TRAMA
«L’una e l’altra» è un romanzo a specchio, composto da due lunghe novelle che si collegano e si richiamano a vicenda. Una è la storia di una ragazza che, nella Ferrara del Quattrocento, si finge maschio per portare avanti la carriera di pittore (Ali Smith la immagina come segreto alter ego di Francesco del Cossa, autore degli splendidi affreschi che adornano le pareti del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia); l’altra è la storia di Georgia – detta George – una sedicenne di oggi che si trova a fare i conti con l’improvvisa morte della madre, attivista politica forse tenuta sotto sorveglianza, pochi mesi dopo una visita a quegli stessi affreschi. Fra suggestioni da romanzo storico e atmosfere quasi mystery, «L’una e l’altra» è una modernissima riflessione sull’identità di genere, sul rapporto fra arte e potere, sulle mille possibili declinazioni dell’atto del guardare (dalla contemplazione di un’opera d’arte all’entertainment allo spionaggio): un romanzo originalissimo, sfaccettato e affascinante che in Gran Bretagna ha segnato la definitiva consacrazione della sua autrice, facendo incetta di premi letterari e vendendo decine di migliaia di copie.



COMMENTO
Questo romanzo è un testo davvero molto complesso, che sicuramente meriterebbe un commento decisamente più approfondito e pensato: mi riprometto di tornarci sopra in seguito, e di scrivere qualcosa di più ragionato (sì, sappiamo tutti che non lo farò mai, ma porsi dei propositi e degli obiettivi fa sempre bene.
Nonostante questa complessità, "L'una e l'altra" è anche un gioco: un gioco di Ali Smith con il lettore, un gioco della Smith con la sua stessa materia letteraria, un gioco di parole, un gioco nel senso più fisico del termine. "Una e l'altra" è composto in realtà da due novelle, una ambientata nella Ferrara estense, l'altra ai giorni nostri, e al lettore sta il compito di comprendere in che modo le due novelle si intreccino tra loro. Oltretutto, c'è un piccolo gioco editoriale: metà delle copie di questo romanzo riportano per prima la novella su Franceso del Cossa, l'altra metà quella su George. Avevo letto in diverse recensioni che, qualora la propria copia fosse iniziata con il racconto del pittore rinascimentale, la lettura sarebbe apparsa molto più ostica e di difficile comprensione, per cui quando ho scoperto che la mia copia iniziava proprio con i pensieri di Francesco del Cossa mi sono un po' scoraggiata. Sono anche stata tentata di leggere prima la seconda parte e poi tornare indietro, ma poi mi sono detta che libri così particolari capitano una sola volta all'anno, e allora tanto valeva buttarsi a capofitto nell'avventura e rischiare.
Ebbene, indubbiamente la prima ventina di pagine, scritte con uno stile decisamente onirico e con giochini tipografici che lasciano un po' spaesati, si sono rivelate uno scoglio abbastanza tosto, ma superate quelle la lettura è scivolata con una fluidità sorprendente. Certo, forse la vicenda risulta più chaira solo dopo aver affrontato anche la seconda novella, ma questo non significa in alcun modo che la prima parte sia illeggibile o che si arrivi in fondo senza aver compreso niente. Anzi, sotto un certo punto di vista devo dire di aver apprezzato molto di più la prima parte, perché è decisamente più ricca di esperimenti linguistici e stilistici, e devo dire che il modo in cui i pensieri di Francesco sono evocati per la prima volta mi sono rimasti nel cuore. E sarà che al liceo ho avuto un professore di storia dell'arte fenomenale, ma chiudendo gli occhi mi è sembrato per un attimo di avere di nuovo sedici anni, e di trovarmi fra i banchi di scuola a sostenere un'interrogazione che è più simile ad un colloquio sul Palazzo Schifanoia, e questo ha aggiunto una componente emotiva non indifferente alla lettura.
Una cosa che ho apprezzato moltissimo della novella storica è tutta la ricerca e l'attenzione ai dettagli che sicuramente ha impegnato moltissimo la Smith: quando leggo certi romanzi storici, a volte ho l'impressione che l'autore inserisca certi dettagli solo per impressionare il lettode, per mostrare quanto è bravo e quanto ne sa di quel determinato periodo storico, e la cosa finisce sempre per irritarmi. In questo caso, invece, le cose sono diverse: la Smith inserisce un numero incredibile di dettagli storici e di cenni sul modo di dipingere dell'epoca, ma lo fa in maniera estremamente naturale, senza volersi vantare di nulla. Ho trovato tutto questo molto bello.
Indubbiamente il racconto di George si fa leggere con molta più semplicità, perché è un racconto decisamente più lineare e meno sperimentale. E nonostante sia, almeno a livello stilistico, molto più semplice, devo dire che ho apprezzato infinitamente il realismo nel delineare un'adolescente sicuramente fuori dal comune, inquieta e particolare, e ancora di più ho apprezzato la precisione e il rispetto con cui si affronta l'elaborazione del lutto. E quando alla fine si arriva a chiudere il cerchio, cogliendo anche l'ultimo elemento di continuità tra Francesco e George, la soddisfazione è quasi fisica.
Questo è un romanzo che parla di apparenze, di superfici dipinte che diventano al tempo stesso specchio e lente in grado di distorcere la realtà, è un romanzo che parla di come sia possibile raccontare una storia in mille modi diversi, e di come, spesso, sia impossibile capire dove finisce una storia e dove ne inizia un'altra. È un romanzo estremamente cinematografico, perché la scopofilia qui raggiunge livelli e significati del tutto nuovi, ed è una riflessione interessantissima sulla storia dello sguardo e sui nuovi media.
Non conoscevo Ali Smith, se non per sentito dire, ma direi che uno degli obiettivi per il nuovo anno sarà proprio quello di approfondie la conoscenza di questa scrittrice.