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Il segreto dell'uomo solitario

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Discussione: Deledda, Grazia - Il segreto dell'uomo solitario

  1. #1
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    Predefinito Deledda, Grazia - Il segreto dell'uomo solitario

    L''uomo che abitava la casetta solitaria laggiù fra la spiaggia e la brughiera, di ritorno dal suo solito viaggio al paese dove ogni tanto si provvedeva
    delle cose più necessarie alla vita, svoltando dalla strada provinciale al sentiero che conduce verso il mare, vide due uomini che misuravano coi loro
    passi un terreno attiguo al suo giardino. Subito si fermò, con un senso di curiosità misto a rabbia e ad angoscia; ricordava che Ghiana, [...], gli aveva
    appunto annunziato la vendita di quel terreno e la probabilità che ci venisse costrutta una casa.

    Pubblicato nel 1921, questo libro è estremamente attuale e godibile, sia per i temi che tratta, sia per il modo in cui è scritto.
    Per quanto mi riguarda, non è un mistero che la prosa di Grazia Deledda fosse sublime: avevo avuto modo di apprezzarne l'evocatività già in "Canne al vento", quindi qui è stata una piacevole conferma. Passando alla trama, il romanzo è ambientato in un piccolo paese in riva al mare. Un uomo, Cristiano, vive isolato da tutti per sua scelta in una casetta in affitto. Quando qualcuno costruisce una casa proprio accanto alla sua, la sua tranquillità viene minacciata, tanto più che in quella nuova casa viene ad abitare una donna bellissima con la sua strana famiglia. Cristiano, la sua solitudine e il suo segreto sono in pericolo.
    I temi dominanti in questo libro sono evidentemente la solitudine, l'alienazione, lo straniamento, ma anche il senso di colpa, la malattia dell'anima, la morte, l'amore, il dolore. Tutto mescolato sapientemente in modo da creare un equilibrio perfetto, come equilibrata ed essenziale è la prosa della Deledda. Un libro abbastanza breve, che si fa leggere in poche ore, ma che lascia a fine lettura un senso di tristezza e desolazione... resta l'amaro in bocca per qualcosa che non sappiamo se avremmo voluto, ma che comunque non è stato. Lettura, ovviamente, consigliata.

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  • #2
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    Sicuramente è uno dei romanzi minori, meno epici, della scrittrice sarda. Io ho letto solo Canne al vento dove lei riesce a rendere universale una storia legata a un territorio così particolare che è la Sardegna, che sembrerebbe non trasmettere invece quel respiro che la Deledda riesce a dare. In questa storia invece la Sardegna resta sullo sfondo e potrebbe essere qualsiasi parte del mondo dove c'è una natura che aiuta la riflessione, l'isolamento, la rinascita. Anche i personaggi appartengono ad un mondo reale che però non ha una definizione né geografica né temporale, tanto da essere un romanzo attualissimo anche dopo quasi 100 anni che è stato scritto.
    Si legge con piacere, con curiosità, con tensione e si mettono in campo tante di quelle emozioni che posso dire che la scrittrice è mastra nel sottile confine tra descrizione e suggestione, lasciando però libero l'animo di chi legge di farsi una propria idea. Bello, viene solo voglia di leggerne altri.

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  • #3
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    Un uomo – Cristiano - vive in una casetta solitaria una vita ritirata, quasi eremitica. Le sue uniche compagnie sono quella del gatto e di Ghiana che va a vendergli uova e polli.
    Poi un giorno nella casa vicina arriva ad abitare Sarina con il marito malato e la loro serva. Man mano che la malattia del marito degenera tra Cristiano e Sarina nasce un rapporto tormentato.
    E così pian piano scopriamo la storia di quest’uomo solitario, le ragioni per cui rifugge il mondo e capiamo anche le ragioni dei suoi tormenti interiori. E’ un libro forse un po’ cupo per la solitudine che vi si respira, per i tormenti dell’uomo e per la sua mancanza di pace interiore.
    L’animo di Cristiano con il suo alternarsi di tranquillità e tormenti rispecchia perfettamente l’alternarsi di asprezza e dolcezza, violenza e immobilità, morte e rinascita del paesaggio circostante.
    Tanta cupezza viene però in parte mitigata dalle ultime due righe di “apertura” e speranza.

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  • #4
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    Cristiano vive in una casetta isolata a ridosso del mare, non ha scelto il posto per un qualche attaccamento ma per stare in solitudine, poiché egli ha deciso di non affezionarsi più a nulla. La verità è che la vicinanza con gli uomini da cui ha deciso di separarsi lo spaventa, vuole la morte attorno a sé perché gli sembra di averla già dentro. Così afferma, ma una parte di lui è incuriosita e prova un senso di anticipazione al pensiero di un qualsiasi contatto umano. Questo contesto di calma piatta, apatia e rassegnazione per un destino a cui ci si è volontariamente consegnati verrà stravolto dall'arrivo di alcuni nuovi vicini, in particolare della bella Sarina, nella casetta costruita a pochi passi da quella di Cristiano, il quale vedrà - suo malgrado o per sua fortuna - rifiorire in sé sentimenti sopiti, il mondo tingersi nuovamente di colore e il timore e la speranza di sperimentare nuovamente la felicità. Assistiamo dunque alla duplice natura dei dubbi di Cristiano, combattuto tra la voglia di "spendere un'improvvisa quantità di vita che ti è cresciuta dentro" e rifuggire invece ancora una volta, non azzardarsi a cogliere l'attimo, in una dualità del tutto naturale con cui è impossibile non empatizzare. La felicità di Cristiano però, oltre ad essere costantemente sabotata da sé stesso, è minacciata anche dall'ombra di un segreto che appartiene al passato dell'uomo e ancora lo tormenta.


    I due personaggi sono due anime affini, entrambi istruiti, entrambi amano leggere e provengono da un background simile, sono uniti anche nella loro sofferenza ma hanno due punti di vista diversi: lei è focalizzata su ciò che prova - "Quando ci si è ripiegati una volta a guardare dentro l'anima nostra, tutto quello che è esteriore non interessa più: tutto è scolorito e semplice in confronto a quello che avviene dentro di noi" - sa di essere viva e non ha perso la voglia di vivere, quel modo di vedere le cose appartiene ai vecchi e loro non lo sono, Cristiano invece si sente morto dentro e non vuole provare più nulla - "alle volte si arriva un momento in cui non ci interessano più neanche le cose interiori". I due non possono però evitare di essere attratti l'uno dall'altro, lei dal mistero che emana da lui e dalla sua forza di uomo, lui dalla voglia di vivere e sperimentare che arde in lei e tenta ogni volta di bruciarlo.

    Ho apprezzato tantissimo questo libro, anzitutto perché come ho già scritto ho amato la prosa della Deledda in grado di trasmettere le immagini in modo così vivido da farti provare sensazioni quasi tattili, descrivendo il dispiegarsi dei sentimenti e delle fantasie in modo talmente riconoscibile da non poter non pensare "è proprio così che avviene" e inoltre dando vita ad ogni altro elemento, sia esso un paesaggio o un animale o un oggetto.

    In secondo luogo per la natura stessa del libro, non è la trama in sé infatti ad attrarre o - restando sul personale, probabilmente perché il "discorso sulla solitudine" di Cristiano mi è abbastanza caro - attrarmi, ma il racconto dell'animo umano, dei risvolti psicologici che un trauma può causare alla nostra vita, di come spesso siamo noi la causa del nostro male, di come il nostro desiderio di auto-distruzione ci spinga ad affondare quella possibilità di felicità che eppure tanto bramiamo, di come vogliamo essere soli ma in realtà non lo vogliamo, di come a volte una rigida imposizione mentale sia l'unico modo in cui riusciamo a sopravvivere e di come, alfine, ogni nostra struttura logica cada giù come un castello di carte al grido di "al cuore non si comanda".
    Lo stesso finale, per quanto amaro, è pieno della speranza che ogni essere umano coltiva, volente o nolente, dentro di sé.

    Bisogna conoscere bene determinati stati della mente per poterne parlare con la trasparenza e la lucidità denotati dell'autrice, di cui ancora una volta mi lascia esterrefatta lo stile di scrittura, solitamente leggo libri di autori non italiani quindi per lo più posso apprezzare una "buona traduzione", ma questa è la lingua originale ed è così avvolgente che quasi ti accarezza, se penso che il racconto ha quasi un secolo rimango ancora esterrefatta!

    Concludo con qualche citazione:

    "Il gatto assisteva all'operazione: con la zampetta nel cui bottone di velluto le unghie apparivano e sparivano desiderose, pareva tentasse di aiutare a svolgere gl'involti, fissando quasi con angoscia le cose che ne venivano fuori."

    "Il gatto gli si mise accanto, sulla tavola, e cominciò a fissare attentamente, con le pupille allargate, la pagina ch'egli leggeva: poi, quando egli voltava la pagina, lo guardava in faccia come per scrutare l'impressione che la lettura gli faceva."

    "Anche il battente dell'armadio e la sedia ove l'uomo andò a buttarsi stanco, davanti alla piccola finestra, ebbero scosse e spintoni: pareva ch'egli volesse castigare le cose intorno per la loro impassibilità alla sua preoccupazione."

    "Forse la natura non è così insensibile al dolore dell'uomo come si crede: forse la sua agitazione è, volte, prodotta dalla partecipazione a questo dolore."

    “La libertà? Esiste? Sappiamo noi se dopo morti saremo liberi? Anche in vita abbiamo l’illusione di trovar libertà. Dove è? Si rompe tutto intorno a noi, si corre, si fugge, si ricade sempre nella rete che mescola gli uomini solo perché sono uomini. Lei uccide un malato; ne trova subito un altro. Siamo tutti malati, tutti schiavi gli uni degli altri.”

    "L'uscio della camera del malato era chiuso: un barlume grigio scendeva dal lucernaio battuto dalla pioggia. Cristiano non osava picchiare, e stava lì, ansioso, come un ladro: eppure provava una gioia dolorosa a pensare ch'ella era là, dietro quell'uscio che bastava spingere per vederla: e piuttosto che tornare alla sua solitudine, alla desolazione di quei giorni passati, avrebbe preferito vivere sempre così, dietro la parete della stanza dov'ella respirava."

    "Eccoci qui, adesso, di nuovo in riva al mare, tra il confine della realtà e del sogno: più in là non si può andare; si morrebbe di gioia."

    "La mia bontà era come un diamante grezzo contro il quale si adoperavano, smussandolo, tutti quelli che volevano giovarsene; ed io lasciavo fare; anzi ne provavo piacere: adesso, dopo tanta limatura di dolore sento che la mia bontà esiste ancora, anzi più intatta di prima; ma come il diamante sfaccettato non si presta più a diminuzioni; si dà tutta, o rimane dentro di me inutilmente preziosa come il diamante nel suo astuccio."

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