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 Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

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Discussione: Harstad, Johan - Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

  1. #1
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    Predefinito Harstad, Johan - Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

    TRAMA
    Che ne è stato di Buzz Aldrin? Chi si ricorda del secondo uomo che ha messo piede sulla luna dopo Neil Armstrong? Per Mattias, nato in quella mitica notte del 20 luglio 1969, il capitano Edwin “Buzz” Aldrin è un idolo, simbolo di tutti coloro che svolgono il loro compito e spariscono nella folla, contenti di fare la loro parte, essere una ruota dell’ingranaggio. Non tutti vogliono essere il numero uno, e Mattias si è ostinatamente votato all’invisibilità: How to disappear completely, dice una canzone dei Radiohead amata dall’autore. Così ha sempre tenuto nascosto il suo talento per il canto, tranne un’unica volta: quando l’ha fatto esplodere al ballo del liceo per conquistare l’amore di Helle. E anche se l’amico Jørn l’ha sempre pregato di cantare nella sua band, Mattias resta lontano dai riflettori: lavora in un vivaio e coltiva il suo giardino, una vita felicemente normale. Ma anche un ingranaggio ben funzionante rischia di incepparsi e da un momento all’altro si può essere sbalzati fuori dalla sicurezza della propria orbita, in assenza di gravità. Mentre tutto gli crolla attorno, Mattias segue la band di Jørn per un concerto alle isole Faroe e sbarca nella magnifica desolazione del loro paesaggio lunare: forse è in questo luogo dimenticato che vanno a finire le cose perdute, forse è qui che Mattias può ritrovare se stesso, affrontare i propri fantasmi e scoprire che non si può fluttuare nello spazio della propria solitudine, che l’amicizia e l’amore ci impediscono di sparire completamente. Una scrittura pulsante come una colonna sonora che macina rock e cultura pop in un crescendo di immagini sorprendenti, nitide e intrise di una poesia lieve e malinconica. Un inno al non apparire che è una salutare provocazione in una società ossessionata dal protagonismo.

    COMMENTO
    Il 2018 è stato un anno difficile, per tanti versi.
    È stato un anno difficile anche per quanto riguarda le mie letture: ho letto relativamente poco, ho letto male e con poca attenzione, ho letto tantissima letteratura d'intrattenimento senza mai aver voglia di andare un poco oltre la superficie della storia. E ho abbandonato a metà tanti, tantissimi libri. Libri brutti, ma anche capolavori.
    Ecco, non so perché inizio questa recensione in questo modo, ma la premessa fondamentale, credo, è che questo romanzo mi ha parlato con una voce sottile, ma estremamente diretta. E quando un romanzo mi parla a questo modo, io non ci provo nemmeno a scrivere qualcosa di coerente e sensato, perché c'è troppa intimità.
    Non è stata una lettura semplice, ho fatto fatica ad entrarci, l'ho messa da parte, poi sono stata trascinata, e poi respinta, e poi di nuovo trascinata, ma, alla fine, mi sono resa conto di aver scritto circa due pagine di appunti, durante il corso della lettura. Due pagine di appunti scritti a mano, di getto, tenendo il taccuino sulle ginocchia. Una cosa che non mi accadeva da anni, credo.
    E questo, nonostante tutto, significa qualcosa.

    È difficile entrare in “Che ne è stato di te, Buzz Aldirn?”. È difficile perché Mattias ha una voce difficile, claustrofobica, esasperante nel suo ripiegarsi su sé stessa, per poi svolgersi e apparire piatta, atona. Mattias vuole essere solo una ruota dell'ingranaggio, vuole essere utile, ma invisibile. Non vuole gli applausi, non vuole l'attenzione su di sé, vuole scomparire. Vuole essere Buzz Aldrin, il secondo uomo ad aver posato piede sul suolo lunare. Vuole essere l'uomo che ha disegnato alcuni moduli della navicella spaziale, ma che alla fine nessuno ricorda, perché al momento buono si è fatto da parte, lasciando ad Armstrong tutti i riflettori.
    E quando si pensa di aver capito da che parte il libro sta cominciando a remare, tutto cambia. Perché il vivaio in cui Mattias lavora chiude, la donna che Mattias ama da sedici anni, e che da sedici anni ha iniziato a perdere, ha trovato qualcun altro, e allora resta poco da fare, se non imbarcarsi su una nave diretta alle Isole Faroe.
    E qui, su queste isole dove gli alberi non crescono e piove trecentoventi giorni all'anno, il nastro si inceppa. O comincia a girare troppo velocemente.
    La claustrofobia aumenta, il ritmo ripetitivo e angosciante si stringe sempre di più, ma tutto ha una lentezza che rende gli avvenimenti comprensibili. E riconoscibili, perché, nonostante tutto, l'arrovellarsi di Mattias ha qualcosa di estremamente familiare.
    Tante cose, qui, sono familiari.
    Il sentirsi perennemente in orbita, e poi quella palla di neve che diventa una valanga prima ancora di riuscire a colpire il tetto della chiesa.
    Avere una voce straordinaria, ma poter cantare solamente davanti ad una stanza vuota.
    E anche tanto, tanto altro, immagino.

    “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” è un libro pieno di difetti, con una trama un po' traballante e un ritmo che non sempre fluisce nel modo giusto. Ha un finale un po' campato per aria – anche se, anche se... quando si ha un alibi, quando si può chiudere la porta e recidere il contatto fra la propria mente e il senso della realtà, forse non potrebbe esistere un finale più perfetto di questo. Ha anche delle tematiche un po' confuse, che si delineano man mano che la storia procede, quasi Harstad avesse cambiato idea strada facendo – anche se, anche se... non è poi quello che succede a Mattias, questo?
    Il punto è che, di tutte queste incrinature, non me n'è importato niente.
    Perché il libro mi ha parlato, e lo ha fatto al di sopra di ogni mormorio racchiuso fra le sue righe.

    Sfido chiunque, dopo aver terminato questo romanzo, a non sentire l'impellente desiderio di prendere un aereo, e atterrare alle Faroe, in cerca di quella grandissima umanità.
    Sfido chiunque, dopo aver terminato questo romanzo, a guardare il cielo stellato e a non pensare a chi quella magnifica desolazione se l'è dovuta portare dentro per tutta la vita, benedizione e maledizione allo stesso tempo.
    Sfido chiunque a leggere questo libro, e a non passare lunghe, dolorose ore ad interrogarsi sul labile confine che divide – o forse unisce – la sanità dalla malattia.

    Il 2018 non poteva terminare con un libro diverso da questo, e il 2019 non avrebbe potuto iniziare con un augurio migliore.
    Il vento soffia, salpiamo.

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