La miglior vita rievoca sette decenni di storia nel paesino istriano di Radovani raccontati dal sacrestano Martin Crusich. Nelle sue parole, che fondono cronaca minuta e riflessione sottile sul destino dell’uomo, passano due guerre mondiali, cambi di nazionalità, esodi volontari o forzati, rivoluzioni, epidemie, terremoti; tutti questi sconvolgimenti sono vissuti come sfondo delle vicende quotidiane di una comunità di contadini su cui i grandi eventi scivolano senza portare mutamenti, e le storie che incidono sono fatte di miseria e scarni oggetti, di sesso, di senso della famiglia, di una religione ostinata e vagamente pagana. È una società atavica e solo apparentemente immutabile quella che Martin descrive, cantandone le esperienze e i valori con il tono sognante e carnale delle antiche saghe slave: un’«epica della frontiera», come l’ha definita Claudio Magris, che trasforma un piccolo villaggio sperduto ai margini del mondo in uno dei luoghi «universali» della grande letteratura. (quarta di copertina)

Punto di vista particolare quello che viene descritto in questo bel romanzo dello scrittore istriano, quello del sagrestano, il nonzolo, di un paesino vicino ad Umago, dove convivono italiani e croati, che attraversano con mille vicissitudini le tragiche vicende delle guerre e dei dissidi che inesistenti all'inizio vengono via via aggravandosi con il fascismo prima e con il dopoguerra poi. E' il racconto della storia attraverso i preti della piccola parrocchia che si sono susseguiti negli anni, della vita semplice e legata alla terra dei parrocchiani e delle vicende personali del sagrestano. Tomizza scrive molto bene mantenendosi però sempre in una dimensione privata che solo sfiora i grandi avvenimenti, senza retorica e con grande umiltà e sincerità. Un autore assolutamente da rivalutare.