TRAMA
Versione "restaurata" di un libro-prodigio, che è già un classico. Da Lyndon Johnson a Keith Jarrett a David Letterman, dai quiz televisivi ai ranch dell'Oklahoma, dagli yuppies ai punk, dai giovani matematici di Harvard ai proletari della provincia depressa, in queste storie Wallace descrive e commenta l'intera cultura americana: le nevrosi, le ossessioni, le passioni e il disagio emotivo di tutto l'Occidente contemporaneo, con una genialità e un vigore avanguardistico che ne hanno fatto il caposcuola indiscusso della letteratura post-moderna.

COMMENTO

LA RESISTENZA
Ho sempre voluto approcciarmi a David Foster Wallace, ma ho sempre avuto il terrore di non essere abbastanza intelligente per comprenderlo davvero. Poi una persona che mi conosce molto bene (e che conosce altrettanto bene DFW) mi ha consigliato di iniziare da questi racconti, e così mi sono decisa a buttarmi.
Che dire, con David Foster Wallace si tratta davvero di buttarsi, e non ci sono paracaduti né reti di sicurezza. E l'impatto toglie totalmente il fiato, certo, ma riesce anche a colmarti totalmente. Colmarti di cosa, di preciso non lo sono ancora riuscita a capire. Dolore, risate, malinconia, paura, senso di inadeguatezza, e mille altre cose. Ma è così bello sentirsi pieni, anche dopo psgine in cui si arranca a fatica e la noia inizia a fare capolino.

Digli che nelle maschere degli uomini non ci sono buchi dove infilare le dita. Digli come si potrebbe mai anche solo sperare di amare qualcosa su cui non si può fare presa.

Ecco, questi racconti sono un atto di resistenza: inizialmente fanno di tutto per respingerti, cercano di convincerti i tutti i modi ad allontanarsi, sembrano noiosi e difficili da seguire. Ti testano. Ma se tu stringi i pugni e i denti, e prosegui, allora si spalanca un mondo. Perché questo è certo, David Foster Wallace aveva infiniti in quella sua straordinaria mente.
Mi rendo conto che ci sarebbero tante cose molto più serie da dire, ma davanti alla sua scrittura mi sembra insensato mettere in fila parole, mi sembra così normale, così ordinario, mediocre. Sì, perché da queste 300 pagine emerge un genio, un amore per la letteratura e una spregiudicatezza infiniti. David Foster Wallace ama le parole, ama la letteratura, ma non la venera: la vive, la usa, la piega, la sconvolge. Sperimenta, prende in giro il lettore e sé stesso, si sporca le mani con la sua materia narrativa. Gioca con gli stili e i messaggi, ci catapulta in tutti i cliché della cultura americana e li svuota dal loro interno. Ci ritroviamo così a fianco di un Presidente, con importanti matematici, al centro dello studio televisivo di un gioco a premi, in un camper, a teatro di fianco ad un gruppo di punk, nelle praterie desolate e povere, di fronte a David Letterman. E più cresce l'ironia e il divertimento, più aumenta il disagio e l'angoscia. Come se tenere insieme tutti questi registri fosse la cosa più semplice del mondo.
Io non lo so se ho capito davvero questi racconti di David Foster Wallace, non so nemmeno se mi è piaciuto del tutto leggerli. So però che mi sono sentita piccola piccola, ma non sovrastata: la sua è una superiorità priva di spocchia, una superiorità che non crea distanza, ma al contrario che cerca in tutti i modi di innalzare anche il lettore, di portarlo un po' più vicino alla sua brillantezza.

L'odore del mio soprabito sporco era l'odore usciva debolmente da sotto la porta. Il tintinnio delicato e femminile del cucchiaino dal collo di salice di Lady Bird Johnson era il suono maschile del mio vecchio e pesante anello della laurea che batteva con decisione sul pannello intagliato di quella grande porta della camera da letto. Battei.
Attraverso di me, attraverso le mie budella, passò uno spasmo, e io resistetti finché non fu passato. Qualcos'altro emise un gemito, sobrio e professionale, nel porto.
La grande porta taceva, quella sera, nel novembre 1968.


Ecco, io davvero non credo di saper commentare oltre.