parlare troppo di sé e ascoltare racconti che non hanno probabilmente nessun fondo di verità, ma chissenefrega, va bene anche così.*
Ecco, con Angela Carter bisogna lasciarsi andare ed accettare quello che viene senza fare domande, mettendo al massimo da parte qualche suggestione per ripensarci il giorno dopo, con la bocca secca e la testa pulsante.*
“Figlie sagge” è una grande farsa, ha facciate di cartapesta e corone di cartone dorato, superfici luccicanti troppo vecchie per nascondere la tristezza di un teatro di provincia, la polvere e la puzza di sudore, l'alcool a buon mercato, ombretto di tre colori e ciglia finte che non aderiscono nemmeno bene alla pelle di un viso raggrinzito e incastrato in un passato troppo lontano. “Figlie sagge” è il racconto di Dora (Floradora) e Nora (Leonora) Chanse, due gemelle figlie illegittime di gemelli, nate dalla parte sbagliata del Tamigi e dello spettacolo. Loro padre, Melchior Hazard, è il più grande attore Shakespeariano dell'epoca, loro sono ballerine di avanspettacolo nemmeno troppo brave, che da sole valgono poco e niente, ma possono far girare la testa se prese in coppia. Saggio è il padre che conosce suo figlio, e saggi sono i figli che conoscono i propri genitori. E in questo romanzo è tutto un rincorrersi e avvoltolarsi su sé stessi di intrighi familiari, scambi di persona, doppi (non a caso i gemelli abbondano nella famiglia di Dora e Flora), e in fondo a tutto questo immane gioco di riflessi ci si chiede se effettivamente ci sia qualcuno di saggio. E forse saggio è proprio quel lettore che smette di interrogarsi su quello che si nasconde dietro il velo variopinto e sgargiante della rappresentazione, perché tutto, se visto da troppo vicino o fuori dal suo contesto specifico, perde di forza e importanza, e finisce per apparire squallido e terribilmente finto, proprio come il comico George a Hollywood. Perché se si gratta sotto la superficie, se si ascolta con più attenzione la voce gracchiante e appesantita dal gin di Dora, se si cerca di collegare tutti i puntini, inevitabilmente il castello di carte crollerà. Per apprezzare "Figlie sagge" bisogna accettare le regole del gioco, sospendere l'incredulità all'interno di un gioco di sospensione dell'incredulità, accettare di prendere il racconto di Flora e Dora per quello che è: un racconto rimaneggiato da tutta la vita, un racconto soppesato e ingrandito, esaltato, confuso e forse anche un po' tradito, lo spettacolo migliore che le sorelle Chanse siano riuscite a mettere in scena.*
Angela Carter ci regala un meraviglioso omaggio al mondo del teatro, alla finzione, agli scambi di identità, alle scene madri recitate con troppa enfasi e agli effetti speciali così palesi da far quasi tenerezza. E ci regala un omaggio a Shakespeare commovente. Shakespeare si respira ovunque, fra queste pagine, ma non lo si respira con la deferenza accademica con cui spesso si trattano i grandi nomi della letteratura: Shakespeare in questo romanzo è un vecchio amico, un amico che si conosce così bene e da così tanto tempo che lo si può anche prendere un po' in giro, gli si può fare il verso. Angela Carter si sporca le mani con Shakespeare, e spinge il lettore a fare altrettanto. Qui c'è tutta l'attenzione ai dettagli, la commistione di farsa e tragedia, il gusto per il grottesco e l'esasperato di Will. Sì, perché credo proprio che Angela Carter possa permettersi tutti i nomignoli che desidera, ed è bellissimo che, grazie a lei, anche noi lettori possiamo calarci un po' in quell'atmosfera di grande familiarità che mi piace immaginare dovesse aver regnato sulle assi del Globe Theatre.
Un romanzo onirico, dalle tinte esasperate ed esasperanti, un romanzo a tratti non semplice: come in ogni racconto fatto da una persona che ha molti hanni alle spalle, e questi anni li ha raccontati tante volte proprio per il gusto del racconto, i personaggi spesso si confondono, il filo della storia si perde in aneddoti e filoni secondari, il fine ultimo della narrazione si sgretola, lasciando solo il ritmo concitato di una voce che narra e narra e continuerebbe a narrare. E noi lettori, col trucco ormai sfatto e i piedi doloranti, vorremmo solo non allontanarci mai da quella festa dove gli ospiti più eccentrici ci stanno incantando.