Se qualcuno è stanco di soffrire, ecco che arriva l'accabadora, letteralmente "colei che finisce", la quale, con armi rudimentali - ad esempio, un cuscino che soffochi il "paziente" - in un battibaleno e senza tante chiacchiere consegna quel qualcuno al mondo degli inferi.
Siamo negli anni '40. La donna che nel film ricopre questo ruolo, sopporta con angoscia il compito che la vita l'ha chiamata a svolgere: sopraffatta dalla vergogna ma, al tempo stesso, cosciente di un destino - che fu, prima di lei, quello di sua madre e di sua nonna - al quale sa di non poter sfuggire, evita gli esseri umani, sorella e nipote comprese, ed essi evitano lei. Quando la nipote, rimasta sola e per caso scoperto il "mestiere" della zia, fugge a Cagliari, la donna decide, per la prima volta in vita sua, di lasciare il suo paesino per andare a cercarla...
Il film è cupo e, fino a un certo punto, angosciante. Inoltre si fatica ad entrare nella storia, poiché è lento e non perfettamente comprensibile, soprattutto a chi non dovesse conoscere la figura dell'accabadora. Da un certo punto in poi, i pezzi sembrano combaciare e la storia diventa più semplice e chiara, per quanto dolorosa, mostrandoci un personaggio interessante e contraddittorio, interpretato da una bravissima Donatella Finocchiaro.
Mi è piaciuta la scena della morte della sorella, forte e cruda. La storia d'amore tra lei e il medico mi è sembrata poco credibile, ma forse l'amore è sempre poco comprensibile e questa è la sua forza.
Un finale che non ho ancora capito bene, forse aperto? Attendo lumi nel cineforum.