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 L'arminuta

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Discussione: Di Pietrantonio, Donatella - L'arminuta

  1. #1
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    Predefinito Di Pietrantonio, Donatella - L'arminuta

    Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina,
    quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi
    stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro
    perde tutto - una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta»
    (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo
    sul tavolo.


    Questa è la storia dell’”Arminuta”, una ragazzina tredicenne che amava la danza, la sua spiaggia, la sua casa, il profumo della sua mamma… o di quella che credeva essere la sua mamma. Un bel giorno, però, l’arminuta è costretta ad abbandonare tutto ciò che ama perché quelli che credeva i suoi genitori la restituiscono alla sua vera famiglia. Così la ragazza passa dalla bella vita in città alla vita scomoda del paese, dove manca tutto, il lavoro, il cibo, l’igiene… e dove ci sono troppe bocche e poco spazio per tutti. E’ così che, da un giorno all’altro, la vita di questa ragazza cambia radicalmente ed inspiegabilmente ed ora lei si ritrova spaesata, con troppi fratelli, troppi padri e troppe madri e troppo poche spiegazioni. Ma piano piano qualcosa cambia, l’affetto si apre un varco nel cuore ferito e, ad un anno di distanza l’abbandono si è trasformato in qualcosa di diverso.
    “L’arminuta” è una storia potente raccontata con schiettezza spiazzante: una vita scambiata come fosse un giocattolo, affetti recisi e ricuciti alla buona, affetti sinceri che non hanno il tempo di sedimentare… ed al centro di tutto una ragazzina intelligente, fragile ed al contempo molto coraggiosa. Lo stile è estremamente diretto ed all’inizio della lettura si fa un po’ fatica ad ambientarsi nella storia. Ma ben presto ci si abitua e la nebbia iniziale si dirada… vale la pena di continuare la lettura. Libro consigliato, lettura breve ma intensa.

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  3. #2
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    Che bello questo romanzo!
    Mi è piaciuto tutto. La storia, i personaggi e la narrazione. Il tema è molto delicato (l'abbandono)
    Non c'è eccesso di sentimentalismo, non strappa lacrime, risulta lieve, diretta e al contempo molto forte.


    Lettura consigliata; veloce e molto intensa

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  5. #3
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    Letto in un giorno, straordinario, non riuscivo a staccarmi. È un romanzo intenso, sorprendente, costruito sul dolore della perdita, che affronta in modo profondo la complessità dei rapporti familiari e lo sradicamento di un'adolescente. Mi ha colpito la grande forza con cui l'Arminuta, orfana di due madri viventi, affronta il mondo che crolla sulle sue spalle. Silenziosamente combatte, non si piega al destino, ma tenta di salvare insieme a sè anche la sorella. Unite diventano invincibili. La speranza viene dai più giovani e indifesi, mentre gli adulti appaiono vittime rassegnate del degrado.

    L'intensità della narrazione è pari alla bravura stilistica della scrittrice, che racconta la silenziosa ricerca di una verità inspiegabile con parole scabre, asciutte, con frasi spezzate, aspre e pungenti. Un linguaggio essenziale, duro come dura era la vita per una famiglia povera nell'Abruzzo degli anni 70. Una scrittura sintetica, affilata e tagliente come una lama, che trasmette emozioni e sogni infranti, parla di figli e genitori, di incontri e di abbandoni, con equilibrio e dignità.

    "Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho imparato la resistenza. Ora ci somigliano di meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo."



    Consigliatissimo, è il libro più bello letto quest'anno!

  6. The Following User Says Thank You to qweedy For This Useful Post:


  7. #4
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    Bellissimo libro!! Coinvolgente e molto ben scritto. L'argomento trattato è molto doloroso e delicato però l'ho trovato affrontato in modo non strappalacrime e questo mi è piaciuto molto. Ho apprezzato gli aneddoti che a tratti fanno apprezzare alla protagonista, mai chiamata per nome, anche la vita non agiata con la "vera" famiglia di origine.

    Lo consiglio!!

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  9. #5
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    Sicuramente è una bella lettura, scrittura scorrevole e chiara. Interessante lo svolgimento sull'appartenenza e la perdita di senso che può portare con sé non sentirsi appartenere a niente e a nessuno. Ho trovato un po' debole la credibilità della storia, aspetto che non permette alla storia stessa di diventare forte e significativa. Non permette a un buon romanzo di diventare indimenticabile.

  10. #6

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    L'Arminuta , durante tutto il romanzo, non avrà mai un nome: rimarrà sempre una prima persona, un centro instabile, un ricettacolo di emozioni e sensazioni che fatica a concretizzarsi in un'identità definita. E' proprio questa mancanza di definizioni, di etichette, di stabilità che caratterizza l'ingresso nell'adolescenza di questa ragazzina sballottata fra due vite che non riescono e non possono appartenerle pienamente. Come si fa ad avere un nome, una posizione precisa, una collocazione, quando ogni cosa all'improvviso si sgretola, si fa terreno insidioso e instabile? L'adolescenza è il momento cardine per la definizione di sé, è una corrente, è sperimentazione alla ricerca di un'identità che spesso appare così lontana e irraggiungibile. Che cosa può voler dire, a quattordici anni non ancora compiuti, ritrovarsi a salire le scale di un appartamento buio e sporco, troppo affollato, stringendo fra le mani una sacca con le proprie scarpe e cercando di chiamare “sorella” una bambina che non si ha mai visto? L'Arminuta, la ritornata, a tredici anni e mezzo viene allontanata dalla sua bella casa al mare, dalla scuola di danza e la piscina d'inverno, da un'amica con un gatto e genitori che non vanno mai a messa, da due genitori affettuosi e premurosi, per essere “restituita” come un pacco postale alla famiglia che l'ha data via quando aveva pochi mesi.
    Donatella di Pietrantonio, con una scrittura asciutta, quasi essenziale, trascina il lettore in un turbinio di ricordi fatti di incertezze e vuoti nello stomaco, dove la perdita di ogni punto di riferimento, di tutte le verità che per una vita intera hanno accompagnato e fatto da struttura portante all'esistenza di una ragazzina improvvisamente crollano, lasciandola esposta ad ogni raffica di vento che la trascina in un territorio sconosciuto, dove l'incognita più grande è proprio il soggetto.
    Devo ammettere che la prima parte del romanzo ha una forza narrativa e una lucidità nel trattare tematiche complessissime ed estremamente dolore come l'abbandono e la maternità matrigna veramente mirabili. Nella seconda parte questa lucidità si perde un pochino, forse a causa di una trama un po' più debole e sbrigativa (il finale mi è parso davvero un po' troppo rapido: si mettono in campo tematiche che avrebbero necessitato di una forte riflessione, ma tutto si perde in pochi passaggi decisamente poco realistici), ma tutto sommato devo dire che ho apprezzato questo romanzo. Avrei voluto un po' di coraggio in più, avrei voluto che la Di Pietrantonio non solo aprisse delle ferite, ma avesse anche il coraggio di affondarci dentro le unghie e i denti: si vede tutto il dolore dell'Arminuta, ma solo una briciola della sua rabbia e del suo risentimento. Le madri, quella che è sempre stata la mamma ed ora non lo è più, e forse non lo è mai stata, e quell'altra, la madre che la ragazza non sa in che modo chiamare, sono solo figure che restano sullo sfondo: sono disegni appesi al muro, su cui il lettore ha a malapena il modo di fermarsi a riflettere. Per un attimo solo riusciamo a intravedere in lontananza un minimo di tridimensionalità, quando la madre racconta della festa di matrimonio in cui, per la prima volta dopo sei anni, ha potuto rivedere l'Arminuta, ma per il resto il pozzo infinito di disagio, dolore, sofferenza, mancanza di strutture sociali solide che devono aver circondato queste due “madri non madri” restano solo un'ombra. Mi sarebbe davvero piaciuto quel colpo di reni in più, avrei voluto che la Di Pietrantonio avesse il coraggio di addentrarsi maggiormente nella selva delle loro motivazioni, e invece il romanzo si ferma sempre un attimo prima: è un libro incisivo, ma le sue ferite si cicatrizzano fin troppo velocemente.

    Ci ho visto molto di Elena Ferrante, il buono di Elena Ferrante, anche se, grazie al cielo, qui ci vengono risparmiate tutte le sottotrame e i polpettoni sentimentali da soap opera.
    E per tutto il romanzo non ho fatto altro che interrogarmi sul grande assente di cui nessuno sembra sentire la necessità di parlare: ma la paternità? Possibile che l'Arminuta non dedichi più di qualche riga a suo padre, che pure è colui che l'ha presa per la collottola, tipo cagnolino, e l'ha abbandonata sul ciglio di una strada, sgommando velocemente? Possibile che sia impossibile definire la propria identità, quando crolla il mito della maternità, ma dei padri si possa evitare di parlare? Non so, mi rendo conto che probabilmente il romanzo è ambientato un periodo storico in cui “essere padre” non equivaleva necessariamente ad “essere genitore”, ma questa retorica sulla genitorialità a senso unico mi ha sempre lasciato molto perplessa.

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