TRAMA
Oscar è un bambino di dieci anni. È malato, e i medici non riusciranno a salvarlo. In ospedale, riceve le visite di un'anziana signora, Nonna Rosa, che stringe con lui un formidabile legame d'affetto e lo invita a fare un gioco: fingere che ogni giorno duri dieci anni, e scrivere ogni giorno una lettera a Dio in cui raccontare le avventure e le esperienze di dieci anni, così come le fantasie e le paure, i rapporti con i genitori e i medici, l'amore per Peggy Blue, una bambina ricoverata nello stesso ospedale. Questo piccolo libro è composto da dodici lettere, dodici giorni in cui si concentra la vita di Oscar, giorni scapestrati e poetici, pieni di personaggi buffi e commoventi.

COMMENTO
Temo che le aspettative e gli elogi non abbiano molto giovato al mio apprezzamento di questo libro. Ne avevo sentito parlare così bene che ero quasi sicura che mi sarei innamorata di "Oscar", ma qualcosa non ha funzionato. Non è che non mi sia piaciuto, ma mi è più che altro scivolato addosso. È un libriccino che si legge in un paio d'ore, non di più, e che, ahimé, si dimentica altrettanto velocemente. O per lo meno, io l'ho dimenticato in fretta. E dire che la tematica è a dir poco complessa, profonda e delicata, qualcosa a cui è difficile restare indifferenti. La storia di Oscar e di Nonna Rosa è affrontata con estrema delicatezza e dolcezza, ma sfugge, finisce troppo in fretta, senza dare il tempo al lettore di lasciarsi travolgere a dovere. Oscar è solo un bambino, ma ha il cancro. Oscar vive in un ospedale, il suo soprannome è Testa d'Uovo, e come amici ha Peggy Blue - che è blu per via di una malattia che non permette al suo sangue di circolare correttamente - e Bacon, ospite d'onore del reparto Grandi Ustionati. E poi c'è Nonna Rosa, che racconta d'essere stata una lottatrice e di aver sconfitto donne untissime con un sacco di farina.
Ecco, il tenore del libro è questo: grandi tragedie raccontate con un umorismo che vorrebbe forse ricalcare la spensieratezza dei bambini, ma alla fine sembra solo una grande strizzata d'occhio agli adulti. Per carità, la tematica della malattia è trattata con un rispetto e una consapevolezza che tutti i romanzetti ripieni di tragedie che tanto vanno oggi possono solo sognarsela, ma a fine lettura mi è rimasto addosso un senso di artificio, di giochino retorico, di mancanza di sostanza.
Ecco, ho trovato che questo libro avesse poco di autentico: mi è quasi parso che l'autore, per tutto il tempo, non facesse altro che darmi di gomito gridando: "Hai visto come sono bravo? Come parlo bene di queste cose! Guarda ora come ti faccio piangere, perché la mia idea di presentarti un bambino in fin di vita che scrive lettere a Dio costruite ad arte è troppo geniale, è troppo simbolica, su, disperati!".
Mi è sembrato un libro troppo cerebrale, ma la tematica richiedeva anche tante viscere. Si sono strette anche quelle, ma solo di riflesso. Certo, forse è stato meglio così, perché se avesse puntato dritto allo stomaco, avrebbe potuto essere veramente straziante, ma insomma, non sono rimasta troppo colpita da questo libriccino.