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Il piccolo libraio di Archangelsk

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Discussione: Simenon, George - Il piccolo libraio di Archangelsk

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  1. #1
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    Predefinito Simenon, George - Il piccolo libraio di Archangelsk

    Ecco quella che io chiamo una rivelazione: un libro scelto per caso (anzi, perché non avevo molto tempo a disposizione e avevo bisogno che fosse breve), da cui non mi aspettavo nulla, il cui autore – sebbene molto famoso – non avevo mai incontrato. Ebbene, tutto in questo breve romanzo mi ha conquistato.
    Mi ha conquistato il tono estremamente pacato, per cui, nonostante il racconto si svolga in terza persona, sembra che a parlare sia il protagonista stesso, tanto sono percepibili la sensibilità, la discrezione, la fiducia nel prossimo che scopriamo essergli proprie. Mi hanno conquistato l’estrema semplicità e sobrietà della narrazione, mai interrotta da alcun colpo di scena se non, forse, quello delle ultime righe. Mi ha conquistato soprattutto il modo in cui il lettore viene condotto a scoprire, passo dopo passo, il vero significato del libro, tutto racchiuso nella bellezza di un titolo che all’inizio dice ben poco e che proprio per questo mi ha incuriosito.
    Innanzitutto l’aggettivo: “piccolo”, in cui già risuona tutta la modestia possibile… Modestia del personaggio o del suo creatore? Di entrambi: nessuno dei due vuole alzare la voce, quasi avessero paura di andare sopra le righe, di ferire qualcuno… Non conosco altro di Simenon, sono ben curiosa di scoprire se questo stile raffinato e “discreto” caratterizza tutta la sua produzione, nel qual caso sarebbe un gran punto a suo favore, giacché amo gli autori che “sussurrano” allo stesso modo di quelli che “urlano”, quelli che si “insinuano” allo stesso modo di quelli che “squarciano” l'anima, amo il Roth europeo e quello americano…
    Ma torniamo a noi. Dicevo che quel “piccolo” dice già molto, e poi: "libraio". Un commerciante di libri che vive in una piazza, place du Vieux-Marché, in cui tutti o quasi condividono la professione di mercanti. Una differenza c’è, però, e noi appassionati di libri la intuiamo già: i libri non sono una “merce” a tutti gli effetti, si possono comprare ma anche solo scambiare o prestare, il loro valore non è assoluto e soprattutto il libro rimanda a un universo che trascende la materia. Di chi legge troppi libri non si dice che ha la testa per aria? Il libro, soprattutto in epoca passata, può davvero essere considerato oggetto di “mercificazione” o già questa di per sé è una forzatura?
    E poi quella che secondo me è la chiave di tutto: “di Archangelsk”. Per quasi metà libro (o forse di più) nemmeno veniamo a sapere che il signor Jamas è un immigrato (di origini russe e, come se non bastasse, ebreo). Non ce ne accorgiamo perché lui stesso sembra esserselo dimenticato, tanto sente riuscita e completa la sua integrazione, tanto si sente parte a tutti gli effetti della piccola comunità di place du Vieux-Marché. E quando a un certo punto veniamo a conoscenza delle sue origini, l’informazione non ci disturba più di tanto, nel senso che non ci sembra in contraddizione con la sua esistenza attuale. Man mano che la lettura prosegue, però, e la sua posizione rispetto alla sparizione della moglie diventa compromettente, le cose cambiano: la presa di coscienza del lettore va di pari passo con quella del protagonista, che dal “signor Jamas”, come era noto a tutti, diventa il “signor Milk” per diventare (non dentro al romanzo, ma nel titolo stesso) l’anonimo “piccolo libraio di Archangelsk”. Il mondo sembra crollargli addosso, egli non riconosce più se stesso perché la comunità di cui credeva di far parte non lo riconosce più come uno di loro e, ancora peggio, Gina, la sua amata Gina che lui ha sempre rispettato e perdonato, fraintende del tutto la sua natura. E allora il drammatico interrogativo sorge spontaneo: è stata la scomparsa di Gina a rompere l’idillio o questo episodio, per quanto grave, non ha fatto altro che portare alla luce un sentimento di estraneità che preesisteva lo svolgimento dei fatti narrati? La risposta è quella che condurrà al finale (che non voglio svelare) di questo triste, intenso, attualissimo racconto.
    Ad essere attuale non è solo il tema dell’integrazione dello straniero ma il valore (se ancora ne esiste uno) della comunità in senso stretto, di un sentire “comune”, del riconoscersi, da cui deriva (o dovrebbe derivare) la fiducia e quindi più in generale il concetto di identità.
    E non solo. Intrecciato al tema del non riconoscimento, vi è quello, altrettanto attuale, della condanna alla solitudine della modestia. In un mondo in cui a farla da padrone è chi grida più forte (e qui non mi riferisco all'"urlo" dei grandi scrittori), chi sussurra, chi non alza mai la voce, come il signor Jamas, proprio lui è destinato a ferire (venendo frainteso) e a soccombere.
    Fortuna che in questo caso la sorte dello scrittore non segue quella del suo personaggio... Cosigliatissimo a chiunque.
    Ultima modifica di ayuthaya; 06-15-2018 alle 09:01 PM.

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