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 Patria

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Discussione: Aramburu, Fernando - Patria

  1. #1
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    Predefinito Aramburu, Fernando - Patria

    Due famiglie legate a doppio filo, quelle di Joxian e del Txato, cresciuti entrambi nello stesso paesino alle porte di San Sebastián, vicini di casa, inseparabili
    nelle serate all’osteria e nelle domeniche in bicicletta. E anche le loro mogli, Miren e Bittori, erano legate da una solida amicizia, così come i loro
    figli, compagni di giochi e di studi tra gli anni Settanta e Ottanta. Ma poi un evento tragico ha scavato un cratere nelle loro vite, spezzate per sempre
    in un prima e un dopo: il Txato, con la sua impresa di trasporti, è stato preso di mira dall’ETA, e dopo una serie di messaggi intimidatori a cui ha testardamente
    rifiutato di piegarsi, è caduto vittima di un attentato... Bittori se n’è andata, non riuscendo più a vivere nel posto in cui le hanno ammazzato il marito,
    il posto in cui la sua presenza non è più gradita, perché le vittime danno fastidio. Anche a quelli che un tempo si proclamavano amici. Anche a quei vicini
    di casa che sono forse i genitori, il fratello, la sorella di un assassino. Passano gli anni, ma Bittori non rinuncia a pretendere la verità e a farsi
    chiedere perdono, a cercare la via verso una riconciliazione necessaria non solo per lei, ma per tutte le persone coinvolte.

    Questo libro non è facile da leggere. Non lo è per tanti motivi: bisogna superare le difficoltà legate ai tanti termini in Euskera, la lingua diffusa nel Paìs Vasco; bisogna abituarsi allo stile particolarissimo di Aramburu, diretto, spigoloso, “smozzicato” ma funzionale per calarsi nella storia; bisogna mettere in conto le oltre seicento pagine che, credetemi, sono tante se si ha a che fare con una vera e propria guerra di nervi e di proiettili. Se si supera tutto questo, però, si sarà premiati e si conoscerà un ottimo esempio di letteratura moderna, un romanzo duro, uno spaccato di realtà difficile da immaginare che Aramburu tratteggia con estrema schiettezza e lucidità. Quella raccontata in “Patria” è la storia di una terra che per tanto tempo è stata intrisa del sangue dei suoi abitanti, di un popolo – quello basco – che ha esacerbato l’idea di indipendenza innescando, per mano dell’Eta, un vero e proprio conflitto armato. Un conflitto fisico, ideologico e mentale che non si combatteva su un campo di battaglia, bensì per le strade, nei bar, nelle case, nei volti e nei cuori della gente. Se si veniva presi di mira dall’Eta, da un giorno all’altro si diventava indigesti, fastidiosi, bersagli dell’odio, della diffidenza, della vigliaccheria di chi non ha coraggio di dire “No, non mi sta bene, quell’uomo è mio amico”. E così muoiono amicizie di decenni, si sgretola la fama di un uomo buono, si impedisce ai figli di parlarsi, si tagliano di netto tutti i più comuni rapporti di cortesia e questo può uccidere prima e più di un proiettile sparato da un ragazzo del paese in un giorno di pioggia. E chiedere perdono, poi, diventa difficile, specie se si è testardi, orgogliosi e mal disposti ad ammettere di aver sbagliato, di essersi lasciati deviare da un’idea.
    Stupende, emergono in queste pagine, le figure femminili: le madri e le figlie, apparentemente forti, ma in realtà fragili, portatrici di idee travolgenti e totalizzanti, giuste o sbagliate che siano.
    Un romanzo stupendo, con personaggi che grazie all’ottima caratterizzazione di Aramburu impariamo a conoscere con tutti i loro difetti. Un libro che parla di amicizia, ideali, guerra, amore. Una lettura non facile, ma decisamente meritevole.

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    L'ho finito ieri. A breve la recensione.

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    Predefinito Possibili spoiler

    Non proprio a breve, comunque eccomi qui
    Una sola cosa mi ha lasciato perplessa, o forse due: il finale un po' troppo affrettato (ma perdonabile) e la gestione dell'aspetto storico-politico. Anzi, più che lasciarmi perplessa, quest'ultima cosa mi ha portato a pormi delle domande. Premesso che è la prima storia che leggo che abbia come protagonista negativa l'ETA, ambientata in quel luogo e in quel periodo, e che so ben poco dell'argomento, le cose sono andate davvero così? Mi spiego: dando per scontato che si tratta di un'organizzazione armata che ha provocato crimini e stragi e pertanto è - inutile dirlo - moralmente oltre che giuridicamente condannabile, era davvero gestita da giovani inconsapevoli e ignoranti che non avevano quasi nessuna nozione di storia o di politica? O sono io l'unica ingenua che pensa che dietro un'organizzazione rivoluzionaria, seppur criminale, debbano esserci delle teste pensanti (folli, ma pensanti) e magari qualche idea di base originariamente sana e poi portata avanti in modo sbagliato, distorto, atroce? Leggendo questo libro si pensa proprio alla "banalità del male".
    Quanto al romanzo nel suo complesso, per me sì, è un capolavoro. E' una saga densa, viva, ricca di sfaccettature riguardo alla psicologia e ai rapporti tra i personaggi - in questo Aramburu è autore di rara attenzione e sensibilità, li ha resi pari a persone vere, non c'è nessuno stereotipo - oltre che lo sfondo storico.
    Ottima l'idea delle due famiglie prima amiche e poi rivali, di quella più povera che gode dell'emarginazione dell'altra, mostrando un'invidia fino a quel momento latente. Bello il modo in cui è stata sottolineata l'assurdità della situazione: in un paese in cui quasi tutti fanno il "tifo" per i rivoluzionari in qualsiasi modo agiscano, sono le vittime a essere emarginate. Bello, profondo il modo di descrivere i punti di vista e le reazioni delle singole persone, così diverse, all'interno della stessa famiglia. I loro cambiamenti, spesso radicali. Ho adorato Arantxa e il suo carattere, la storia della sua malattia e il modo coraggioso e vivace con il quale viene raccontata. Di certo le donne di questo libro non si piangono addosso, né la spigolosa Miren, né la coraggiosa Bittori. Però ho amato anche alcune figure deboli, come quella di Joxian, che accetta passivamente gli aspetti più drammatici della situazione - la perdita delle persone più care, che si possono perdere in diversi modi - ma non riesce a far altro che piangere, seguito dai rimbrotti della moglie. Anche gli uomini hanno la loro personalità, seppur più nascosta, e ognuno sceglierà la sua strada, compresi i figli maschi di entrambe le famiglie. Devo ammettere però che, a distanza di tempo, restano meno impressi. Lo stile mi è piaciuto, è volutamente confusionario e il linguaggio è molto diretto; non vi sono indicazioni riguardo ai salti temporali, ma ho trovato il tutto molto scorrevole e comprensibilie. Non voglio spoilerare oltre, ma sarebbe un bel libro di cui discutere in un GdL, gli spunti sono innumerevoli. Leggetelo comunque, anche da soli!

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  • #4
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    Alessandra... solo per dire che, riguardo alla domanda che ti poni, la penso anch'io così, ossia che quella dei giovani ignoranti e infiammati dalla rivoluzione è solo una scusa, una giustificazione forse, uno specchietto per le allodole. Certamente in un'organizzazione così capillare e - scusa la tautologia - organizzata ci deve essere per forza un gruppo originario di "teste follemente pensanti". E credo, traspare in alcuni punti del libro, che anche Aramburu sarebbe di quest'idea.

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  • #5
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    Citazione Originariamente scritto da estersable88 Vedi messaggio
    Alessandra... solo per dire che, riguardo alla domanda che ti poni, la penso anch'io così, ossia che quella dei giovani ignoranti e infiammati dalla rivoluzione è solo una scusa, una giustificazione forse, uno specchietto per le allodole. Certamente in un'organizzazione così capillare e - scusa la tautologia - organizzata ci deve essere per forza un gruppo originario di "teste follemente pensanti". E credo, traspare in alcuni punti del libro, che anche Aramburu sarebbe di quest'idea.
    E' possibile, magari dovrei rileggerlo a distanza di tempo. In me ha prevalso la sensazione che lui volesse sottolineare proprio l'assurdità del tutto, l'ignoranza (ripeto) e la sconsideratezza anche di persone che avevano ruoli importanti all'interno dell'organizzazione. In ogni caso mi è venuta voglia di approfondire, e questo è sempre un bene.

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