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Discussione: XCVII GdL - Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz

  1. #1
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    Predefinito XCVII GdL - Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz

    Ebbene sì! E' arrivato il momento tanto atteso, quello di leggere insieme questo romanzo di un autore che mancato da poco e che non si può non conoscere. Chiunque voglia leggerlo con noi sarà il benvenuto.

    Partiamo alla mezzanotte di oggi, 21 gennaio, con:

    Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz


    in palpitante attesa

    Estersable88
    Elisa
    Qweedy
    Francesca
    Ayuthaya
    Ultima modifica di elisa; 01-21-2019 alle 10:21 PM.

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    In trepidante attesa sí ma... di finire il libro di Saramago prima!!!
    Ho avuto una settimana da incubo, non so come non sia andata in esaurimento per cui voi iniziate pure e io vi raggiungerò fra non più di due tre giorni (spero)!

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  • #3
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    Ho preso l'e-book su Amazon, oggi inizio la lettura del mio primo libro di Amos Oz (4 maggio 1939- 28 dicembre 2018).

    "Oz attribuisce a una traduzione dei racconti di Winesburg, Ohio dello scrittore statunitense Sherwood Anderson la sua decisione di ”scrivere quello che era intorno a me”. Nel romanzo Una storia di amore e di tenebra, in cui racconta la sua infanzia e adolescenza negli anni travagliati che videro la nascita di Israele, Oz riconosce al “modesto libro” di Anderson il merito di avergli fatto capire che "il mondo scritto… gira sempre intorno alla mano che sta scrivendo, indipendentemente da dove stia scrivendo: il posto in cui sei è il centro dell'universo".
    Oz è stato uno dei primi a sostenere la soluzione dei due Stati per il conflitto arabo-israeliano dopo la Guerra dei sei giorni." (da Wikipedia)
    Ultima modifica di qweedy; 01-22-2019 alle 12:36 PM.

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  • #4
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    Ho cominciato stamattina, ma non sono andata molto avanti. Intanto...

    Incipit:
    Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s'apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all'altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto. Di fronte a essa si trovava il mio cantuccio dipinto di un verde tenue e per metà occupato dal panciuto guardaroba. Un corridoio buio, basso e stretto procedeva un po' storto dal cucinino al bagno e alle due stanzette: pareva un tunnel per dei carcerati in fuga. Un lume fiacco, imprigionato dentro una gabbia di ferro, spandeva sul corridoio, anche nelle ore del giorno, una luce incerta, torbida. C'erano soltanto una finestra nella camera dei miei genitori e una nella mia, entrambe riparate da imposte di ferro; entrambe provavano a modo loro ad ammiccare verso oriente, ma la vista concedeva solo un cipresso impolverato e una cinta di pietre a secco. Attraverso l'inferriata di un abbaino, invece, dalla cucina e dal bagno si intravedeva il piccolo cortile che sembrava quello di una prigione, circondato com'era da alte mura e con il pavimento di cemento. Lì, senza mai un raggio di sole, languiva sino allo spasimo un pallido geranio piantato dentro una latta di olive arrugginita. Sui davanzali dell'abbaino avevamo sempre dei barattoli chiusi di cetrioli in salamoia e un povero cactus piantato dentro un vaso da fiori che da quando si era rotto fungeva da vivaio. Era una casa interrata: il piano basso dell'edificio era scavato nel dorso della montagna. Era lei il nostro vicino, dall'altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio. Quel vicino così torpido e umbratile non spostava mai i mobili né riceveva ospiti, non faceva baccano né arrecava il minimo disturbo, ma tramite le due pareti in comune fra noi e lui filtravano sempre, come un testardo sentore di muffa, il freddo muto del buio e un'umidità malinconica. E così, anche nel pieno dell'estate, un briciolo d'inverno restava serbato in casa nostra. Gli ospiti dicevano: si sta così bene da voi, anche quando c'è afa, è così fresco e tranquillo, che sollievo, ma d'inverno come state? Non passa umidità, dai muri? Non è un po' deprimente, qui, l'inverno?

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  • #5
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    io mi sono già innamorata di Amos e della sua famiglia, si ride già delle situazioni raccontate, la telefonata in farmacia è un pezzo surreale alla Ionesco di rara bellezza

    La mia copertina


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  • #6
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    Mi mancano trenta pagine a finire Saramago… se mi va bene già domani sera dovrei essere dei vostri!

  • #7
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    L'ho iniziato anch'io, lo stile è scorrevole e per nulla pesante (avevo un po' di timore ). Mi piace moltissimo, e apprezzo tanto l'ironia che trapela dalle sue parole, che rende gradevolissima la lettura.
    Come ben ha detto Elisa, la telefonata in farmacia è una scenetta favolosa, che fa sorridere. Anche la scelta se acquistare il formaggio arabo o quello ebraico, la concubina, la luce fioca e lo sciacquone del bagno.
    Ho l'impressione comunque che talvolta l'ironia di Oz sia un po' amara.

    Ho letto una frase che mi ha molto stupito:

    "Oltre a tutti costoro non mancavano profughi e sabotatori, sopravvissuti e scampati, che da noi venivano considerati di solito con pietà e un pizzico di ribrezzo: travolti e stremati, reietti dal mondo, chi aveva colpa se erano rimasti lì ad aspettare Hitler invece di venire qui per tempo? E perchè si erano lasciati condurre come pecore al macello, invece di organizzarsi e combattere? Che la smettessero una buona volta, poi, con quel loro yddish nebechich, guasto e che non cominciassero solo a raccontarci quel che gli avevano fatto, laggiù, non faceva onore a nessuno, nè a loro nè a noi."

    Sono rimasta sorpresa perchè pensavo che i sopravvissuti rientrati in Israele fossero accolti con grande rispetto e ammirazione per ciò che avevano passato....

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  • #8
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    Citazione Originariamente scritto da qweedy Vedi messaggio
    L'ho iniziato anch'io, lo stile è scorrevole e per nulla pesante (avevo un po' di timore ). Mi piace moltissimo, e apprezzo tanto l'ironia che trapela dalle sue parole, che rende gradevolissima la lettura.
    Come ben ha detto Elisa, la telefonata in farmacia è una scenetta favolosa, che fa sorridere. Anche la scelta se acquistare il formaggio arabo o quello ebraico, la concubina, la luce fioca e lo sciacquone del bagno.
    Ho l'impressione comunque che talvolta l'ironia di Oz sia un po' amara.

    Ho letto una frase che mi ha molto stupito:

    "Oltre a tutti costoro non mancavano profughi e sabotatori, sopravvissuti e scampati, che da noi venivano considerati di solito con pietà e un pizzico di ribrezzo: travolti e stremati, reietti dal mondo, chi aveva colpa se erano rimasti lì ad aspettare Hitler invece di venire qui per tempo? E perchè si erano lasciati condurre come pecore al macello, invece di organizzarsi e combattere? Che la smettessero una buona volta, poi, con quel loro yddish nebechich, guasto e che non cominciassero solo a raccontarci quel che gli avevano fatto, laggiù, non faceva onore a nessuno, nè a loro nè a noi."

    Sono rimasta sorpresa perchè pensavo che i sopravvissuti rientrati in Israele fossero accolti con grande rispetto e ammirazione per ciò che avevano passato....
    Sai Qweedy, parlo per ipotesi, ma penso che questa frase si possa attribuire a quel sentimento di furbizia che a volte colpisce chi ce l'ha fatta. Nelle guerre fra poveri, o fra chi condivide la stessa sorte, a volte chi per astuzia o per fortuna si è liberato di una situazione o di un fardello o semplicemente - per scelte precedenti - non è stato toccato dalla disgrazia, guarda con sarcasmo o sdegno (o semplicemente voglia di non vedere e girarsi dall'altra parte) chi è stato più sfortunato di lui.

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  • #9
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    Ecco qui un passo che, secondo me, rappresenta l’anima del libro e della diatriba tra ebrei e arabi e tra ebraismo ed ebraismo che tanto bene Oz ci descrive qui.

    Dal capitolo 2: “I microbi da noi erano uno degli incubi più tenebrosi. Come l'antisemitismo: non capitava mai di vederli a occhio nudo, né i microbi né l'antisemita, ma si sapeva bene che stavano in agguato da tutte le parti, sfuggenti. Anche se in realtà non era propriamente che nessuno di noi li avesse mai visti, i microbi: io sì. Un giorno fissai a lungo, lo sguardo intenso e penetrante, un vecchio pezzo di formaggio, finché d'un tratto iniziai a vedere miriadi di minuscoli movimenti. Come la gravità a Gerusalemme, che all'epoca era molto più forte di oggi, anche i microbi di allora erano molto più grossi e robusti. Li riconobbi proprio. Sorgeva ogni volta una piccola discussione fra le clienti, al negozio del signor Auster: comprare o non comprare il formaggio dei contadini arabi? Da una parte, come dice il Talmud, "la precedenza ai poveri della tua città", e perciò era nostro dovere comprare solo il formaggio della Tenuva; d'altro canto, dice la Bibbia, "una sola legge avrete voi e lo straniero che vive fra di voi", perciò era opportuno comprare di tanto in tanto il formaggio dei nostri vicini arabi, "perché siete stati stranieri nella terra d'Egitto". E poi, quale sguardo di sprezzo avrebbe riservato Tolstoj a una persona capace di comprare un formaggio e non un altro solo per via di una differenza di religione, popolo o razza?! Dove erano finiti i valori dell'universalismo? L'umanesimo? La fratellanza tra tutte le creature fatte a immagine divina? Però, quale meschinità sionista, quale bassezza, quale grettezza d'animo era mai quella di comprare il formaggio arabo solo perché costava due centesimi in meno, invece di quello dei pionieri, che sulla loro pelle e con le unghie cercavano di tirar fuori il pane da questa terra? Vergogna! Che onta! In un caso o nell'altro, deplorevole comportamento! La vita, allora, era fitta di queste infamie.”

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  • #10
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    @ elisa: se ho capito bene siete in 5 quindi può essere un GdL .
    Buona lettura a tutte voi!

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  • #11
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    Ho appena finito i primi tre capitoli... E niente, questo libro è un gioiellino! Starei lì a copiare frasi e passi... c’è tutto, il Mediooriente, la storia, il lirismo, il racconto di un popolo e di una terra tormentata, la quotidianità delle famiglie, i ricordi e il punto di vista di un bambino, la semplicità dei grandi autori. Stupendo. @Minerva6 grazie, grazie, grazie di avermelo consigliato in adotta un autore!
    Per oggi basta, se no lo finisco!

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  • #12
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    Ho finito il capitolo 8.

    Vorrei postare il viso di Amos Oz:

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  • #13
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    Predefinito pagina 34

    a me questo romanzo diverte e inquadra perfettamente uno stile di vita che si basa sull'ideologia basti pensare la storia del formaggio che ben ha rappresentato estersable...ma quanti problemi ci si fa per un pezzo di formaggio!!!!

    Meraviglia comunque la descrizione della libreria del padre e l'insegnamento di vita che dà ad Amos, che i libri non si catalogano per altezza perché non sono lì per estetica


    invece il problema sollevato qweedy della diffidenza e delle difficoltà di integrazione dei sopravvissuti è un problema già portato alla luce ad esempio da Primo Levi, come se essersi salvati fosse una colpa che nascondesse chissà quali turpitudini

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  • #14
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    Ho finito il capitolo 16.
    Ok... non è sempre facile seguire Oz nel suo tortuoso racconto. Alterna aneddoti divertenti a profonde, meravigliose riflessioni, a racconti di persone della sua famiglia. Questi ultimi, in particolare, mi sono risultati faticosi, ma comunque il libro scorre e si legge piacevolmente.

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  • #15
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    Finito il capitolo 13, un po' di confusione con tutti i nomi ebraici citati, anche se mi ha fatto sorridere quando dice (cito a memoria) che in casa dello zio entravano tutte le strade, intendendo che entravano tutte le persone famose, a cui poi avrebbero dedicato una strada.
    Come pure mi ha fatto sorridere quando dice (cito sempre a memoria, con l'e-book è scomodo tornare indietro a cercare le frasi) che in Europa all'inizio c'erano scritte che dicevano "Ebreo, torna in Palestina" e decenni dopo in Europa le scritte dicevano: "Ebreo, lascia la Palestina". Umorismo amaro.

    “… quando mio padre era ragazzo a Vilna, stava scritto su ogni muro d’Europa: ‘ Giudei, andatevene a casa, in Palestina’. Passarono cinquant’anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa, dove i muri gli urlavano addosso: ‘Ebrei, uscite dalla Palestina”.
    Ultima modifica di qweedy; 01-25-2019 alle 09:02 PM.

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