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Discussione: Bernhard, Thomas

  1. #1
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    Predefinito Bernhard, Thomas

    Per presentarvi Bernhard, di cui ancora non esiste una pagina dedicata, lo farò riportando l'intervista che io personalmente ho fatto a lui , così come l'ho pubblicata nell'ultimo numero del Giornalino.

    Rispetto alla versione originaria, però, questa ha una particolarità: poiché ci tenevo a sottolineare cosa è pura citazione (perlopiù dai suoi romanzi e, in minima parte, da altre sue interviste) e cosa è invece una mia invenzione (invenzione relativa, nel senso che inventate sono solo le parole, non i concetti o i riferimenti autobiografici) ho messo in corsivo la prima, in carattere normale la seconda. In neretto le mie domande, tutte chiaramente inventate per dare un filo logico all'intervista.
    Ultima modifica di ayuthaya; 07-01-2019 alle 11:23 PM.

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    Mentre mi avvio a passo spedito verso il luogo dell’appuntamento (un casolare affacciato su una profonda gola, nella selvaggia natura austriaca), sono in preda all’emozione e anche – lo ammetto – a una certa “ansia da prestazione”: sarò all’altezza di cotanta impresa?
    Di fronte a un compito così difficile, mi sento piccola piccola... ma lo scrittore che sto andando a intervistare, colui che solo mi ha convinto ad accogliere la pesante eredità di questa rubrica, lui che con la sua “follia e genialità” mi ha folgorato fin dalla prima lettura... lui sì che è un Grande! E chi altro potrebbe intervistarlo se non io, che se in questo Forum non sono l’unica a conoscerlo, sono però l’unica ad amarlo pazzamente? Ci ho provato anche, con Bouvard... ma niente! È bastato che le mandassi una foto tratta dal libro che stavo leggendo per sentirmi rispondere “ma sei matta?! Questo tipo non lo leggerò mai, mi fa venire il mal di testa già così! Figurati se vado a intervistarlo...”
    E così ho capito: tocca a me! Col cuore che mi batte, busso alla porta del casolare... Non c’è. Mi guardo intorno: il frutteto, l’orto, le stalle, il ripostiglio per gli attrezzi... e il casolare stesso, vecchio di cinquecento anni e i cui lavori di ristrutturazione sono durati quindici anni: tutto è stato pensato e curato da lui stesso nel più piccolo dettaglio.
    E finalmente lo vedo, di spalle, lo sguardo sprofondato nel paesaggio che lo circonda, quel paesaggio che tanta parte ha, nel bene e nel male, nei suoi romanzi.
    Mi sente arrivare e si volta verso di me; ha le sopracciglia aggrottate, ma gli occhi sono luminosi, ridenti, quasi divertiti. Non sembrano gli occhi di un folle. Meno male, in un posto isolato come questo...! Mentre mi fa sedere su una semplice panca di legno, sorridendo inebetita, tiro fuori i miei appunti...

    Buongiorno, herr Bernhard... Mi sento un po’ in soggezione nel trovarmi di fronte a uno dei massimi scrittori del Novecento, e non solo di lingua tedesca. La Sua produzione è annoverata nel famoso “Canone Occidentale”, compilato dal critico statunitense Harold Bloom. Ha che di essere orgoglioso...
    Vediamo una persona e subito emettiamo una sentenza. Quello è un uomo intelligente, diciamo, è uno stupido, è rozzo, è felice, è una persona colta, è uno scimunito, è solitario, è socievole... eppure non capiamo niente! Ma ciò che davvero non posso sopportare sono le sentenze emesse dai critici, dai cosiddetti specialisti della materia... Non permetterò che questi cosiddetti critici si presentino per uccidere quell’opera d’arte che è la letteratura. Per tutta la vita non mi sono mai curato di quello che diceva la gente e neppure di quello che ha sempre pensato (di me), quindi penso che non me ne curerò neppure in futuro. Marmaglia specializzata, i cosiddetti critici, ciarlatani mentali, sfruttatori di idee, imbecilli, ottusità da cemento armato...

    (Mmm... Iniziamo bene!)
    Le chiedo scusa...Non credevo che... Magari ho sbagliato a fare riferimento alla critica propriamente detta... Ma sa bene di aver conquistato il cuore di moltissimi lettori (e io sono fra questi)! Per lei, che non ha avuto una famiglia Sua, nè figli a cui trasmettere una parte di se stesso, credo che possa significare molto...
    Non è altro che un’illusione credere che ci sia un contatto fra le persone. Gli uomini camminano insieme, parlano insieme, dormono insieme, ma non si conoscono. Se gli uomini si conoscessero non camminerebbero insieme, non parlerebbero insieme, non dormirebbero insieme. Ci accompagniamo l’uno all’altro ma in realtà non ci conosciamo e per questo viviamo la commedia della vita soli con noi stessi.

    È anche vero che alcune persone sono state molto importanti per la sua vita...
    Mio nonno è stato l’essere umano da me amato come nessun altro al mondo. I nonni sono i maestri, gli autentici filosofi di ogni individuo, sempre essi squarciano la cortina che gli altri si affaticano a tenere ben chiusa. Il mio nonno materno mi ha tirato fuori e con ciò stesso salvato dall’abbruttimento e dal sordido tanfo di sconsolante mediocrità nel quale, se non ci fosse stato lui, io senza dubbio sarei morto per asfissia.
    E poi c’è lei, la persona della mia vita, la cara “zia”... Ho conosciuto Edwige Hofbauer Stavianicek, cinquantacinquenne, nel sanatorio di Grafenhof quando io ne avevo diciotto e da allora è nata un’amicizia che è durata fino alla morte di Edwige trentacinque anni dopo.
    Ma il fatto è che ciascuno di noi è completamente isolato in se stesso, anche se tra noi il legame è strettissimo. Quello che c'è di essenziale in una persona viene alla luce soltanto quando dobbiamo considerarla perduta per noi, nel momento in cui, ormai, questa persona può soltanto dirci addio. Quindi alla fine per tutta la vita siamo sempre solo abbandonati a noi stessi e soli e abbandonati a noi stessi andiamo per la nostra strada e dobbiamo conquistarci tutto da noi, senza aiuti dall’esterno.

    Non si direbbe che sia una persona molto ottimista... crede alla felicità?
    L’uomo è infelicità, solo gli imbecilli affermano il contrario. Essere partoriti è un’infelicità, e fintanto che viviamo ci portiamo appresso questa infelicità, che soltanto la morte può spezzare. Ciò che mi affascina sono gli essere umani nella loro infelicità, non mi attraggono le persone in sè, ma la loro infelicità e l’infelicità la colgo dovunque ci siano delle persone, sono avido di persone perché avido di infelicità. Ma ciò non significa che noi siamo solo infelici, la nostra infelicità è la premessa per poter essere anche felici, solo passando attraverso l’infelicità possiamo essere felici.

    Ecco, mi scusi... Questo suo ripetere in modo ossessivo, estenuante la stessa parola, lo stesso concetto... Mi permetto di chiederLe: a scuola non Le hanno insegnato che, per alleggerire un discorso, esistono i sinonimi, i pronomi relativi, i sottointesi? Non vorrei sembrarLe scortese, ma non è sempre facile leggere la Sua prosa...
    Le scuole sono soltanto fabbriche di imbecillità e di depravazione. Le scuole sono istituzioni raccapriccianti volte alla distruzione del giovane individuo fin da quando egli muove i primi passi. Entrando a scuola tremavo, uscendo da scuola piangevo. Andavo a scuola come si va al patibolo, la mia decapitazione era sempre soltanto rinviata, e questa era per me una tortura. È la scuola in sé, sosteneva mio nonno, che assassina il bambino. Le scuole passano sempre la solita vecchia zuppa che distrugge l’intelletto e distrugge l’animo di chi impara e di conseguenza studia, le scuole fanno di noi dei disperati che non usciranno più dalla loro disperazione, entriamo in una scuola per essere distrutti in questa scuola, l’artificiosità della scuola ci annienta...

    Beh... Per carità... Non mi permetto di... Ma... i Suoi insegnanti non hanno mai cercato di correggere questa Sua tendenza – come dire? – alla ridondanza?
    Correggere? Quella stolta razza di presunti maestri di letteratura e di vita? Siamo noi stessi che ci correggiamo: correggiamo in continuazione e correggiamo noi stessi con la massima durezza, perché a ogni istante riconosciamo che abbiamo fatto (scritto, pensato, eseguito) tutto in modo falso, che abbiamo agito in modo falso, come abbiamo agito in modo falso, che tutto fino a questo momento è una falsificazione, per cui correggiamo questa falsificazione e ricorreggiamo la correzione di questa falsificazione e correggiamo il risultato di questa correzione della correzione e così via...Ma l’unica vera correzione è quella che non abbiamo il coraggio di praticare: il suicidio. Il mondo è la scuola della morte.

    Lei hai mai pensato di uccidersi? I Suoi libri sembrano un’istigazione al suicidio...
    La parola suicidio mi è familiare fin dall’infanzia più remota soprattutto perché l’ho sentita pronunciare dalla viva voce di mio nonno. Non c’era conversazione o insegnamento da parte sua che non si concludesse con l’inevitabile constatazione che il bene più prezioso degli uomini è quello di potersi liberamente sottrarre al mondo mediante il suicidio. Poter tagliare la corda, diceva, è l’unico pensiero davvero meraviglioso. Quella sul suicidio è stata la più appassionata delle sue speculazioni, e io l’ho assunta a mia volta, me ne sono fatto carico.
    Avevo otto anni quando pensai per la prima volta di togliermi la vita, e in effetti ci ho concretamente provato, più di una volta fin dalla più tenera infanzia. Poi, a diciassette anni, mi ammalai di pleurite a causa di un raffreddamento trascurato per diverse settimane e questa pleurite mi tenne in bilico tra la vita e la morte. Ero nel “trapassatoio” di un ospedale, stipato insieme a centinaia di altri pazienti moribondi o già morti, lottavo tra la vita e la morte a causa della pleurite che mi aveva colpito. Ogni mezz’ora entra una suora, solleva la mia mano e la lascia ricadere... So quel che significa.

    E poi... cos’è successo?
    A un certo punto entrano alcuni uomini vestiti di grigio con una bara di zinco ermeticamente chiusa, scoperchiano la bara e vi depositano dentro una persona nuda. È stato un attimo ma è bastato: volevo vivere, tutto il resto non aveva importanza. Vivere, vivere la mia vita, viverla come e fino a quando mi pare e piace. Senza essere un giuramento, questo fu ciò che mi proposi quando ormai ero dato per spacciato, nell’attimo in cui l’altro, l’uomo davanti a me, aveva smesso di respirare. Quella notte, nell’attimo decisivo, tra le due possibili strade io avevo deciso la strada della vita. Non avevo voluto smettere di respirare come l’altro davanti a me, avevo voluto continuare a respirare e continuare a vivere.

    Cosa ha imparato da questa Sua esperienza in bilico tra la vita e la morte?
    Ogni idea e ogni perseguimento di un’idea in noi è la vita, la mancanza di idee è la morte. La mancanza di idee nell’uomo è la sua morte, e quanti uomini sono privi di idee, totalmente privi di idee, non esistono. Tutt’a un tratto c’è un’idea e vuole essere realizzata, tutta la nostra vita, tutta la nostra esistenza è fatta solo di idee che vogliono essere realizzate, se questa condizione si interrompe si interrompe la vita, subentra la morte. Siamo fatti solo di idee che sono nate in noi e che noi vogliamo realizzare, che dobbiamo realizzare, perché altrimenti siamo morti.

    E qual è l’idea che ha ossesionato Lei?
    Esistere. Non siamo capaci di vivere, non siamo in grado di esistere, giacché in verità non esistiamo, ma piuttosto veniamo esistiti! Ci sono degli uomini che si accontentano della vita nel suo stato grezzo e non si preoccupano di lavorarla, gli basta la materia grezza. Invece già fin dai primi accenni della ragione dobbiamo esplorare attentamente la possibilità di trasformare il mondo, per arrivare alla possibilità di fare nostro il mondo che non è nostro, tutta la nostra esistenza dev’essere concentrata esclusivamente su questa possibilità, e cioè come e in qual mondo possiamo trasformare e infine trasformeremo questo mondo che non è il nostro. Poichè infine, al termine della nostra vita possiamo dire, almeno per un momento abbiamo vissuto nel nostro mondo, e non in un mondo che ci è stato dato dai nostri genitori.

    Secondo Lei per quale motivo veniamo esistiti piuttosto che esistere?
    Non siamo capaci di vedere noi stessi come esseri unici al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuol cadere in balia della disperazione, ogni essere umano, comunque sia fatto, è un essere unico al mondo , io stesso me lo dico di continuo e con questo son salvo. Ogni essere umano è un essere umano unico al mondo e in effetti, dal suo punto di vista, la più grande opera d’arte di tutti i tempi, questo l’ho sempre pensato. Dobbiamo realizzare quest’opera d’arte che è la vita, per quanto immane sia lo sforzo per realizzare quest’opera d’arte, ma ognuno ha la possibilità di arrivarci, perché la sua natura stessa è sempre questa possibilità, bisogna affrontarla e realizzarla e portarla a termine con tutto il nostro sè.

    Sto iniziando a ricredermi... Forse la Sua prospettiva non è così fosca come temevo. Intrappolato nel suo linguaggio così snervante e ossessivo, sembra nascondersi un messaggio che è tutt’altro che un invito a lasciarsi morire... Ma allora perché non esprimerlo in modo chiaro e inequivocabile? Perché ricorrere alla morte per celebrare il suo contrario?
    Parlo un linguaggio che io solo capisco, nessun altro, così come ognuno parla soltanto il proprio linguaggio, e quelli che credono di capire sono degli imbecilli oppure dei ciarlatani. Per tutta la mia esistenza non ho fatto altro che disturbare. Io ho sempre disturbato e ho sempre irritato. Tutto quello che scrivo, tutto quello che faccio, é disturbo e irritazione. Tutta la mia vita in quanto esistenza non é altro che un continuo irritare e disturbare. Ci sono quelli che lasciano la gente in pace e ci sono altri, tra i quali anch’io, che disturbano e irritano. Io non sono un uomo che lascia in pace la gente, e nemmeno vorrei avere un carattere del genere...

    Che eredità vorrebbe lasciare ai posteri, ai Suoi lettori?
    Fissare lo sguardo su qualcosa di grande, era questo il continuo ammonimento di mio nonno, su quel che c’è di più grande, sull’eccelso! Lo sguardo, fissarlo sempre sull’eccelso! Il fatto che esiste al mondo anche qualcosa di diverso dalla banalità dovremmo sempre tenerlo presente. Ma la volgarità è da ogni parte intorno a noi, e ogni giorno, inevitabilmente, soffochiamo nell’imbecillità...

    E, sarà la carezza del vento, la frescura umida che sale dalla gola, il gorgoglio di una cascata non lontana, le sue parole cominciano a dilatarsi nella mia mente sempre più annebbiata…

    ... Ma che cos’è l’eccelso? Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo di essere circondati soltanto da ridicolaggine e meschinità. Quel che importa è sottrarsi a questa ridicolaggine e a questa meschinità. Fissare lo sguardo sull'eccelso! ...

    ... che parole sublimi! L’eccelso... fissare... lo sguardo…

    ... dalla mia giovinezza ho sempre avuto l’eccelso dinanzi ai miei occhi. Ma non sapevo che cos’era l’eccelso. Mio nonno lo sapeva? Sollevare lo sguardo dalla mediocrità della vita... fissare l’eccelso....

    ... e, cullata dal dolce assillo del suo martellante monito di vita, le mie palpebre si chiudono pesantemente...
    Ultima modifica di ayuthaya; 07-03-2019 alle 11:03 PM.

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