TRAMA:
Metà di un sole giallo*racconta un drammatico periodo della storia contemporanea africana: la lotta del Biafra per raggiungere l'indipendenza dalla Nigeria, con la conseguente guerra civile che costò la vita a più di un milione di persone. Con empatia e naturalezza Chimamanda Ngozi Adichie narra la vita di alcuni personaggi toccati dalle terribili vicende della guerra: il giovane Ugwu, domestico nella casa di Odenigbo, un professore universitario animato da un sacro fervore per il suo Paese e per la causa dell'anticolonialismo; Olanna, la bellissima moglie del professore, che per amor suo ha abbandonato la ricca famiglia di Lagos e si è trasferita nella polverosa città universitaria di Nsukka; Richard, uno scrittore inglese che è innamorato della sorella gemella di Olanna, Kainene, una donna misteriosa che non vuole impegnarsi con nessuno. Mentre le truppe nigeriane avanzano, i protagonisti del romanzo devono difendere ciò in cui credono e riaffermare gli affetti che li tengono uniti.
Un affresco drammatico e coinvolgente, ricco di colpi di scena, che s'interroga sul colonialismo e la responsabilità morale di un conflitto appoggiato dalle superpotenze mondiali.



COMMENTO:

IL MONDO TACEVA MENTRE NOI MORIVAMO*
Ho letto questo libro in un periodo mentalmente molto complesso: il tempo era poco, la concentrazione ancora meno, e le poche energie le dovevo riservare tutte allo studio. Ho impiegato un mese per finire un libro che normalmente avrei letto in tre o quattro giorni, e questo ovviamente ha influito molto sulla qualità della lettura.*
Sono una lettrice che ha bisogno dell'immersività: io devo precipitare in un libro, caderci dentro con tutte le scarpe, sentirmi trascinata ad annegare nel mondo di finzione, altrimenti rischio di crearmi delle barrirere che mi allontanao da ciò che sto leggendo.*
Purtroppo in questo caso ho potuto leggere poco e raramente, a spizzichi e bocconi, dunque ho fatto veramente fatica a lasciarmi coinvolgere del tutto.
Ciò non significa, naturalmente, che io non abbia apprezzato il romanzo: la scrittura della Adichie è un fluire solido ed estremamente piacevole, che trascina in un mondo complesso e variegato, molto stratificato. Stupidamente, quando ho saputo che il romanzo avrebbe raccontato la storia della nascita e della caduta del Biafra ho dato per scontato che in questo romanzo si sarebbe parlato di fame e di povertà: questo è indubbiamente vero, di fame e povertà, guerra, orrore, crimini contro l'umanità e la morale si parla fin troppo, ma non subito. La prima parte der romanzo è un incantevole ritratto della buona società nigeriana, fatta di ricevimenti e feste importanti, di riunioni di professori e intellettuali attorno ad una bottiglia di brandy, di domestici curiosi e fedelissimi ai propri padroni, di spezie e piatti gettati nella spazzatura dopo poche ore. I cinque protagonisti di questo romanzo, seppur in misura diversa, ruotano tutti attorno ad una società benestante e privilegiata: ci sono le figlie ricche di un appaltatore locale, che hanno avuto la possibilità di studiare in Europa e ora possono inseguire i propri ideali senza preoccuparsi di come mettere insieme il pranzo con la cena; c'è un professore universitario rivoluzionario, che ospita intellettuali provenienti da ogni parte del mondo e ascolta poesie sul bruciore dell'ano di chi ha defecato in contenitori preziosi; c'è l'europeo che impara a sentrisi più biafrano di tanti biafrani; e c'è infine il domestico intelligente che viene istruito e protetto dai padroni a cui è tanto fedele. Sembrano etichette, categorie nette e preconfezionate, ed in effetti questo è il difetto più grande che ho trovato al romanzo: i personaggi, per quanto interessanti, sono un po' piatti. Dopo averli conosciuti nelle prime pagine, si può benissimo intuire quale sarà la loro non-evoluzione, come si comporteranno, come agiranno anche nelle situazioni più estreme. Olanna, troppo bella e buona per incattivirsi e sgomitare nel compound degli aiuti umanitari. Kainene, troppo fiera e cinica per razionare una crema idratante o fare attenzione durante una spedizione in territorio straniero. Richard, incapace di finire il suo romanzo e perdutamente innamorato di un ideale d'Africa che forse non esisterà mai. Odenigbo, con il suo sguardo vuoto e la consolazione facile. E infine Ugwu, che è forse il personaggio più prevedibile di tutti: già dalle prime pagine, quando comincia ad andare a scuola, si intuisce come andrà a finire la sua storia personale, tanto che non ho realmente tenuto per lui nemmeno per un secondo.*
Mi rendo conto che questi sono difetti molto grossi, eppure, in qualche modo, il romanzo mi è piaciuto. Perché questo non è solamente un romanzo, è anche la testimonianza e la precisa ricostruzioe di un brandello di storia che ha visto morire milioni di persone, e che spesso gli europei finiscono per appiattire in qualche fotografia di bambino con le costole sporgenti e il ventre gonfio. Il Biafra è stato la fame cieca e straziante che fa perdere i capelli a ciocche e fa osservare le pecore per capire che cosa mangino gli animali, ma è stato anche tanto altro. E Chimamanda Ngozi Adichie lo sa raccontare bene, nonostante gli stereotipi.
La guerra, le bombe, la fame atavica e la rassengazione sono rese con una maestria che prescinde dalla storia, per entrare nella Storia. Forse non ha davvero importanza che Ugwu, Richard, Kainene, Olanna e Odenigbo risultino poco persone e molti personaggi, perché in Biafra c'erano milioni di Ugwu, di Richard, di Kainene, di Olanna e di Odenigbo. In troppi sono morti. Qualcuno è sopravvissuto, qualcuno ha mantenuto la sua umanità, qualcuno ne è uscito spezzato. Alcuni hanno saputo prendere in mano carta e penna, qualcuno non ha mai fatto ritorno dal fronte, semplicemente scomparso nel nulla. Qualcuno ha viaggiato con la testa della propria bambina in una zucca, qualcuno i suoi figli li ha salvati con gli impasti del*dibìa*. Qualcuno ha imbracciato un fucile, qualcuno è morto per un accento sbagliato. E dunque Ugwu, Richard, Kainene, Olanna e Odenigbo sono qualcuno, sono tutti, non sono nessuno. Sono volti prestati alla storia, voci sommerse che cercano di ricordare un unico, grande lamento che ha azzerato, annientato, appiattito milioni di individualità.