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Il grido

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Discussione: Funetta, Luciano - Il grido

  1. #1
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    Predefinito Funetta, Luciano - Il grido

    In un luogo che somiglia a una città slava, un luogo dove non esistono mezzi di trasporto e i morti vengono seppelliti online, vive Lena, una donna dall’età conosciuta e nel contempo indefinibile. Vive? Non so se sia la parola giusta. Più realisticamente, sopravvive trascorrendo le giornate tra il lavoro notturno in una ditta di pulizie - ottenuto dieci anni prima tramite il suo attuale capo, un individuo losco e viscido - e il bar Kraken, dove cena ogni sera. Il bar è gestito da Lovelove, un’ex prostituta vietnamita col sorriso in bocca e la tristezza negli occhi e frequentato da poliziotti crudeli, immigrati o adolescenti sperduti, ultimi che vivono di espedienti. Lugo, il capo della ditta, l’ha “reclutata” nell’orfanotrofio in cui è cresciuta, la Casa delle Dame. Dame rigide, che per esprimersi si servivano del canto, che trascorrevano il tempo libero a fare esercizi di canto e che ora … dove sono?
    Nei pomeriggi in istituto, in cui passava il tempo a leggere fumetti lontano dalle compagne, Lena percepiva una presenza misteriosa. Non ha mai smesso di cercare quella presenza, così come non ha mai smesso di chiedersi da dove lei stessa provenga. Lena soffre di allucinazioni, e lo sa, anche se non sempre sa se ciò che vede o sente è reale o no. L’unico modo in cui, quando era in istituto, trovava sollievo era fuggire verso l’Orto Botanico e l’oblio…
    E mi fermo qui, anche se la trama non è stata importante per me. Oserei, presuntuosamente, gridare al capolavoro. Il tempo lo dirà. Una prosa in parte diretta e in parte lirica, ma non difficile; un libro, invece, complesso per il suo contenuto. L’ho letto due volte di seguito per riuscire a cogliere qualcosa in più, come mi è successo solo con il miglior Faulkner, ma di sicuro ci sono miriadi di aspetti del libro che non ho colto. La narrazione procede su diversi livelli: la realtà delle pulizie, del Kraken, della violenza e della miseria, delle briciole d’amore, delle camminate interminabili sotto la neve per raggiungere la casa o il posto di lavoro; le visioni o, come le chiama l’autore, le “emanazioni della mente”; il mondo virtuale, che per lei consiste esclusivamente in un portale che consta di varie, strane sezioni. Forse un piano narrativo a sé è rappresentato dall’Orto Botanico, in cui Lena incontra individui disperati come lei, ciascuno con la sua particolarità. Esiste davvero? E soprattutto: ha importanza? Cosa ci vuole dire l’autore con questo romanzo surreale, visionario, disturbante non per il linguaggio ma, ancora più che per la crudezza di alcune scene e per il senso di rassegnata disperazione che sembra non abbandonare mai le pagine, proprio per l’inquietante mescolarsi dei vari piani di lettura e per il realismo delle visioni di Lena? Vuole dirci che non ci si libera di noi stessi finché non si viene a patti col nostro vissuto? Che la presenza misteriosa che aleggia attraverso il romanzo non risparmia la vita di nessuno, anche se c’è chi la sente e chi no? Che in certi ambienti e per certe persone - o forse per tutti? Con quale diritto definiamo alcune categorie di persone “deboli” o “ultimi”? - non esistono le tombe e quindi la morte, perché in realtà anche la vita non è una vera vita? Non lo so, e sto sicuramente divagando troppo o dicendo stupidaggini. Certo è che questo libro non lascia indifferenti e suscita una marea di interrogativi anche semplicemente sul suo contenuto. Non so se possa piacere a tutti, non lo consiglierei a chi ama la narrazione lineare o realista. Per me, bellissimo. Anzi, concluderei con un “non ci ho capito niente, ma bellissimo”. Come i film di David Lynch.

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