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Discussione: Pierluigi Cappello

  1. #1
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    Predefinito Pierluigi Cappello

    riposa sereno
    nella tua terra
    il Friuli così trattenuto e profondo e pieno di tenerezza
    per te
    il poeta


    Parole povere



    Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
    l'altro mette il portafoglio nero
    nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

    Una sarchia la terra magra di un orto in salita
    la vestaglia a fiori tenui
    la sottoveste che si vede quando si piega.

    Uno impugna la motosega
    e sa di segatura e stelle.

    Uno rompe l'aria con il suo grido
    perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
    ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
    e io c'ero, ero piccolino.

    Uno cade dalla bicicletta legata
    e quando si alza ha la manica della giacca strappata
    e prova a rincorrerci.

    Uno manda via i bambini e le cornacchie
    con il fucile caricato a sale.

    Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
    Isolina portami un caffé, dice.

    Uno bussa la mattina di Natale
    con una scatola di scarpe sottobraccio
    aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
    zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

    Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
    mentre con l'occhio scoperto piange.

    Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
    anche l'altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

    Una scrive su un involto da salumiere
    sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

    Uno prepara un cartello
    da mettere sulla sua catasta nel bosco
    non toccarli fatica a farli, c'è scritto in vernice rossa.

    Uno prepara una saponetta al tritolo
    da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
    ma io non l'ho visto.

    Una dà un calcio a un gatto
    e perde la pantofola nel farlo.

    Una perde la testa quando viene la sera
    dopo una bottiglia di Vov.

    Una ha la gobba grande
    e trova sempre le monete per strada.

    Uno è stato trovato
    una notte freddissima d'inverno
    le scarpe nella neve
    i disegni della neve sul suo petto.

    Uno dice qui la notte viene con le montagne all'improvviso
    ma d'inverno è bello quando si confondono
    l'alto con il basso, il bianco con il blu.

    Uno con parole proprie
    mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
    voi dicete sempre di livorare
    ma non dicete mai di venir a tirar paga
    ingegnere, ha detto. Ed è già
    il ricordo di un ricordare.

    Uno legge Topolino
    gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
    e si è fatto in casa una canoa troppo grande
    che non passa per la porta.

    Uno l'ho ricordato adesso adesso
    in questo fioco di luce premuta dal buio
    ma non ricordo che faccia abbia.

    Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
    la parola amen
    perché questa sarebbe una preghiera, come l'hai fatta tu.

    E io dico che mi piace la parola amen
    perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
    e di pietà dentro il silenzio
    ma io non la metterei la parola amen
    perché non ho nessuna pietà di voi
    perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
    e l'allegria dei vinti e una tristezza grande.
    Ultima modifica di elisa; 10-02-2017 alle 06:27 PM.

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  • #2
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    Grazie elisa per avermi fatto conoscere questo poeta che non conoscevo, sono andata a cercare info su di lui e mi spiace non averlo scoperto prima.

  • #3
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    Citazione Originariamente scritto da Ondine Vedi messaggio
    Grazie elisa per avermi fatto conoscere questo poeta che non conoscevo, sono andata a cercare info su di lui e mi spiace non averlo scoperto prima.
    grazie a te per la curiosità che ti ha portato a scoprirlo


    Due

    Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
    incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

    Tra il piacere e quel che resta del piacere
    il mio corpo sta come un posto dove si piange
    perché non c’è nessuno.

    Un giorno settembre era limpido e ventoso
    il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

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  • #4
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    Piangere non è un sussulto di scapole
    e adesso che ho pianto
    non ho parole migliori di queste
    per dire che ho pianto
    le parole piú belle
    le parole piú pure
    non sono lo zampettío delle sillabe
    sull’inverno frusciante dei fogli
    stanno cosí come stanno
    né fuoco né cenere
    fra l’ultima parola detta
    e la prima nuova da dire
    è lí che abitiamo

    Pierluigi Cappello

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  • #5
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    Foto di Maria Cecilia Camozzi

    Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
    è tutta la terra passata di qui
    a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
    premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
    nel dirti senti come sono nuove le foglie
    da quale maniera di essere solo sono volate
    adesso guardi le cose come sono venute
    come si sono fissate, quando nella tua persona
    e appena pieghi la testa nel vuoto,
    nella domanda a che ora le api vanno a dormire
    quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
    davanti ai miei anni, insieme.

    Pierluigi Cappello

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  • #6
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    Sarà stato domani o l’altro ieri: mi sono sentito vecchissimo.
    Stavo seduto su di una sedia impagliata, vicino alla finestra,
    stava con me la desolazione della stanza vuota con nessuno.
    Non parlavo da secoli. Ed erano cresciute erbe selvagge
    intorno alla mia voce, oltre la finestra.
    La barba aveva messo radici al suolo, il viso era il suo frutto vizzo
    e la luce faticava a spartirsi fra le erbe,
    toccava le mie ciglia come l’ultimo respiro di Dio.
    Quel giorno mi sono sentito talmente vecchio
    da dubitare che un insignificante capriccio dell’aria
    facesse delle mie dita gessose una polvere soffiata,
    i resti di un’antica pergamena imperiale.
    Voi, che avete camminato con me, né i vostri passi
    né le vostre voci lasciano piú impronte, se non nella forma
    di un vasto, risonante silenzio, nel ricordare. Allora
    se c’è un tempo, questo è il tempo di raggiungervi, ho pensato,
    mentre un ragno cuciva un nido nel mio orecchio.
    Avevo smesso di desiderare
    da prima che mi accorgessi che ogni desiderio si era spento
    e c’era tanto spazio dentro di me, cosí mi sono lasciato cadere
    e la fiducia mi è venuta dietro.
    Ritrovarsi con il proprio corpo giovane, è cosí che mi è successo
    mi sono guardato il petto ed era un petto glabro
    mi sono guardato le mani e le dita non erano piú
    deviate dagli anni, tormentate come rami incendiati,
    ma schiette e dritte, fresche come un torrente montano.
    Mi sono guardato i piedi e posavano, forti, su una pietraia.
    È a quel punto che mi è parso di essere
    nella metà iniziale di una galleria,
    la galleria era breve, di là si scorgeva una scarpata
    inondata di luce e un verdeggiare in movimento
    cosí intenso, nella luce, che le foglie sembravano separarsi
    l’una dall’altra, esplodere sinfoniche, lo stormo e il volo.
    Da lí, da quel tremare, alte su di me, sono venute a fermare i miei passi
    due figure. La prima figura era mio padre
    cosí come lo ricordavo, un uomo di mezza età
    raccolto, gli zigomi alti, la bocca larga
    pronta alla vita, il collo di un cavallo da tiro.
    Era lui ma non era lui mentre mi stava davanti
    teneva negli occhi una luce senza passione, una forza
    trattenuta, la fibra di un arco pronta a scattare
    da prima della storia, quando si uccideva con le proprie mani
    per un pascolo, una capra, un albero di ulivo.
    La seconda figura era quella di un serpente
    e mi investí di calore la luce che lo precedeva
    e mi sentivo nudo e consegnato in quel precedere che illumina
    dalle caviglie al sesso dal sesso al petto dal petto alla radice di me
    spogliato anche della mia nudità. Quando mio padre
    cominciò a parlare, l’aria sembrò chiamarsi alle sue labbra:
    “Il tuo morire non si è ancora compiuto, morirai qui, adesso,
    una seconda volta, e tanto ti sarà dato quanto tu hai inflitto in vita.
    Ora scegli, me o il serpente?”.
    La sua voce si depose intorno a me. Scelsi il serpente,
    e la luce che mi aveva investito prese la sua forma,
    il dolore fu staccarsi dal dolore.
    Eccovi, ecco il fiorire, la memoria si schiuse ai loro volti
    come un uovo, i miei occhi si aprirono in tenerezza mentre
    li mettevo a fuoco, Bortolo si fece avanti per primo,
    aveva la grazia del vento fra i salici, la prontezza
    del ragazzo infallibile con la fionda che era stato,
    poi vidi mio padre dodicenne, sorridente allungava il polso
    per mostrarmi l’orologio nuovo, suo padre era poco dietro di lui,
    compiaciuto, alto come una fortezza, i baffi alla umbertina,
    le spalle larghe come le strade d’America e poi c’era Giordano,
    il misuratore, l’uomo dal quale ti saresti aspettato
    disegni sulla sabbia tracciati con una verga sottile di frassino,
    Roberto stava piú lontano, si teneva vicino a Gina, la mansueta,
    la dissipata, con l’incertezza della lepre, lo splendore degli occhi di Alda
    profetici e ciechi. La voce acuta di Rino, lo stalliere,
    mi colpí in faccia come una manciata di chiodi, Cesare
    mi abbracciò con quelle sue braccia solide, da muratore
    e le mani dalle dita spesse, abrasive, la scena chiusa negli occhi
    dell’avvocato dal profilo di falco, dai gesti ineffabili
    parenti delle nuvole, e a poco a poco, quando ognuno si fu
    avvicinato – chi per toccarmi, chi per stringermi, chi semplicemente
    per mettere il suo sguardo nel mio e allargare un cerchio di silenzio –
    la mia sorpresa si sciolse in calma e la calma in abbandono
    e tutti erano in una sola felicità nel vedermi, felicemente vuoti.
    “Non so se volevi venire ma io ti ho portato dentro un ricordo”
    mi disse Lia, con il candore dei suoi cinque anni.
    Le sue parole non si erano spente quando sparí, come sparisce
    la luce del lampo, e con lei scomparvero tutti, nessun volto
    rimase a guardarmi e come quando la forza dell’acqua rifluisce
    lasciandosi dietro soltanto detriti e spezzoni, a me venne lasciata
    una solitudine nuda come un sasso, che mi riempiva gli occhi.
    Concentrai la mia desolazione nel primo urlo,
    dopo che mi ero lasciato cadere sulle ginocchia, il secondo urlo
    tagliò l’aria con la forza del ferro che apre una pancia,
    poi urlai finché potei, e ogni volta l’eco che tornava a me
    misurava l’intensità della mia separazione, urlai finché
    l’eco non tornò piú e l’urlo non fu altro che un soffio, il gorgogliare
    di un animale colpito, la gola attraversata da un pasto di lame.
    Quando puntai sulle palme per alzarmi, il costato
    scricchiolò come un canestro e l’impassibilità sovrana
    di chi non ha piú niente dietro di sé scese su di me:
    con meditata lentezza, mi guardai attorno, per capire
    dove mi trovavo. Una profonda bassura, circolare,
    chiusa ai margini da una scarpata di massi e pietrisco rossastri
    era il luogo che aveva trattenuto le mie urla, un posto che sembrava
    bruciato dall’interno dove pietre, polvere, colore
    erano una cosa sola con il caldo che mi premeva le tempie,
    che riempiva i polmoni, che faceva di me un organismo
    indifferente, obbediente al suo funzionamento primordiale: sangue,
    circolazione, respiro. Presi una direzione qualsiasi, deciso
    a salire un punto qualsiasi della scarpata, lo feci conquistandone
    le asperità metro per metro, sdrucciolando, sbucciandomi le ginocchia,
    ricadendo e risalendo, con l’ostinazione di un insetto dentro un bicchiere
    e quando superai l’orlo, mi apparve la vastità di un deserto,
    raccolto nel suo silenzio; il suolo era di un giallo quasi bianco,
    salino, segnato da una ragnatela di crepe che accompagnavano
    il mio sguardo verso l’orizzonte: era come se lembo dopo lembo
    si fosse lacerato da sé, per fare posto all’acqua che non c’era.
    Il riverbero del sole allo zenit era accecante, bruciava le congiuntive.
    Strinsi le palpebre per vedere meglio dove il cielo si separava dalla terra
    ma la linea d’orizzonte era piú intuita che reale, piú un passaggio
    lento, sfumato dal quasi bianco del suolo al bianco del cielo,
    opaco per il calore. Ecco che cos’è essenziale, una linea
    che non c’è ma c’è, di una semplicità che non ammette errori
    il segno sul quale piegarsi per decifrare. L’enorme libertà
    delle direzioni fece muovere i miei passi, m’inoltrai nella sete
    con lo sguardo basso, un piede dopo l’altro, e mentre camminavo
    commisuravo la mia biologia alla durezza del luogo.
    Camminai e camminai, qualche volta mi fermavo
    per scrutare il cielo, ma il sole era inchiodato al suo zenit,
    ebbi l’impressione di camminare per sempre, per sempre
    misurandomi, fermandomi, scrutando, finché, le fauci
    in fiamme, gli occhi bruciati, i gesti sempre piú slegati
    l’uno dall’altro, la mia volontà perse la presa e caddi
    e lasciai che il calore del suolo mi scottasse
    il petto e la guancia, sentii il sudore raccogliere la polvere.
    A faccia in giú, gli occhi chiusi, premetti i polpastrelli al suolo
    e il suolo non era piú polvere e calore ma qualcosa di solido e fresco
    e quella freschezza passò per la guancia e il petto
    si versò tutta nel mio corpo, allora aprii gli occhi, sollevai la testa,
    piano, come l’erba dopo che è stata calpestata, mi accorsi di giacere
    su di un lastricato: a due passi, ancora fuori fuoco, c’era l’ombra
    di una pergola e, piú in là, una fontana; mi trascinai verso l’ombra
    sotto il pergolato, mi voltai e mi abbandonai a quel benessere
    come quando ci si lascia galleggiare, sostenuti dalla confidenza
    dell’acqua. Non so quanto rimasi lí, nell’abbandono. Rialzarmi
    fu qualcosa di liquido, armonico, andai verso la fontana e bevvi
    o mi parve di bere, il grigio delle pietre e il verde intenso della pergola
    passarono per la mia pelle, chinai la testa sotto la fontana
    come per un battesimo, l’acqua si infilò nel nero dei capelli
    ne sentii le dita fresche passare fra le scapole, correre il mio corpo
    riempire il campo arso che ero stato. Come se io fossi
    un’infanzia: lei mi apparve cosí, e sembrava lí, da sempre.
    Con la presa che hanno in noi i nostri gesti piú consueti
    impossibili da descrivere e da separare da noi stessi.
    Posso dire dei suoi capelli, che avevano la consistenza della luce
    e sottili e lunghi erano un corpo solo con l’aria o della linea
    delle braccia che le accompagnava i fianchi con la dolcezza
    di un soffio su uno specchio d’acqua, o del turchese
    innaturale dello sguardo, un turchese che soltanto i bambini
    possono immaginare uguale, se non hanno mai visto il mare;
    ma la sorpresa che mi schiuse alla commozione come un frutto
    quando mi accorsi della sua ombra, è difficile da dire:
    era una sorpresa che non era una sorpresa, era l’evidenza
    delle cose ovvie quando all’improvviso si aprono
    e ti aggrediscono e afferrano il tuo sguardo, lo riportano
    alla prima nudità. “Hai un’ombra, il tuo corpo sembra avere peso,
    sei viva in questa terra di morti, da dove vieni e chi ti ha portata
    qui?”, le domandai, arreso. E, alla domanda, l’indulgenza
    e la compassione segnarono il suo volto di un sorriso che mi avvolse.
    “Vengo da una distanza che non puoi commensurare.
    L’esponente si accartoccerebbe sotto il peso del numero
    espresso e poiché la tua mente è piccola e la distanza è grande
    non pensarla mai, dovresti farti cosí vasto da scomparire
    se la pensassi”. Il cielo era sotto di noi quando me lo disse.

    “Egli si sentí svanire”.

    Pierluigi Cappello

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  • #7
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    Citazione Originariamente scritto da Ondine Vedi messaggio
    Sarà stato domani o l’altro ieri: mi sono sentito vecchissimo.
    Stavo seduto su di una sedia impagliata, vicino alla finestra,............

    Pierluigi Cappello
    Ma è una poesia o un bellissimo racconto fantastico?

  • #8
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    Scrivo per te parole senza diminutivi
    senza nappe né nastri, Chiara.
    Resto un uomo di montagna,
    aperto alle ferite,
    mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
    il suono dei “sí” pronunciati senza condizione,
    dei “no” senza margini di dubbio;
    penso che le parole rincorrano il silenzio
    e che nel tuo odore di stagione buona
    nel tuo sguardo piú liscio dei sassi di fiume
    esploda l’enigma del “sí” assordante che sei.
    Scriverti è facile; e se potessi verserei
    la conoscenza tutta intera delle nuvole
    la punteggiatura del cosmo
    la forza dei sette mari, i sette mari in te
    nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.
    Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
    ti scrive da un tavolo ingombro
    e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
    sulla casa dalle grondaie rotte
    quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
    non sa che l’inciampo nel dire come si resta
    e come si preme
    nel mistero del giorno nuovo in te
    che prima non c’era
    adesso c’è.

    Pierluigi Cappello

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