TRAMA
Ispirato a grandi autori della narrativa americana, come Delillo e David Foster Wallace. Stalin è il soprannome di un ragazzo che appena diciottenne, dopo una brusca lite con il patrigno, credendo di averlo ucciso, scappa di casa con la sua amica Bianca, una ragazza cieca verso cui nutre un amore platonico. Da qui, inizia il loro viaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso una nazione sull’orlo del baratro. Torneranno a casa o continueranno a viaggiare?


COMMENTO

Sono giorni che mi rigiro fra la testa queste parole, ma continuo a non sapere da che parte cominciare, per parlare di "Stalin+Bianca". Ci sono così tanti piani, così tanti accessi, che questo commento potrebbe cambiare in maniera radicale: forse, visto il luogo, dovrei parlare semplicemente del libro in sé, accennare magari qualcosa sulla trama, parlare dello stile, aggiungere qualcosa sulla costruzione dei personaggi. Del resto è di questo che si parla qui, tutto il resto dovrebbe restare fuori. Il fatto è che questo libro è andato molto oltre il semplice (semplice?) fatto di essere un libro, e la mia esperienza di lettura è stata una cosa altra rispetto alla mera fruizione di un'opera letteraria. Dunque, per me, parlare di "Stalin+Bianca" dovrebbe significare sospendere un momento tutto e fare un discorso meramente egocentrico. E non è certo questo il luogo (e forse ne sono grata, perché non credo, ora come ora, di avere la forza morale di approfondire determinati argomenti). Resterebbe quindi un bel silenzio, o al massimo qualche riga asettica e da promemoria, giusto per dare un maggior senso a quelle stelline buttate così accanto ad un titolo, qualcosa del tipo "romanzo stilisticamente non particolarmente degno di nota, ma dalla forte carica emotiva". Ecco, sì, probabilmente dovrei fermarmi qui, sarebbe la cosa più sensata, ma ultimamente non credo di aver più voglia di fare cose sensate. Insomma, ho già iniziato a divagare enormemente da quello che dovrebbe essere un commento ad un romanzo, eppure del romanzo non ho nemmeno iniziato a parlare, e mi chiedo se quello che sto scrivendo non andrà semplicemente ad ingrossare la fila delle pagine che scrivo nei momenti di scarsa lucidità, al solo scopo di essere cancellate poco dopo.
Insomma, "Stalin+Bianca", un letto non mio a mille chilometri da casa e una lunga notte in cui avrei potuto vedere l'alba, se non fossi stata troppo impegnata ad asciugarmi gli occhi. E pensare che, dopo aver letto una trentina di pagine, la tentazione di chiudere il libro e passare a un'altra lettura era forte: la palette di grigi di questo quartiere di periferia mi sembrava troppo costruita, Stalin un personaggio disegnato ad arte per suscitare compassione, Bianca solo un'apposizione, un accessorio privo di spessore. Forse ne sono ancora convinta, ma il punto è che non me ne frega più niente. Perché per un banalissimo motivo (poca voglia di dormire, troppa pigrizia per alzarmi dal letto e scegliere un altro libro) ho continuato a leggere, ed è successo qualcosa, e non ho smesso fino a quando non sono arrivata all'ultima pagina.*
L'enorme vuoto che riempie (no, nessuna contraddizione) la vita dei personaggi, le vie di una Capitale terribilmente simile alla periferia, i sogni e i progetti, il cielo bianco di neve e privo di arcobaleni, tutto questo vuoto ha trovato il modo di infilarsi sotto la pelle, di riempire fessure e appesantire il terreno, al punto che ormai da dieci giorni non so più nemmeno io se sto osservando la frana avanzare lentamente, oppure se quelle che sto contemplando sono solamente delle macerie.*
E tutto il romanzo mi è parso costellato di macerie, di incomunicabilità, di soverchiante annullamento di ogni forza vitale: Bianca, questa sorta di pallido fantasma, creatura bellissima e buona, nella sua luce positiva si trova ad essere solo una silhouette ritagliata nella carta velina, priva di forza, priva di una qualsiasi capacità di agire come personaggio attivo. E quasi mi viene da pensare che sia giusto così, perché Bianca non è un personaggio, ma solo la luce che rende Stalin un'ombra, qualcosa di complementare, di simile ed essenziale, ma sempre opposto, sempre di un grado diverso, al punto che la comprensione e la vicinanza, per quanto totale, non è mai abbastanza. Niente è abbastanza, in questo romanzo. Non certo l'amore, né l'amicizia; non la rabbia o la violenza, non il dolore, non le droghe, né il freddo oppure il vuoto. Niente serve, nulla è sufficiente, tutto è inutile.*
Non ci sono posti dove scappare, forse perché non c'è più niente da cui scappare: la mancanza di prospettive, di spazio, di colori sono soffocanti, avvolgono ogni cosa. C'è un ragazzo che riesce a vivere solo attraverso le immagini che incessantemente riprende con la sua videocamera, e la persona che più gli è accanto, che più lo capisce, è cieca. Come si fa a costruire qualcosa, qualsiasi cosa, quando la prospettiva di partenza è questa? Come si può andare dove non c'è la neve, quando il gelo nasce proprio da dentro?
"Stalin+Bianca" è tutt'altro che un libro perfetto, nella seconda parte perde di autenticità e i personaggi iniziano a muoversi in mezzo ad una retorica un po' stantia, eppure non credo di aver mai letto un libro così tanto destabilizzante. Ho parlato di una frana, prima, e se "Stalin+Bianca" è stato l'infiltrazione che l'ha provocata, non posso dimenticare che si è posato su un terreno cedevole.

Mi rendo perfettamente conto di quanto sia manchevole e forse inappropriato questo commento, so benissimo di non aver parlato di molte cose che, in questa precisa circostanza, sono molto più importanti delle mie personali macerie: non ho minimamente accennato alla struttura della società tratteggiata da Barison, non ho parlato dei riferimenti a certa letteratura americana contemporanea, né ho minimamente accennato, banalmente, alla trama di questo romanzo. Ma è notte, di nuovo, sta piovendo, sono tornata a casa mia e forse questa volta vedrò l'alba, e forse smetterà di piovere, e forse quando sorgerà il sole nell'aria ci saranno ancora abbastanza gocce d'acqua.