TRAMA
L'estate, l'ultima isola abitata prima del mare aperto nell'arcipelago finlandese, un paesaggio selvaggio e incontaminato, la casa lontana dalla civiltà, una nonna e una nipotina e, silenzioso nume tutelare, il padre. Una vita quotidiana che segue i ritmi svagati delle vacanze e quelli capricciosi del tempo: qualche visita occasionale, tempeste, avventure, divieti trasgrediti, furtive spedizioni a isole altrui, navigazioni notturne. Su uno sfondo che dell'idillio non ha il sentimentalismo, ma ne ha certamente il fascino, un libro dall'apparenza semplice che riesce a parlare senza enfasi, ma anche senza ingenuità, senza eufemismi ma con tocco ironico e leggero, della complessità del vivere, delle luci e delle ombre dell'animo umano, della crudele imparzialità della natura.«Senza un'infanzia felice non avrei mai incominciato a scrivere», dice Tove Jansson. Ed è proprio quella felicità che emana dai suoi scritti: l'espressione di quel raro equilibrio fra sicurezza e rischio, sfida e ritorno, ribellione e rifugio, paura del nuovo e desiderio di provare, timore e sete di conoscere, bisogno di solitudine e necessità di affetti. E' la felicità di camminare su un filo teso, sapendo che vi è comunque una rete di protezione, del sentire con intensità, del prendere la vita sul serio, ma accettandola così com'è. Da qui l'affinità e l'intesa fra Sofia, la bambina che inizia ad affrontare la vita, e la nonna, che l'ha vissuta a fondo, l'ha amata con la saggezza di non pretendere di capirla e sa che fra poco dovrà lasciarla. Il loro dialogo, che spazia su ogni cosa che sta fra il crescere e il morire, è come una musica che resta a lungo nell'orecchio, come una sonatina.

COMMENTO
Che meravigliosa, delicatissima scoperta, questo romanzo. Che a pensarci bene, forse non è nemmeno un vero e proprio romanzo, perché non c'è trama. È più un album di fotografie messo in parole, un insieme di istantanee di ricordi d'infanzia, qualcosa che non per forza è preciso e lineare, che non segue regole né convenzioni, eppure racconta comunque una storia.
Non ho mai avuto la fortuna di visitare le ultime isole dell'arcipelago finlandese, ma so bene cosa significhi crescere con dei nonni-bambini, persone capaci di nascondere le proprie difficoltà ad una bambina, di mantenere la propria saggezza silenziosa e pacata e al tempo stesso capaci di essere meravigliosi compagni di giochi. E mi ricordo anche di tutti quei pomeriggi passati a leggere i libri che erano stati di mia madre e mia zia quando loro erano bambine, dei libri con le pagine ingiallite e tanto nastro adesivo sul dorso, libri che spesso non capivo, perché forse ero troppo piccola o la traduzione era troppo vecchia, ma i nonni, con una pazienza infinita, erano sempre disposti a spiegarmi quello che non capivo. E mi ricordo Beth e Jo, la piccola principessa Sarah, un naufrago con un amico chiamato Venerdì, Pippi Calzelunghe e Chopper. Nella mia mente, istintivamente, la storia delle estati di Sofia ha preso gli stessi ritmi e le stesse, identiche atmosfere dei miei ricordi d'infanzia, mentre l'ambientazione, la natura selvaggia, il freddo, le barche e gli animali sono diventati gli stessi di quel che ricordo di "Vacanze all'isola dei gabbiani".
Insomma, sicuramente parte di questa forza sta anche nel fatto che avevo tutto un panorama di ricordi e atmosfere particolarmente adatti, ma questo è un libro dotato di un potere evocativo straordinario.
Tove Jannson non si preoccupa di costruire una trama che cucia insieme i ricordi estivi di Sofia, ma si limita a lasciare fluire delle immagini, degli sprazzi, che costruiscono nella mente del lettore tutto un mondo fatto di segnali da scalare, isole dai nuovi proprietari, scambi di gatti e presenze demoniache che abitano in vecchi pastrano. Ma non c'è solo questo: "Il libro dell'estate" è un perfetto ritratto dell'infanzia, perché Sofia è viva, vivida, descritta in maniera genuina, senza indulgere in patetismi o altri trucchetti che spesso accompagnano le descrizioni di personaggi bambini. Non si indulge né in sentimentalismi zuccherosi, né in patetismi lacrimosi: è un libro vivo, che dipinge allo stesso modo la gioia di un temporale dopo tanti giorni di siccità e il lutto che copre come un velo invisibile eppure fin troppo presente la vita di Sofia.
Niente è spiegato in maniera esplicita, eppure tutto arriva chiarissimo, perché le emozioni e le atmosfere descritte ne "Il libro dell'estate" sono quasi tangibili.
E così ci si ritrova a districarsi fra vari ricordi di diverse estate, si vede Sofia crescere lentamente e poi tornare bambina, si vede sua nonna camminare in silenzio, lenta, curva sul suo bastone, osservando a distanza la nipote, fungendo apertamente da sua compagna di giochi, e meno apertamente vegliando su di lei, spingendola con delicatezza e saggezza ad affrontare le proprie paure e a conoscere il mondo.
La nonna è curva e stanca, fatica a ricordare cosa si provi a dormire in una tenda - proprio lei, che tanto aveva fatto per permettere alle ragazze del paese di diventare scout - eppure si sforza di raccontare alla nipote quello che sa, e un po' torna bambina anche lei. La nonna è una figura giocosa, che infrange proprietà private e si nasconde sotto i pini, per poi fingere un aplomb che non ha e preoccuparsi del comportamento di Sofia. Sofia, dal canto suo, è una bambina che cresce con un terribile lutto nel cuore, e lo elabora come può, giocando alla mamma e alla figlia veneziane e addormentandosi nelle pieghe di un vecchio pastrano, in cui ha visto annidato l'incubo.
Il rapporto fra nonna e nipote è straordinario: la nonna veglia su Sofia, la aiuta a crescere, a fare i conti con le delusioni che l'amicizia può portare, a voler bene ad un padre che ormai è diventata solamente l'ombra di un uomo. E così ci sono corse nella tempesta, di notte, per cercare di salvare un osso dipinto come fosse il Palazzo Ducale; ci sono gatti che orribilmente si comportano da predatori, ma sono comunque tanto amati; ci sono trattati scientifici sui vermi e discussioni teologiche che finiscono in canzoni volgari sulla cacca di vacca.
Più che un libro, questa è una carezza, un improvviso refolo di vento che porta con sé odori lontani, che richiamano alla mente i ricordi d'infanzia. Ricordi a volte dolorosi, ma pur sempre dagli angoli smussati dal tempo.