Confesso: sono stata sempre diffidente nei confronti delle spy stories, le ho sempre considerate letteratura di serie B (e forse alcune di esse lo sono), finché non ho scoperto Le Carré: uno scrittore di gran classe, capace di costruire ambienti e personaggi con grande finezza di analisi e grande maestria narrativa. Ciò è particolarmente vero in romanzi come questo, che si discostano dalla consueta accoppiata intrigo-azione propria del genere, per concentrarsi sulla storia comune di un individuo speciale.
Siamo nei primi anni '80: la guerra fredda volge alla fine, ma ancora i servizi segreti dei paesi capitalisti e quelli sovietici si tengono d'occhio da una parte e dall'altra del muro. Magnus Pym è, quasi superfluo dirlo, una spia di Sua Maestà britannica, dedito all'intrigo e alle oscure trame quasi per destino o per ribellione, a partire da quando, ancora ragazzo, aveva inciso con un temperino il nome di un amico prepotente nel bagno dei professori al college... Pym sceglie di collocarsi dal lato in ombra della vita, quello dove l'identità individuale si fa multipla, per sfuggire ad un padre troppo ingombrante, la cui personalità eccessiva impedisce al figlio di costruirsene una propria. Ma non si può sfuggire al confronto con gli altri: che ci piaccia o no, abbiamo bisogno di un altro che ci faccia da specchio e a cui fare da specchio. E' per questo bisogno di riflessione di e su se stesso che Pym decide un giorno di sparire dalla circolazione, gettando nel panico i servizi segreti di tutto il mondo...
Non aggiungo altro, per non bruciare il finale!