Questo romanzo, scritto durante l'esilio dell'autore in Svizzera e pubblicato inizialmente in tedesco nel 1941, è il seguito di Pane e vino e prosegue con la narrazione delle vicende di Pietro Spina durante l'inverno del 1935/36.
In Italia la versione definitiva fu edita solo nel 1961.
Avendo già letto e apprezzato il precedente non potevo esimermi dal continuare ad immergermi nei luoghi d'Abruzzo cari a Silone (che per il 2018 sarà il mio Autore per un anno).
Vivere per una ventina di giorni (questo è stato il mio tempo di lettura del libro) con persone come Pietro, sua nonna donna Maria Vincenza, Faustina, Simone, don Severino ed Infante mi ha arricchita molto e mi ha trasmesso emozioni antiche che oggi quasi non riesco più a provare, soprattutto legate al vero senso dell'amicizia. Per parecchio mi porterò dietro questa lettura che da qualcuno in rete è stata definita frammentaria e difficile da seguire ma che invece per me è stata densa e completa, con un finale che non poteva essere diverso e che è stato degno dello spirito umanitario di Pietro.
Sulla trama non dico nulla perché lascio a voi il piacere di scoprirla, compreso la parte in cui si capisce il significato del titolo.

Di seguito posto delle citazioni che vi faranno avere un'idea dello stile intenso dell'autore, degno del grande Dosto (per proseguire col paragone già fatto dal prof Dallolio nella recensione di Vino e pane):

Forse ognuno secondo la materia di cui è fatto, attira a sé fin dai primi anni le esperienze decisive che dànno l’impronta all’anima, fanno che Muzio sia Muzio, e non Caio. Vi sono dolori che concentrano intorno a sé tutte le forze riposte dell’essere, tutte le energie vitali, e restano confitti e articolati in noi come la spina dorsale sul corpo, come i fili in un tessuto. Distruggere i fili? Certo, si può, ma distruggendo il tessuto.

Veramente io non ho ancora eliminato dalla mia mente il dubbio che forse la mia ostinazione per l’illegalità potrebbe essere il frutto della mia preferenza per la vita comoda e sicura, forse anche della mia pigrizia. Un rivoluzionario fuori-legge, vedi, si trova nella stessa condizione ideale del cristiano in convento; egli rompe i ponti col nemico e i suoi allettamenti volgari, gli dichiara guerra aperta e vive secondo la propria legge. (Pietro)

V’è una tristezza, Maria Vincenza, una tristezza sottile da non confondere con quella più ordinaria che viene da rimorsi da delusioni da sofferenze patite; v’è una forma d’intima tristezza e disperazione che si attacca di preferenza alle anime elette.

Da queste parti, tra le persone più sensibili, questa forma di disperazione è stata sempre molto diffusa; ma una volta, per sfuggire al suicidio o alla follia, essi andavano nei conventi. Ecco un tema serio di meditazione sacra: perché i conventi non servono più a quello scopo?

Cerca d’immaginarti, Pietro, nella stessa persona un uomo antico e un bambino, un adolescente antico, incorruttibile. Prima di sedersi a tavola e prima di alzarsi, prima di mettersi al lavoro e al momento di staccare, mastro Raffaele usa farsi il segno della croce, e quel gesto che praticato dai bigotti mi dà ai nervi e fa urlare, da lui, dovresti vederlo, è semplice naturale stupendo. Questa razza sta diventando sempre più rara, e quando sarà del tutto sparita che aspetto avrà il mondo già così triste?

Forse la vera libertà consiste in un’assoluta fedeltà a noi stessi.
Il destino a mio parere -dice Simone- si riduce a questo: i nostri atti più sinceri non possono essere che nostri. Il destino ci si rivela a mano a mano che sciogliamo i nodi della nostra matassa. Quanto più siamo leali, io penso, tanto più il nostro destino ci appare evidente.

Proletari e cafoni di tutti i paesi, unitevi: le ossa degli umili esulteranno.

Però delle volte ho l’impressione di non essere mai vissuta, d’essere rimasta una larva, di trovarmi aggrappata con le mani graffiate alla cancellata oltre la quale comincia la vita, e d’essere condannata a guardare di là, senza avere mai il permesso d’oltrepassare quella soglia. Delle volte, sento mancarmi le forze, lentamente dissanguarmi, disgregarmi. Ah, mio Dio, se prima di morire mi fosse concesso uscire dalla rappresentazione, dal fittizio, dall’incubo, oltrepassare la soglia, vivere, andare di là. Accetterei poi qualunque cosa come penitenza, il carcere il manicomio il convento la dannazione eterna; ma prima vorrei andare di là. (Faustina)