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 Parole. Tutte le poesie

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Discussione: Pozzi, Antonia - Parole. Tutte le poesie

  1. #1
    La nina silencio
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    Predefinito Pozzi, Antonia - Parole. Tutte le poesie

    Il libro non l'ho letto ma ho trovato una bellissima recensione scritta da Annalucia Cudazzo, che sintetizza perfettamente la vita privata e il pensiero intimo di questa poetessa che amo moltissimo, il cui titolo è "Il conforto della poesia".

    Il volume edito nel 2015 da Àncora raccoglie per la prima volta l’intera produzione poetica di Antonia Pozzi, riunendo sillogi postume e componimenti fin qui inediti. L’edizione, curata da Graziella Bernabò e Onorina Dino, è stata realizzata grazie a un attento lavoro filologico condotto ex novo su manoscritti autografi della Pozzi e altri ricopiati da Lucia Bozzi, cara amica della poetessa, e da sua sorella Clelia. Tale materiale è conservato presso l’Archivio Pozzi di Pasturo, cui da qualche anno sono stati donati anche i testimoni in possesso della suora monzese Onorina Dino. La collatio è stata effettuata fra i tre quaderni su cui la Pozzi scrisse fino alla morte, rilegati successivamente dalla famiglia, che rappresentano pertanto il testimone principale, e il resto del materiale, indispensabile per il recupero di testi modificati o del tutto eliminati dal padre della poetessa. Il titolo, apparso già per altre edizioni, è ripreso dal modo in cui la Pozzi soleva definire i suoi versi: Parole.
    La copiosa opera della poetessa milanese si estende per un arco di nove anni: dal 1929, quando appena diciassettenne comincia ad appassionarsi alla scrittura e alla fotografia, al 1938, quando, nel dicembre, si arrende di fronte a un mondo di “nubi di pianto e corolle di deliri”, di cui aveva parlato in uno dei suoi ultimi componimenti, e decide di togliersi la vita, ingerendo un’eccessiva quantità di barbiturici e abbandonando il suo corpo privo di sensi fra la neve.
    Nel primo foglio del quaderno della Pozzi c’è una dedica, riportata anche in apertura del volume, al suo professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, amante della cultura e della musica, più grande di Antonia di diciotto anni. Nei suoi confronti la Pozzi nutre una profonda ammirazione che non tarda a diventare vero e proprio innamoramento, di cui prende coscienza al momento della partenza di Cervi: i due intrecciano un fitto e intenso rapporto epistolare, coltivando un amore a distanza, purissimo e idealizzato, ma fortemente ostacolato, fino alla definitiva interruzione, dalla famiglia della poetessa, unica figlia di un noto avvocato e di una contessa che esigevano per lei un ben più rispettabile partito.
    Ad Antonio Maria Cervi sono indirizzati moltissimi versi della Pozzi, che lo rievocano con nostalgia nei giorni in cui insegnava a Milano, che lo immaginano nella sua nuova vita a Roma, che esprimono il sentimento “senza macchie” e “gigante” nutrito per lui, spesso chiamato in modo vezzeggiativo “Antonello”. Sogna con lui un futuro d’amore e desidera ardentemente di avere un figlio, il “bimbo non nato” di molte sue poesie, che avrebbe dovuto portare il nome del fratello del padre, Annunzio Cervi, autore d’avanguardia, caduto durante la Grande guerra, fantasma che esercita sulla giovane Antonia una forte suggestione al punto da farle scrivere, in una poesia in sua memoria: “nel mio amore, la tua morte è Vita”. Nel 1933, la Pozzi scrive dieci componimenti, raccolti sotto il titolo di La vita sognata, in cui con toni struggenti racconta la fine del suo rapporto amoroso descritto come la sua “fiaba”, la sua “parabola santa”; fantastica su come sarebbe stata la sua esistenza di sposa e soprattutto di madre e augura all’amato di poter incontrare un’altra donna che gli doni “la creatura che abbiamo sognata / e che è morta”.
    Sullo sfondo delle sue prime prove poetiche compaiono vari elementi della natura che testimoniano la grande sensibilità della Pozzi verso l’ambiente e anche verso gli animali, in modo particolare emerge l’affetto per il suo cane che qualche volta fa capolino nei suoi versi. Il paesaggio, spesso descritto con toni malinconici che mostrano l’influsso dei crepuscolari, continua a rivestire un ruolo fondamentale anche nelle poesie successive, diventando specchio degli stati d’animo della giovane Pozzi, fino alla sua identificazione totale con la terra, simbolo materno e di fecondità per eccellenza. A partire dal 1936, l’alpinista Emilio Comici impartisce ad Antonia delle lezioni di sci e di roccia: il contatto con i boschi e le montagne le ispira numerosi componimenti in cui le Alpi diventano un luogo misterioso ma nello stesso tempo un rifugio accogliente e permettono alla poetessa di sconfiggere la paura del silenzio e del vuoto che dominano sul luogo.
    Un altro tema trattato è quello dell’amicizia, soprattutto quella con Lucia Bozzi, conosciuta negli anni del liceo e dedicataria di alcuni componimenti, caratterizzati da un clima di tenerezza e da immagini semplici e delicate. Questo è il periodo della presa di consapevolezza della sua femminilità e della rappresentazione in poesia del suo corpo, descritto sempre nella sua estrema magrezza e gracilità che sembrano lo specchio della fragilità d’animo della Pozzi, corpo di donna pronta a concedersi all’uomo che disposto ad amarla, come viene detto in Canto della mia nudità.
    Il componimento termina, però, con un’immagine imprevedibile: la poetessa immagina il giorno in cui quel fisico nel fiore dell’adolescenza sarebbe stato sepolto, nella sua nudità, emblema di una profonda solitudine, sotto terra. Un’attrazione per la morte spesso presente nella Pozzi, che si riflette in diverse immagini: dal decesso di un bambino caduto nell’acqua bollente alla rievocazione di Annunzio Cervi, dal desiderio di avere un monumento funebre in suo onore alla descrizione di un sogno in cui la nonna, spesso protagonista delle sue poesie, viene rappresentata priva di vita in una bara. Quest’oscuro sentimento e quest’idea della morte si accentuano dopo la fine del legame con Cervi, visto che nel quinto componimento di La vita sognata, intitolata appunto Inizio della morte, scrive “Anima - / e tu sei entrata / sulla strada del morire”. Qualunque tentativo di ricominciare ad amare fallisce miseramente: Remo Cantoni, conosciuto all’Università Statale di Milano, non ricambierà i sentimenti della Pozzi, così come non li ricambierà Dino Formaggio, cui si era legata negli ultimi anni della sua vita.
    Un altro rapporto difficile che vive la Pozzi è quello con Dio, venerato con devozione da Cervi, ma a cui lei non si sente per niente vicina: non è d’accordo con la fede coltivata dal suo amato e anzi, in Lamentazione, una sorta di preghiera *– o meglio anti-preghiera – al Signore, la poetessa scrive che Dio non ha fatto altro che renderla succube di un’eterna tortura, non esaudendo neanche il suo desiderio più grande, quello di diventare madre. Eppure in Preghiera la poetessa dimostra come le farebbe comodo avere un punto fisso, un riscatto che solo Dio sembra poterle dare, per permetterle di continuare a vivere.
    Negli ultimi anni della sua esistenza, la Pozzi si immerge nella realtà della povera gente, dei miseri che abitano nella periferia di Milano, della casa degli sfrattati di piazzale Corvetto, e rimane profondamente colpita conoscenza da questo mondo così lontano da quello in cui è abituata a vivere. In questo periodo, i suoi componimenti, come quelli del suo amico Vittorio Sereni, si aprono a scenari cittadini, dalle fabbriche ai treni, e testimoniano l’allargarsi degli orizzonti di una poetessa che matura e perfeziona il suo stile. Infatti, nel 1935, la Pozzi si laurea con una tesi, assegnatale dal docente di Estetica, Antonio Banfi, su Flaubert; subito dopo si reca a studiare in Austria e in Germania e, tornata in Italia, nel 1937 inizia la sua carriera d’insegnante. Tuttavia, nonostante questi successi personali, si sente sempre più inquietata dallo scenario del suo tempo: siamo alla vigilia dello scoppio del Secondo conflitto mondiale e la Pozzi, dopo una passeggera fase di fiducia verso il fascismo, testimoniata dalla poesia Il capo, cioè Mussolini, prende consapevolezza della crudeltà dei potenti e dell’atrocità delle guerre, elaborando questi temi nei suoi versi con un linguaggio che diventa più espressionista.
    Il lessico utilizzato dalla Pozzi è accessibile a chiunque si approcci alla sua poesia, caratterizzata da immagini semplici ma efficaci che ogni lettore può riscontrare nella realtà, elementi che conferiscono al suo stile limpidezza e immediatezza. I primi componimenti risentono molto dell’influsso di letture giovanili compiute durante gli anni del liceo, in modo particolare di Leopardi e d’Annunzio, e si avvertono toni intimi vicini ai crepuscolari, per il clima di mestizia e per l’andamento a volte prosastico.
    La poetessa condivide elementi con autori italiani cronologicamente vicini a lei, come Palazzeschi, richiamato dal frequente uso di vezzeggiativi e i diminutivi, e come Ungaretti, nei componimenti in cui la parola si fa più essenziale e i versi si arricchiscono di analogie, ma anche di scrittori più lontani nel tempo o nello spazio. Ad esempio, in Amore di lontananza si può vedere un legame con Rudel, trovatore famoso per il suo amor de lonh, così come si nota l’influenza del simbolismo francese e belga e ancora in Il porto, dove a dominare è un senso di stanchezza e di alienazione dagli altri, si può intravvedere un richiamo a Rimbaud e alla sua Il battello ebbro. Fondamentali per il suo modo di fare poesia sono gli autori trattati durante le lezioni universitarie, come Rilke e in modo particolare Thomas Mann, nel cui personaggio di Tonio Krogër, sensibile, amante dell’arte e consapevole di essere diverso dagli altri, la Pozzi si riconosceva, e di grande valore sono gli insegnamenti di Antonio Banfi che le faranno avere un atteggiamento sempre più sorvegliato nei confronti del suo stile. Nei componimenti della Pozzi si nota la commistione di versi tradizionali, come l’endecasillabo e il settenario, con una metrica più libera, tipica del Novecento. I toni elegiaci e drammatici si infiammano parallelamente al nascere di passioni amorose nella vita privata della poetessa, che intensificano la sua già cospicua produzione.
    Non ci sono virtuosismi linguistici nella poesia della Pozzi, ma è una purissima ingenuità a impreziosire le immagini che l’autrice mette su carta, cercando di imprimere in esse tutte le emozioni del suo animo, sensibilissimo, ma che lei stessa ritiene inadatto per questa vita, trovando rifugio nella natura e soprattutto nella scrittura, valore supremo in cui confidare; perché per Antonia Pozzi, la Poesia è la sua “voce profonda”, la sua guida, il suo conforto.

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