Nell’intricato bosco di olivi tra il nord delle Puglie e le alture della Lucania, in un medioevo popolato da lupi famelici, sordidi briganti e magiche architetture, oscuri personaggi si aggirano bussando alle porte delle masserie per cercare riparo nei duri mesi invernali. Non tutti però sono disposti a dare loro ospitalità, a causa del loro aspetto raccapricciante. Ad una di queste creature, la madre itinerante, è indissolubilmente legato il destino dei due protagonisti, Nicola e Ofelia i quali, sebbene ignari dell’altrui esistenza, cominciano a sognarsi a vicenda nell’imminenza di un viaggio che entrambi si accingono ad intraprendere: Nicola per seguire il gregge nella prima transumanza della vita, Ofelia a seguito della spedizione del padre, mercante di stoffe, convocato dagli araldi della principessa, la quale vuole scegliere personalmente le stoffe per le sue nozze. Il viaggio di entrambi sarà carico di avventure e di pericoli ma sarà ancora una volta la madre itinerante a fornire la soluzione svelando il segreto che incombe sul passato delle famiglie dei protagonisti e permettendo all’amore di trionfare su ogni avversità.

Immaginate di fare un salto indietro nel tempo di… diciamo… cinque o seicento anni. Immaginate di trovarvi in una terra che oggi corrisponde al confine tra Puglia e Basilicata, una terra che tanto dà e tanto toglie ai suoi abitanti, fra altipiani, montagne, stupendi castelli e là, sullo sfondo, il mare. Ecco, è qui che è ambientato “Richiami d’amore”, il secondo romanzo di Stefano Capraro.
Ovviamente ad un’ambientazione così particolare corrisponde un romanzo altrettanto singolare, una novella, una storia d’altri tempi, eppure con quel qualcosa che fa pensare all’oggi e che rende tutto più completo e godibile.
I protagonisti sono Nicola, figlio del mezzadro Don Vittorio ed accompagnato dal fedele cane Argo e da Trifone, suo fedele servo ed amico, ed Ofelia, la giovane e bella figlia di Manfredi, stimato mercante di stoffe. Nicola ed Ofelia non si conoscono fisicamente, ma da qualche tempo fanno strani sogni che li turbano, visioni premonitrici che li attirano l’uno verso l’altra, in una promessa di eterno, vero amore. Così quando Nicola, in viaggio per la transumanza, avvista il castello che intravede nei suoi sogni, capisce che la sua amata è lì e deve assolutamente raggiungerla. Ofelia nel frattempo è in viaggio con il padre, diretta proprio a quel castello, in risposta al richiamo della principessa che vuole acquistare le stoffe per le sue nozze. Lei non lo sa ancora, ma il richiamo a cui risponde è ben più profondo ed antico, è quello di una profezia fatta tanti anni prima da una vecchia, la madre errante: è una profezia dettata dalla riconoscenza, destinata a generare legami forti, duraturi e preziosi come un monile dalla forma ottagonale.
Un romanzo che si fa leggere, con una trama affascinante e per nulla banale. Stefano Capraro conferma, anche in questo romanzo, la sua proprietà di linguaggio, adattando benissimo il registro linguistico ai personaggi: ora aulico, adatto a conversazioni estremamente formali, ora colloquiale e con espressioni dialettali per le conversazioni tra Nicola e Trifone e con il loro cane. Quest’abilità non è affatto scontata, visto che la storia è ambientata nel Medioevo e che è quindi necessario adattare anche il linguaggio a quell’epoca.
Lo stile, poi, è a suo modo semplice e ricco, con descrizioni particolareggiate ed evocative, ma mai prolisse. Importanti sono anche i riferimenti al territorio, alla transumanza, alla proverbiale ospitalità della gente del Sud, al “pane caldo e alle messe domenicali”, alle credenze popolari che sanno mescolare credulità e magia.
Una lettura piacevole, dunque, per lasciarsi affascinare ed anche un po’ per sognare. Lo consiglio caldamente.