Trama:
Bradfield, una cittadina a ovest di Londra. Finora, gli unici serial killer che lo psicologo Tony Hill abbia mai incontrato sono al sicuro dietro le sbarre di una cella. Ma stavolta è diverso: l'assassino è libero, e per torturare e uccidere trae ispirazione da una visita al museo delle torture di san Gimignano... Il terrore s'impadronisce della città: sembra non esserci alcuna correlazione tra gli omicidi, è impossibile tracciare un profilo del killer, quasi che le vittime vengano scelte a caso. Nessuno si sente al sicuro, mentre la polizia si perde tra mille false piste e sulla stampa iniziano ad apparire strani, inquietanti messaggi scritti forse dall'assassino stesso, intelligente, coltissimo, invisibile. Ma chi è, e come catturarlo?

Commento:
Dato che prima di leggerlo non ho letto la trama di questo libro, non avevo aspettative particolari: sapevo solo che era un poliziesco.
Per farvi capire di cosa sto parlando, devo per forza raccontarvi come il libro è strutturato. Ci sono ovviamente i capitoli, preceduti però da parti del diario dell’assassino. La storia quindi ha due filoni: il “killer dei finocchi” (soprannome orrendo) narra le vicende dal principio, mentre il protagonista principale entra definitivamente in gioco dopo la scoperta del quarto cadavere. Mi è piaciuta moltissimo questa scelta: innanzitutto l’autrice è stata bravissima nello scrivere il diario a non far capire l’identità del killer fino a quando, verso la fine, la polizia non l’ha scoperta. Inoltre, la storia si costruisce e i vari pezzi si incastrano gradualmente e in maniera molto naturale, come se vicende contemporanee e diario partissero da due strade lontanissime l’una dall’altra, per poi finalmente congiungersi in una sola, quando l’adrenalina e la tensione sono al culmine.
Superato lo smarrimento iniziale dato dal capire ben poco del primo pezzo di diario, il libro ha impiegato un tempo sorprendentemente breve a catturare la mia attenzione e stimolare il mio interesse. Sono sempre stata affascinata dal lavoro dei profiler, e se ne trovo uno senza saperlo il godimento è decisamente maggiore. Ne capisco comunque troppo poco, ma a giudicare dai libri letti e serie viste, la McDermid ha trattato questo argomento dandogli finalmente il giusto spazio. In molti libri i profili vengono solo accennati e decisamente mitizzati, resi più di quel che sono in realtà, invece in questo caso l’elaborazione del profilo viene descritta in modo molto dettagliato, viene detto da subito che comunque non è affatto certo che tutto ciò che è stato ipotizzato corrisponda al vero e che il compito materiale di catturare l’assassino spetta comunque ai poliziotti.
Ho apprezzato parecchio anche le diverse situazioni che un caso così tragico può creare: giornalisti senza scrupoli che vogliono una storia ad ogni costo e mettono lo schoop davanti a tutto; poliziotti arrabbiati che per la frustrazione spesso commettono qualche errore; mosse di strategia che possono coinvolgere innocenti e finire in modo molto tragico.
Il protagonista è uno psicologo molto in gamba: non è perfetto e lo sa, riconosce i suoi limiti e cerca di migliorarsi e trattare le persone meglio che può, per questo ho provato per lui simpatia immediata. Ha fatto sicuramente degli sbagli, cosa che lo rende più umano, ma comunque sempre positivo perché li accetta e non li sottovaluta. C’è anche una coprotagonista, l’ispettore Jordan, instancabile lavoratrice ce la mette tutta per liberare il mondo dai cattivi, intelligente, perspicace e intuitiva, che però, come tutte le donne innamorate, non può fare a meno di mostrare un pizzico di gelosia e fragilità in più quando entrano in gioco i sentimenti.
Il caso è brutale, violento e parecchio disgustoso, non privo di colpi di scena e momenti mozzafiato che fanno trattenere il respiro e congiungere le mani per l’ansia che vada a finire tutto bene.
Sinceramente, unico dubbio che mi è rimasto è cosa c'entrasse il titolo con la storia.