Ferite d'oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un'antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture.
Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può
trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore. Questa è la storia di Irina, che ha combattuto una battaglia
e l'ha vinta. Una donna che non dimentica il passato, al contrario: lo ricorda, lo porta al petto come un fiore. Irina ha una vita serena, ordinata. Un
marito, due figlie gemelle. È italiana, vive in Svizzera, lavora come avvocato. Un giorno qualcosa si incrina. Il matrimonio finisce, senza traumi apparenti.
In un fine settimana qualsiasi Mathias, il padre delle bambine, porta via Alessia e Livia. Spariscono. Qualche giorno dopo l'uomo si uccide. Delle bambine
non c'è più nessuna traccia. Pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, a un ritmo che fa di questo libro un autentico thriller psicologico e insieme
un superbo ritratto di donna, coraggiosa e fragile, Irina conquista brandelli sempre più luminosi di verità e ricuce la sua vita. Da quel fondo oscuro,
doloroso, arriva una luce nuova. La possibilità di amare ancora, l'amore che salda e che resta.

Oggi, nella mescolanza di idiomi che caratterizza il nostro linguaggio, c’è una parola per tutto, esiste un termine per definire ogni cosa, persona, status, sentimento, emozione, tutto. Tutto tranne un genitore che perde un figlio. Perché? Forse perché questo è un dolore troppo grande, un’assenza così profonda che è difficile definirla con una parola. Lo sa bene Irina Lucidi, importante avvocato italiano residente in Svizzera che, nel gennaio 2011, decide di divorziare dal marito Mathias Schepp. Ciò che ha portato a questa rottura è qualcosa di indefinito e duraturo, una violenza psicologica che ha scavato nelle certezze di Irina e l’ha portata ad allontanarsi da colui che l’ha causata; ciò a cui la sua decisione porterà Irina non può sospettarlo: una domenica di fine gennaio del 2011 il marito, Mathias, parte dal paesino svizzero in cui vivono e fa perdere le sue tracce. Sarà ritrovato pochi giorni dopo a Cerignola, in Puglia, morto sui binari della stazione sui quali si è gettato per farla finita. Un gesto premeditato, evidentemente, visto che in casa verrà ritrovato il suo testamento. A non essere mai più ritrovate sono, però, le due figlie della coppia, le gemelline Livia e Alessia di sei anni. Sono partite col padre? Le ha lasciate lui in qualche luogo lungo la strada? Sono state abbandonate? Vendute? Uccise? Non si sa nulla. E fra indagini lacunose e fredde recriminazioni resta il dolore immenso di una madre che non può e non vuole dimenticare le sue figlie. Può – e vuole – però, ritornare a vivere, ad innamorarsi, ad amare ancora davvero qualcuno che c’è, che la fa ridere, che non la mette alla prova. E Concita De Gregorio racconta, con delicatezza e partecipazione, la storia di questa donna coraggiosa che ricorda e vive amando ed impegnandosi perché altri trovino in Svizzera il sostegno che lei, italiana e donna, non ha avuto: ha creato, infatti, un’associazione che si occupa proprio di dare sostegno sociale, psicologico e giuridico a chi affronti la scomparsa di un minore. Si chiama “Missing Children Switzerland”.
Ogni giorno, leggendo le notizie o ascoltando il Tg, veniamo a contatto con storie di orrore e sofferenza che, nostro malgrado, dimentichiamo subito dopo, presi dalla nostra vita e dalle nostre incombenze ed ormai abituati – quando non ci tocca da vicino – alla violenza e alla follia. Anche di questa storia avevamo sentito parlare nel 2011 e ci aveva inquietato e lasciati sgomenti. Questo libro di poco più di cento pagine che si legge in poche ore, ha il grande merito di ricordarcela questa storia e di farlo con tatto. Irina è una donna forte che ha sofferto eppure sorride, ma è una donna che aspetta ancora le sue figlie, aspetta e merita delle risposte da chi è in grado di dargliele. Ciò che ho apprezzato meno, nel libro, è forse la struttura con cui è stato impostato: lettere, ricordi, pensieri che mi hanno fatto entrare con fatica nella vicenda. Per il resto, però, è un buon libro e soprattutto racconta una storia che non va dimenticata.