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Elogio della follia

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Discussione: Erasmo da Rotterdam - Elogio della follia

  1. #1

    Predefinito Erasmo da Rotterdam - Elogio della follia

    Scritto di getto nel 1509 a casa di Tommaso Moro (a cui è dedicato): l'Elogio è proprio una magistrale lezione di morale, di comportamento, di etica e di vita, condotta sul filo della satira con un estro che brilla fin dalla prima riga, non appena la Follia comincia a raccontare.
    Si proclama figlia di Pluto, dio della Ricchezza, e di Neotete ninfa della Giovinezza. Allattata da altre due ninfe, l'Ebrezza e L'Ignoranza, e oltre tutto figlia illegittima, nata non da un legittimo matrimonio ma da un semplice amplesso amoroso.
    Con in testa un berretto a sonagli la Follia parla e straparla, motteggia, ride e gesticola, circondata da compagnie spensierate, altre ninfe ancora: l'Adulazione, la Presunzione, l'Oblio, la Pigrizia, il Piacere, la Dissenatezza, L'Allegria, la Mollezza e il Sonno. Molti vizi e rare virtù? Paradossale, ma non troppo, perché la lezione di Erasmo alla fine è la seguente: non è la ragione a muovere il mondo, ma la passione, la sfida, anche la più insensata, e anche a costo di rovinose cadute. La stessa umanità, scrive Erasmo da dove sbuca? Non dalla testa o da altre parti nobili del corpo, ma da organi che non si possono nominare in un salotto beneducato.
    Dunque fantasia, spontaneità, coraggio e persino incoscienza. Questa è la parte che più seduce i contemporanei.
    La Follia di Erasmo ha più di un volto e molti seguaci. In particolare uno, il più pazzo di tutti secondo l'olandese, Gesù Cristo quando decise di assumere spoglie umane. E da allora altri pazzi come lui, cioè i cristiani, quelli veri che regalano i loro beni ai poveri, che porgono l'altra guancia e via dicendo. E' un passaggio chiave che introduce i capitoli contro il malcostume del potere. Erasmo sferza senza riguardo cardinali vescovi e preti (anche lui lo era) e, a catena, imperatori, re principi e tutti coloro che si spacciano per potenti, giusti, buoni, sapienti e intelligenti (e qui chissà perché mi vien da pensare ai nostri politici), ma che in realtà si arricchiscono ingannando il prossimo. Sempre follia, ma stavolta a fin di male. Un bel catalogo. Sta a vedere che hanno ragione i matti del manicomio quando dicono che i matti autentici non sono dentro ma fuori.
    Ultima modifica di zaratia; 12-29-2008 alle 11:28 AM.

  2. #2
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    E’ un testo veramente piacevole sulla follia che permea il mondo.
    La pazzia è multiforme, a volte benevola a volte maligna, ma sempre piuttosto divertente: solo la Follia si può permettere di dire sempre tutto ciò che le passa per la testa senza bisogno di alcuna maschera . Ed è anche imparziale: Io, la Follia, sono la sola a stringere tutti ugualmente in così generoso abbraccio.
    In effetti, credo che una piccola dose di follia sia presente in tutti gli esseri umani : ed è proprio questo elemento che ci consente di manifestare la nostra fantasia e, a volte, genialità superando la monotona e limitata razionalità.
    Non per niente la Follia è "femmina" !!!!

  3. #3
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    Eccezionale, stupendo, meraviglioso, geniale, fantastico, ... ufà, mi mancano le parole per decrivere questo testo...
    E' da tanto tempo che non mi è capitato di leggere un testo cosi perfetto, speciale nella sua forma, linguagio e con un messaggio a dir pocco sublime.
    Usando la tecnica dei grandi sofisti si è presso gioco di tutti i grandi stoici, filosofi, oratori, politici, teologi e poeti, spogliandoli delle loro vesti ingannatrici, e mostrandoceli in tutto il loro 'splendore' naturale.
    Unico commento che posso fare è leggetelo, leggetelo, leggetelo, leggetelo... tutti. Non ve ne pentirete.
    Anzi, riporto qualche citato, sperando che vi istigerà alla lettura:

    ...
    VII. Genealogia della follia
    Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiungerò? Quale, se non arcifolli? Con quale altro più nobile appellativo potrebbe la dea Follia chiamare i suoi iniziati? Ma poiché non a molti sono ugualmente noti i miei maggiori, con l’aiuto delle Muse tenterò ormai di parlarne. Non il Caos, né l’Orco, né Saturno, né Giapeto, né alcun altro di questi dèifuori moda e decrepiti fu mio padre, ma Pluto lui solo, [il dio della ricchezza], padre degli uomini e degli dèi, con buona pace di Esiodo, di Omero e dello stesso Giove. Un suo cenno, ora come sempre, mette sossopra cielo e terra. Il suo arbitrio decide della guerra e della pace, degli imperi, dei consigli, dei giudizi, dei comizi, dei matrimoni, dei trattati, delle alleanze, delle leggi, delle arti, delle cose scherzose e di quelle serie, ... ma ormai mi manca il fiato: per farla breve, dal suo arbitrio dipendono tutti gli affari pubblici e privati degli uomini. Senza il suo aiuto, tutta la folla degli dèi dei poeti, e, oserò dire, perfino le stesse divinità maggiori, o non sarebbero affatto, o vivacchierebbero alla meglio, di briciole. Chi incorre nell’ira sua, neppure Pallade potrebbe aiutarlo. Chi, invece, ne gode il favore, potrebbe trarre in catene lo stesso Giove col suo fulmine. Di tale padre io mi glorio. E questo padre non mi generò dal suo cervello, come Giove la fosca e crudele Pallade, ma dalla ninfa Neotete [la Giovinezza], di tutte la più graziosa e lieta. E non mi generò nell’uggioso vincolo del matrimonio – in cui nacque il famoso fabbro zoppo – ma, ed è molto più dolce, in un amplesso d’amore, come dice il nostro Omero. Né, a scanso d’equivoci, mi generò quel Pluto di Aristofane, già mezzo morto e già cieco, ma quello in pieno vigore, fervente di giovinezza, e non solo di giovinezza, ebbro soprattutto di schietto nettare che aveva generosamente bevuto al banchetto degli dèi.
    VIII. Luogo di nascita della follia
    Se poi volete sapere anche dove sono nata, visto che oggi nel valutare il grado di nobiltà attribuiscono la massima importanza al luogo dove si sono messi fuori i primi vagiti: ebbene, io non sono nata nell’errante Delo, non tra i flutti del mare, non in grotte profonde, ma proprio nelle Isole Fortunate, dove tutto cresce senza seme né aratro. Là non fatica, non vecchiaia, non malattie; nei campi non asfodeli, malva, squilla, lupini o fave, e simili piante da poco. Da ogni parte ti carezzano gli occhi e il naso moly, panacea, nepente, maggiorana, ambrosia, loto, rose, viole, giacinti – i giardini d’Adone. Nata fra queste delizie, non ho cominciato la vita nel pianto; subito ho sorriso dolcemente a mia madre.
    Al sommo figlio di Crono non invidio la capretta nutrice; ad allattarmi con le loro mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l’Ebbrezza, figlia di Bacco, e Apedia l’Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete ancora qui con me, nel gruppo di tutte le altre mie compagne e seguaci. Delle quali se, per Ercole, vorrete sapere i nomi, da me li sentirete solo in greco.
    IX. Il corteo che accompagna la follia
    Questa che vedete con le sopracciglia inarcate è senz’altro Filautìa; questa che sembra ridere con gli occhi, e che batte le mani, è Colacìa; questa mezza addormentata e vinta dal sonno si chiama Lète; questa appoggiata sui gomiti e con le mani intrecciate si chiama Misoponìa; questa, cinta da un serto di rose, e tutta cosparsa di profumi, Hedonè; Anoia questa, dai mobili sguardi lascivi. Questa dalla pelle splendente e dal corpo rigoglioso si chiama Trufè. Tra le fanciulle potete vedere anche due dèi: Como e Ipno, il dio del sonno profondo. Col fedele aiuto di questa mia corte io signoreggio su tutte le cose, e sono sovrana degli stessi sovrani

    Per adesso mi fermo qui, anche se il meglio segue dopo...
    Io ho trovato i più belli capitoli LII I filosofi, LIII I teologi e LIV I religiosi e i monaci, ma non li vi cito, perchè spero tanto che a quanto prima prendete voi il testo e lo leggete

  4. #4
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    Continuo con i citati (questi li ho presi dal ebook, e devo dire che la traduzione lascia un po' desiderare rispeto a quella di Gabriella D'Anna, che ho letto nella edizione di Newton)

    XVI. La follia dà sapore alla vita
    Ma è tempo ormai di seguire l’esempio di Omero lasciando da parte gli dèi e tornando sulla terra: vediamo fino a qual punto gioia e fortuna vi si trovino solo per mio dono. In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia. Se, infatti, secondo la definizione stoica, la saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la follia consiste nel farsi trascinare dallepassioni, perché la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell’uomo molta più passione che ragione: press’a poco nella proporzione di mezz’oncia ad un asse. Relegò inoltre la ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni. Quindi alla sola ragione contrappose due specie di violentissimi tiranni: l’ira, che occupa la rocca del petto e il cuore stesso che è la fonte della vita, e la concupiscenza che estende il suo dominio fino al basso ventre. Quanto valga la ragione contro queste due agguerrite avversarie ce lo dice a sufficienza la condotta abituale degli uomini: la ragione può solo protestare, e lo fa fino a perderci la voce, enunciando i princìpi morali; ma quelle, rivoltandosi alla loro regina, la subissano di grida odiose, finché essa, prostrata, cede spontaneamente dichiarandosi vinta.
    ...
    XX. La follia concilia i matrimoni
    Quanto si è detto dell’amicizia a maggior ragione vale per il matrimonio, che altro non è se non un legame per la vita tra singoli individui. Dio immortale, quanti divorzi, o fatti anche peggiori dei divorzi, non si avrebbero dappertutto, se la domestica convivenza del marito con la moglie non si rafforzasse nutrendosi di adulazioni, di scherzi, di indulgenza, di errori, di dissimulazioni, tutte cose che appartengono al mio seguito. Quanto pochi matrimoni ci sarebbero, se il fidanzato saggiamente si informasse dei passatempi a cui già molto prima delle nozze si dedicava la sua verginella così delicata e pudica in vista. E, a celebrazione avvenuta, quanti meno ne durerebbero, se tante imprese delle mogli non rimanessero ignorate per la negligenza e la sciocchezza dei mariti! E anche questo, a buon diritto, è da attribuirsi alla Follia, a cui si deve se il marito ama la moglie e la moglie il marito, se in casa regna la pace, se il vincolo dura. Si ride del cornuto, del cervo (e quanti altri nomi non gli si danno!), quando asciuga con i baci le lacrime dell’adultera. Ma quanto meglio lasciarsi ingannare così che rodersi di gelosia e volgere tutto in tragedia!
    ...
    XXII. La Filautia, ovvero l'amore di se stessi
    Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno? chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d’accordo con altri? potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro? Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa. Pertanto, se non ci fossi più io, lungi dal sopportare il prossimo, ognuno, inviso a se stesso, proverebbe disgusto di sé e delle cose sue. La Natura, infatti, in molte cose matrigna piuttosto che madre, ha posto nell’animo dei mortali, soprattutto se appena più intelligenti, il seme di questo male: scontento di sé e ammirazione per gli altri. Di qui il venir meno e l’estinguersi di tutte quelle squisite doti che sono il profumo della vita. A che giova infatti la bellezza, il massimo dono degli dèi immortali, se deve esser lasciata a sfiorire? A che la giovinezza, se deve intristire per il veleno di senili malinconie? Infine, in tutti i casi della vita, come potrai agire in modo conveniente nei tuoi o negli altrui confronti (agire come conviene non è solo la prima regola dell’arte, ma di tutta la nostra condotta), se non ti sarà propizia Filautìa, che a buon diritto tengo in conto di sorella, tanto validamente mi presta il suo aiuto in ogni occasione? Se piaci a te stesso, se ti ammiri, questo è proprio il colmo della follia; ma d’altra parte, dispiacendo a te stesso, che cosa potresti fare di bello, di gradevole, di nobile? Togli alla vita l’amor proprio, e subito la parola suonerà fredda sulle labbra dell’oratore, il musicista non piacerà a nessuno con le sue melodie, l’attore si farà fischiare con la sua mimica, il poeta e le sue muse saranno irrisi, sarà tenuto a vile il pittore con la sua arte, si ridurrà alla fame il medico con le sue medicine. Alla fine invece di Nireo sembrerai Tersite, invece di Faone Nestore, invece di Minerva una scrofa, invece di un forbito oratore uno che non balbetta neanche una parola; invece di un distinto cittadino, un rozzo contadino. Se vuoi poter essere raccomandato agli altri, devi proprio cominciare col raccomandarti a te stesso; devi essere il primo a lodarti, e non senza una punta di adulazione.
    Infine, poiché la felicità consiste soprattutto nel voler essere ciò che si è, qui interviene col suo aiuto la mia Filautìa, facendo in modo che nessuno sia scontento del suo aspetto, del suo carattere, della sua schiatta, della sua posizione, della sua educazione, della sua patria, tanto che né un irlandese si cambierebbe con un italiano, né un tracio con un ateniese, né uno scita con un abitante delle Isole Fortunate. O singolare bontà della natura che in tanta varietà di cose stabilì un regime di uguaglianza! Dove scarseggia un po’ coi suoi doni, ivi è solita aggiungere una dose maggiore di amor di sé. Ma che sciocchezza ho detto! proprio questo è il più grande dei suoi doni.
    ...
    Il testo è scritto nel pieno stile d'antica Grecia, si evocano i dei e i personaggi greci (e latini), e ci vuole un po' di pazienza nel leggere i commenti e le spiegazioni, ma questo è un'altro punto nel suo favore, che allegerisce il tono e toglie le esplicite allusioni delle persone reali, di cui parla indiretamente.

  5. #5
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    Uno scritto geniale!

  6. #6
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    Trattasi di una roba stupefacente e spassosamente ironica.

    Mi ricorda da vicino certo Bruegel e in generale certi scenari fiamminghi


  7. #7
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    a me invece richiama alla mente scene del foro romano!!! mi immagino la follia togata che parla in agorà in sua difesa!

  8. #8
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    Secondo me, in agora, si, ma nella vecchia Grecia...
    Ascoltate qui:

    II. Argomento della declamazione

    Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell’orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell’orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan. M’è venuta infatti voglia di incarnare con voi per un po’ il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso, che oggi riempiono la testa dei ragazzi di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza fine degne di donnette pettegole. Io imiterò quegli antichi che per evitare l’impopolare appellativo di sapienti preferirono esser chiamati sofisti. Il loro proposito era di celebrare con encomi gli dèi e gli eroi. Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l’elogio della Follia.
    ...
    Poi, oltre tutto è nata da Pluto - dio greco della ricchezza e dalla ninfa Neotete che in greco significa "giovinezza"....
    Nel suo Elogio, nomina gli dei e gli filosofi grechi... per me, rispecchia in tutto e per tutto lo stile della letteratura greca....

    Vi indico il sito dove si può scaricare gratuitamente questo testo:
    http://ebook.mondadori.com/ebook/gratuiti.jsp?poss=9

  9. #9
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    Io mi sento un po' ignorante dopo aver letto i vostri post...
    Ho comprato l'elogio della follia qualche mese fa dopo aver desiderato di leggerlo fin da quando lo studiai a scuola (molto sommariamente e mooolti anni fa), però ora che l'ho letto non mi ha conquistata.
    Sì, mi è piaciuto ma devo dire che sono rimasta delusa... forse l'aspettativa era troppa

  10. #10
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    Tutto dipende dalle aspettative... Se hai cercato dal testo di trovare la saggezza universale allora, di sicuro, dovevi trovarti delusa con questo testo. La sua grandezza sta nel semplice rigiro di parole, cioè, usando la sofistica, l'arte dei Sofisti, che sostenevano che l'arte del oratorio sta nel principio che ogni argomenti può essere mostrato come vincente, se sai fare. Esaltavano il metodo dialetico mettendolo davanti ogni cosa. Si facevano pagare per i loro insegnamenti e vennero chiamati offensivamente prostituti della cultura...
    E poi, alla fine, ti sugerisco di rillegere i capitoli LII, LIII e LIV (scritto da un teologo):

    LII. E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba mantello: affermano di essere i soli sapienti; tutti gli altri, secondo loro, sono soltanto ombre inquiete. Ma com’è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli; quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli dèi! La natura, intanto, si fa le grandi risate, su di loro e sulle loro ipotesi. Infatti, a dimostrare che nulla sanno con certezza, basterebbe il loro polemizzare sulla spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla, affermano di sapere tutto; non conoscendo se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o del sasso che hanno sotto il naso, o perché in molti casi ci vedono poco, o perché sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali, forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili da sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in particolare il profano volgo, quando confondono le idee agl’ignoranti con triangoli, quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte, disposte le une sulle altre a formare una specie di labirinto, e poi con lettere collocate quasi in ordine di battaglia e variamente manovrate. Né mancano, fra loro, quelli che, consultando gli astri, predicono l’avvenire promettendo miracoli che vanno al di là della magia; e, beati loro, trovano anche chi ci crede.
    LIII. Quanto ai teologi, forse meglio farei a non parlarne, evitando di suscitare un simile vespaio e di toccare quest’erba puzzolente , perché, altezzosi e litigiosi come sono, non abbiano ad assalirmi a schiere con centinaia di argomenti, costringendomi a fare ammenda. Ché, se mi rifiutassi, mi accuserebbero senz’altro di eresia, questo essendo il fulmine con cui di solito atterriscono chi non gode le loro simpatie. Eppure, ancorché siano i meno propensi a riconoscere i miei meriti nei loro confronti, anche loro, e di non poco, mi sono debitori: devono a me quell’alta opinione di sé che li rende felici, come se il terzo cielo fosse la loro dimora, e li induce a guardare dall’alto in basso con una sorta di commiserazione tutti gli altri mortali, quasi animali che strisciano a terra, mentre loro, trincerati dietro un valido esercito di magistrali definizioni, conclusioni, corollari, proposizioni esplicite ed implicite, a tal segno abbondano di scappatoie da poter sfuggire anche alle reti di Vulcano con distinzioni che recidono ogni nodo con una facilità che neppure la bipenne di Tenedo possiede, inesauribili nel coniare termini nuovi e parole rare. Spiegano inoltre a modo loro gli arcani misteri, i criteri che sono a base della creazione e dell’ordinamento del mondo; per quali vie la macchia del peccato si è trasmessa di generazione in generazione; in che modo, in che misura e in quanto tempo Cristo si è formato nel grembo della Vergine; come nell’Eucaristia ci possono essere gli accidenti senza la materia. Ma queste sono cose risapute. Altre le questioni che ritengono degne dei teologi grandi e illuminati – così li chiamano. Quando se le trovano di fronte si esaltano: «Qual è l’istante della generadivina? ci sono più filiazioni in Cristo? è sostenibile la proposizione “Dio Padre odia il Figlio”? avrebbe potuto Dio assumere figura di donna, di demonio, di asino, di zucca, di pietra? In caso affermativo, come la zucca avrebbe potuto predicare, fare miracoli, essere messa in croce? che cosa avrebbe consacrato Pietro, se avesse consacrato mentre Cristo pendeva dalla croce? e poteva Cristo, in quel medesimo tempo, essere chiamato uomo? Infine, dopo la resurrezione, potremo mangiare e bere?». Della fame e della sete, infatti, costoro si preoccupano fino da ora. Innumerevoli poi le sottigliezze, anche molto più sottili di queste, circa le nozioni, le relazioni, le formalità, le quiddità, le ecceità, che sfuggirebbero agli occhi di tutti, fatta eccezione di un novello Linceo capace di vedere nelle tenebre più profonde anche le cose che non sono in nessun luogo. Aggiungi sentenze così paradossali che i famosi oracoli stoici, detti appunto paradossi, sembrano al confronto luoghi comuni dei più rozzi e banali. Per esempio, che accomodare una volta la scarpa di un povero nel giorno del Signore è delitto più grave che strangolare mille uomini; che dire una volta tanto una sola bugietta, per quanto piccina, è più grave che lasciare andare in malora il mondo intero con tutta la sua dovizia di cose utili e belle. A rendere ancora più sottili queste sottilissime sottigliezze ci sono le tante vie battute dagli scolastici, ché usciresti prima dai labirinti che non dalle oscure tortuosità di realisti, nominalisti, tomisti, albertisti, occamisti scotisti; e non ho nominato tutte le scuole, ma solo le principali.
    In tutte c’è tanta erudizione, tanta astrusità, che, secondo me, persino gli Apostoli, se si trovassero a dover discutere con questi teologi di nuovo genere, avrebbero bisogno di un secondo Spirito Santo. Paolo poté dimostrare la sua fede, ma quando dice che «la fede è sostanza di cose sperate, e argomento delle non parventi», dà una definizione manchevole dal punto di vista dottrinale. Il medesimo Paolo, che in modo eccellente fece professione di carità, ne dette, nel capitolo tredicesimo della prima epistola ai Corinzi, un’analisi e una definizione difettose in sede dialettica. Gli Apostoli, certamente, celebravano l’Eucaristia con la dovuta pietà. Non credo però che, interrogati sul termine a quo e sul termine ad quem, sulla transubstanziazione, sull’ubiquità di un medesimo corpo; sulla differenza tra il corpo di Cristo in cielo, sulla croce e nel sacramento dell’Eucaristia; sull’istante in cui avviene la transubstanziazione, dovuta com’è a una formula composta di più parole distinte, e quindi a una quantità discreta in divenire: non credo – ripeto – non credo che, nel discutere e nel definire, gli Apostoli avrebbero raggiunto la sottigliezza degli scotisti. Avevano conosciuto la madre di Gesù; ma chi di loro dimostrò, con l’ineccepibile metodo filosofico dei nostri teologi, come rimase immune dalla macchia del peccato di Adamo? Pietro ha ricevuto le chiavi, e le ha ricevute da colui che non le darebbe a un indegno; e tuttavia non so se avrebbe capito – certo non ne ha mai còlto la sottigliezza – la questione del come possa possedere la chiave della scienza anche chi non ha la scienza. Gli Apostoli battezzavano in ogni luogo; tuttavia non hanno mai insegnato quale sia la causa formale, materiale, efficiente e finale del battesimo, né mai hanno fatto menzione del suo carattere delebile e indelebile. Gli Apostoli adoravano, sì, Dio, ma in spirito, attenendosi unicamente al principio evangelico: «Dio è spirito, e chi lo adora deve adorarlo in spirito e verità». Non pare tuttavia sia stato ad essi ben chiaro che dobbiamo adorare Cristo allo stesso modo, sia in persona che in una sua immagine scarabocchiata col carbone sul muro, purché vi appaia con due dita levate, i capelli lunghi e tre raggi nell’aureola che gli cinge la nuca. Come si possono cogliere queste finezze, se prima non ci si è dedicati anima e corpo, per almeno trentasei anni, alla fisica e alla metafisica di Aristotele e di Duns Scoto? Allo stesso modo gli Apostoli parlano della grazia, ma non fanno mai distinzione fra grazia gratuita e grazia gratificante. Esortano alle opere buone, ma non distinguono fra opera operante e opera operata. Dappertutto insistono sulla carità, ma non distinguono fra carità infusa e carità acquisita, né spiegano se sia sostanza o accidente, cosa creata o increata. Detestano il peccato, ma possa io morire se sono riusciti a definire cosa sia quello che diciamo peccato; per questo avrebbero dovuto formarsi alla scuola degli scotisti. L’insegnamento di Paolo può essere preso come punto di riferimento per giudicare di tutti gli Apostoli; ebbene, io non potrei mai indurmi a credere che egli avrebbe così spesso condannato le questioni, le discussioni, le genealogie e quelle che chiamava logomachìe, se fosse stato un esperto nell’argomentare. E sì che le dispute dei suoi tempi erano senz’altro roba da ridere in confronto alle sottigliezze dei nostri maestri che potrebbero dare punti a Crisippo.
    Anche se poi questi maestri, nella loro grande modestia, quando gli Apostoli hanno scritto una cosa in forma disadorna, e, certo, non magistrale, non la condannano, ma ne offrono un’accettabile interpretazione. Quest’onore tributano in parte all’antichità, in parte all’autorità degli Apostoli. Del resto, sarebbe stata, per Ercole, una bella ingiustizia pretendere la conoscenza di cose tanto difficili da chi non ne aveva mai sentito far parola dal maestro. Se però la cosa si verifica in Crisostomo, in Basilio, in Girolamo, ritengono sia sufficiente annotare: «affermazione respinta». Eppure si tratta di autori che confutarono i pagani, i filosofi, gli ebrei, per loro natura ostinatissimi; lo fecero con la vita e coi miracoli più che con i sillogismi. D’altra parte nessuno dei loro avversari sarebbe stato in grado di capire neppure una delle “questioni quodlibetali” di Scoto. Al giorno d’oggi, qual mai pagano, qual mai eretico non si darebbe senz’altro per vinto di fronte a tante capillari sottigliezze? Bisognerebbe fosse tanto ignorante da non capirci nulla, o tanto privo di ritegno da scoppiare in sconce risa; o, infine, così esperto in quei medesimi cavilli da combattere ad armi pari: un mago di fronte a un mago, o un duello fra due avversari armati entrambi di una spada incantata: tutto si ridurrebbe a tessere e ritessere la tela di Penelope. Secondo me i cristiani darebbero prova di un gran buon senso se, invece delle rozze armate che ormai da un pezzo combattono con esito incerto, inviassero contro i Turchi gli scotisti coi loro gran schiamazzi, gli occamisti così ostinati, gl’invitti albertisti, e con essi l’intera banda dei sofisti: assisterebbero, credo, alla più divertente delle battaglie e a una vittoria mai vista prima. Chi, infatti, potrebbe essere tanto freddo da resistere ai loro strali infuocati? chi tanto torpido da non esserne stimolato? chi tanto avveduto da non restarne accecato?
    Ma voi credete che i miei siano tutti scherzi. Si può capirlo: anche fra i teologi ve ne ha di più dotti, che tengono a vile queste arguzie teologiche giudicandole futili. Ve ne sono che considerano un sacrilegio esecrando, e il massimo dell’empietà, parlare con linguaggio così volgare di cose tanto misteriose, oggetto di adorazione più che di spiegazione; discuterne usando il profano argomentare dei pagani; definirle con tanta presunzione, e infangare la maestà della divina teologia con parole e concetti così poveri e addirittura sordidi.
    Nel frattempo, però, gli altri rimangono pieni di sé, addirittura si battono le mani, e dediti notte e giorno alle loro piacevolissime cantilene non trovano neppure un minuto per leggere almeno una volta il Vangelo o le lettere di san Paolo. E, mentre nelle scuole vanno propinando ai discepoli simili sciocchezze, credono di essere loro a salvare da certa rovina la Chiesa universale sostenendola con la forza dei loro sillogismi, come il mitico Atlante sosteneva con le spalle il mondo. E vi pare poco gratificante por mano ai misteri delle Scritture plasmandole a piacere, ora in questa ora in quella guisa, come fossero cera? esigere che le proprie conclusioni, già accettate da un certo numero di scolastici, siano ritenute più importanti delle leggi di Solone e addirittura da anteporre ai decreti dei pontefici? Se poi qualcosa non coincide a capello con le loro conclusioni esplicite e implicite, come fossero i censori del mondo, ne impongono la ritrattazione e, come se parlasse l’oracolo, sentenziano: «Proposizione scandalosa»; «proposizione irriverente»; «questa odora di eresia»; «questa suona male». Per fare un cristiano non basta più il battesimo, né il Vangelo, né Pietro, né Paolo, né san Girolamo, né sant’Agostino; addirittura non basta neppure Tommaso, il principe degli aristotelici. Ci vuole anche il voto di questi baccellieri, così sottili nel giudicare. Chi, infatti, senza l’insegnamento di questi sapienti, si sarebbe mai accorto che non era cristiano chi riteneva ugualmente corrette queste due proposizioni: «vaso da notte, tu puzzi» e «il vaso da notte puzza»; oppure: «bolle la pentola» e «la pentola bolle»? Chi avrebbe liberato la Chiesa da così gravi errori, di cui nessuno si sarebbe mai accorto, se costoro non li avessero denunciati col sigillo della loro alta autorità? E non saranno al colmo della gioia mentre fanno tutto ciò? o quando ritraggono con molta esattezza il mondo infernale come se per molti anni fossero stati cittadini di quella repubblica? o quando fabbricano a capriccio nuove sfere celesti, creandone in fine una più grande di tutte, più bella, perché le anime beate abbiano agio di passeggiarvi, di banchettare e anche di giocare a palla? A tal segno la loro testa è infarcita di una miriade di sciocchezze del genere che, secondo me, nemmeno quella di Giove era così gonfia quando, sul punto di partorire Minerva, chiese a Vulcano di darci un bel colpo di scure. Perciò non vi stupite quando nelle pubbliche dispute li vedete con la testa così accuratamente imberrettata: se no, scoppierebbe.
    Anch’io, a volte, rido del fatto che, quanto più il loro linguaggio è barbaro e rozzo, tanto più si credono grandi teologi, e in quel loro balbettare, comprensibile solo da un altro balbuziente, loro chiamano finezza d’ingegno quello che la gente non capisce. Negano infatti che sia compatibile con la dignità delle sacre lettere sottomettersi alle leggi della grammatica. (continua)

  11. #11
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    Mirabile maestà, invero, quella dei teologi, se a loro soli è lecito costellare di spropositi il discorso, anche se poi hanno in comune questo privilegio con molti ignoranti. Infine si ritengono ormai vicinissimi agli dèi quando vengono salutati con venerazione quasi religiosa, e chiamati maestri nostri. Credono presente in quell’appellativo qualcosa di simile al tetragramma degli ebrei. Perciò considerano un’empietà non scrivere «Magister noster» tutto in lettere maiuscole. Se poi qualcuno, invertendo, dicesse «noster Magister», di colpo annullerebbe la maestà del nome teologico.
    LIV. Quasi altrettanto felici sono coloro che comunemente si fanno chiamare religiosi e monaci, usando, in entrambi i casi, denominazioni quanto mai false. Per buona parte, infatti, sono le mille miglia lontani dalla religione; e nessuno si incontra in giro più di questi pretesi solitari. Non vedo che cosa potrebbe esserci di più miserando di loro, se non ci fossi io a soccorrerli in tanti modi. Perché, pur essendo questa genìa a tal segno detestata da tutti, che persino un incontro casuale con qualcuno di loro è ritenuto di malaugurio, si cullano tuttavia nell’illusione di essere chissà che cosa. In primo luogo ritengono che il massimo della pietà consista nell’essere tanto ignoranti da non sapere neppur leggere. Poi, quando con la loro voce asinina ragliano i loro salmi, di cui sono in grado di indicare a memoria il numero d’ordine senza peraltro capirli, sono convinti di accarezzare in modo dolcissimo le orecchie degli dèi. Né mancano quelli che vendono a caro prezzo il loro sudiciume e il loro andare mendicando: dinanzi alle porte chiedono il pane emettendo muggiti lamentosi; non c’è albergo, non veicolo o nave in cui non portino scompiglio con non piccolo danno degli altri mendicanti. Così, queste carissime persone, dicono di darci un’immagine degli Apostoli con la loro sporcizia, con la loro ignoranza, con la loro rozzezza, con la loro impudenza.
    E che cosa più divertente del loro far tutto secondo una regola, quasi in base a un calcolo matematico che sarebbe delittuoso violare? Quanti nodi deve avere il sandalo; di che colore deve essere il cordone; quale il modello della veste; di cosa deve essere fatta, e di quale larghezza la cintura; di che tipo e di che capacità il cappuccio; quale la precisa misura della chierica; quante ore vanno concesse al sonno. Eppure, quanta diversità, chi non lo vede, in questa uguaglianza imposta a corpi e temperamenti così vari! E tuttavia, per queste sciocchezzuole, non solo si considerano superiori agli altri, ma anche fra loro si disprezzano a vicenda e, pur professando la carità apostolica, fanno un’autentica tragedia di una cintura diversa o di un colore un po’ più scuro. Ne potresti vedere di così rigidamente attaccati alla regola da portare esclusivamente vesti di lana di Cilicia, e biancheria di lino di Mileto; altri, al contrario, portano vesti di lino e biancheria di lana. Altri ancora, che odiano toccare il danaro come fosse veleno, non si astengono né dal vino né dalle donne. Infine, mirabile in tutti la cura di non avere nulla in comune quanto a regola di vita, e questo, non nell’intento di somigliare a Cristo, ma per distinguersi tra di loro.
    Buona parte della loro soddisfazione deriva dai nomi: gli uni si compiacciono del nome di Cordiglieri, distinti in Coletani, Minori, Minimi, Bollisti; altri godono del nome di Benedettini, o di Bernardini; questi di Brigidensi, quelli di Agostiniani; gli uni tengono alla denominazione di Guglielmiti, altri di Giacobiti, come se chiamarsi Cristiani fosse troppo poco. Gran parte di costoro, a tal segno dà peso alle proprie cerimonie e a minute tradizioni umane, da ritenere che un solo cielo non sia premio adeguato a meriti sì grandi; e non pensano che Cristo, non facendo alcun conto del resto, chiederà se hanno osservato il suo unico precetto: la carità. E allora uno esibirà il pancione gonfio di pesci d’ogni specie; un altro rovescerà al suo cospetto centinaia di moggi di salmi. Un altro ancora farà il conto degli infiniti digiuni; se poi tante volte ha rischiato di scoppiare, è stato per quell’unico pasto che si concedeva dopo. Altri ancora mostrerà il mucchio delle cerimonie a cui ha partecipato, tanto greve che a malapena potrebbero trasportarlo sette navi da carico. Qualcuno si vanterà di avere oltrepassato i sessant’anni senza toccar denaro, se non con le mani protette da due paia di guanti. Chi produrrà la cocolla tanto sporca e grassa che neanche un marinaio se ne gioverebbe. Chi ricorderà di avere fatto per più di undici anni la vita dell’ostrica, sempre attaccato allo stesso luogo; e chi si farà un merito della voce divenuta rauca per l’ininterrotto cantare, o del rimbecillimento derivato dalla vita solitaria; altri ancora della lingua resa torpida dal voto del silenzio. Ma Cristo, interrompendo queste vanterie che altrimenti rischierebbero di non finire più, «Di dove viene, dirà, questa nuova schiatta di Giudei? Riconosco per mia una legge sola, e solo di questa non si fa parola. Pure, una volta, con aperto linguaggio, e non in forma di parabola, ho promesso l’eredità del padre mio non alle cocolle, non alle giaculatorie e ai digiuni, ma alle opere di carità. Non conosco questa gente che esalta troppo i propri meriti; dato che vorrebbero sembrare anche più santi di me, occupino, se vogliono, i cieli dei seguaci di Abraxas, o si facciano edificare un nuovo cielo da coloro le cui meschine tradizioni anteposero ai miei precetti». Quando sentiranno queste parole, e si vedranno preferire marinai e aurighi, con che faccia credete che si guarderanno a vicenda?
    Nel frattempo si beano della loro speranza, e non senza mio merito. E poi, benché lontani dalla vita pubblica, nessuno osa disprezzarli, i Mendicanti in particolare, perché attraverso la cosiddetta confessione conoscono senza eccezione i segreti di tutti. Rivelarli, tuttavia, secondo loro, è peccato, salvo dopo una bevuta, quando vogliono dilettarsi di qualche racconto più divertente; ma anche allora raccontano i fatti solo in via ipotetica, senza far nomi. Se però qualcuno irrita questi calabroni, predicando al popolo se ne vendicano a misura di carbone, e bollano il nemico con allusioni tanto scoperte da essere capite da tutti, salvo da chi non capisce proprio nulla. Né la smettono di latrare, se prima non gli hai gettato l’offa in bocca.
    Eppure, quale commediante, quale ciarlatano andresti a vedere a preferenza di costoro, quando a predica si esibiscono in tirate retoriche che, pur nella loro assoluta ridicolaggine, si attengono nel modo più spassoso alle norme sull’arte del dire tramandate dai maestri? Dio immortale! come gesticolano! come cambiano voce! come canterellano! come si spenzolano verso l’uditorio! come mutano espressione! come punteggiano tutto con urla! Quest’arte oratoria viene trasmessa come un segreto da un fraticello all’altro: sebbene non mi sia concesso di venirne a conoscenza, tenterò comunque di procedere per congetture.
    Scimmiottando i poeti, cominciano con un’invocazione. Poi, se devono parlare, poniamo, della carità, prendono le mosse dal Nilo, fiume d’Egitto. Se invece devono trattare del mistero della Croce, prendono opportunamente gli auspici da Bel, drago di Babilonia. Se si preparano a predicare sul digiuno, si rifanno ai dodici segni dello Zodiaco e, se l’oggetto del loro discorso è la fede, premettono una lunga introduzione sulla quadratura del circolo. Ho sentito con le mie orecchie un esimio stupido, scusate, volevo dire dotto, che, in una predica famosissima, dovendo spiegare il mistero della Trinità, volendo far cosa che suonasse gradita all’orecchio dei teologi, e mettere al tempo stesso in mostra la sua non comune dottrina, si dette a battere una strada affatto nuova: partì dalle lettere dell’alfabeto, dalle sillabe, dal discorso, dalla concordanza del nome col verbo e dell’aggettivo col sostantivo, tra la meraviglia dei più, anche se non mancava qualcuno che borbottava tra sé le parole d’Orazio: «ma a cosa approdano queste scemenze?». Finalmente arrivò al punto di dimostrare che l’immagine di tutta la Trinità scaturisce dai rudimenti grammaticali in modo tale che nessun matematico potrebbe disegnarla con più evidenza nella polvere. E nel comporre questa orazione, quel teologo principe per otto mesi interi aveva faticato tanto, che anche oggi è più cieco di una talpa, senza dubbio per avere consumato tutta la forza degli occhi nella suprema tensione della mente. Ma non si lamenta della cecità: crede anzi di avere raggiunto il successo con poca spesa.
    Ho ascoltato un altro ottuagenario, un teologo di tale statura che lo avresti detto Duns Scoto redivivo. Dovendo spiegare il mistero del nome di Gesù, con mirabile sottigliezza dimostrò che tutto quanto se ne poteva dire era nascosto nelle lettere stesse che lo componevano. Perché il fatto che la sua declinazione abbia tre casi soli è segno manifesto della divina Trinità. Il mistero ineffabile poi sta nel fatto che il primo caso, Jesus, termina in s, il secondo, Jesum, in m, il terzo, Jesu, in u: quelle tre lettere significano che è sommo, medio e ultimo. Restava un mistero anche più ostico, da risolversi col calcolo matematico. Divise la parola Jesus in due parti uguali, in modo che una lettera, in mezzo, restasse divisa in due. Poi insegnò che quella lettera per gli Ebrei è syn, che in lingua scozzese, credo, vuole dire peccato: di qui risulta manifesto che Gesù è colui che redime il mondo dai peccati. Per l’originalità dell’esordio tutti rimasero a bocca aperta, i teologi in particolare, sì che per poco non toccò loro la sorte di Niobe; mentre a me quasi successe come al Priapo di legno di fico che, con suo grave danno, si trovò ad assistere ai riti notturni di Canidia e di Sagana. E non a torto. Infatti, quando mai il greco Demostene, o il latino Cicerone, sono andati a escogitare un simile esordio? Essi ritenevano difettoso un proemio che troppo si scostasse dal tema: neanche i bifolchi, che hanno la natura per guida, esordiscono così. Ma questi dotti ritengono che il loro preambolo – così lo chiamano – raggiunga il massimo della potenza retorica quando proprio non ha nulla a che fare col resto del discorso, tanto che chi ascolta meravigliato finisce col dire tra sé: «ma dove si va a finire?». In terzo luogo commentano, tirandone fuori un raccontino, qualche breve passo del Vangelo, ma frettolosamente e quasi incidentalmente, mentre questo solo era il punto da sviluppare. In quarto luogo, cambiando parte in commedia, sollevano un problema teologale, che talvolta non sta né in cielo né in terra. E anche questo ritengono conforme alle regole dell’arte. Qui finalmente assumono piglio teologico, riempiendo gli orecchi agli ascoltatori di famosi nomi di dottori solenni, dottori sottili, dottori sottilissimi, dottori serafici, dottori santi, dottori irrefragabili. Allora sbandierano davanti a una folla ignorante sillogismi, maggiori, minori, conclusioni, corollari, supposizioni e altre sciocchezze prive di mordente e decisamente scolastiche. Resta ormai il quinto atto, in cui l’artista deve rivelarsi in tutta la sua bravura. Allora tirano in ballo una qualche rozza e sciocca storiella, tratta, penso, dallo Speculum historiale o dai Gesta Romanorum, e ne offrono un’interpretazione allegorica, tropologica, ed anagogica. Così portano a compimento la loro Chimera, qualcosa che neppure Orazio riusciva a immaginare quando scriveva: «[aggiungete] a una testa d’uomo, ecc.».
    Da non so chi, hanno poi sentito dire che l’inizio dell’orazione deve essere basso di tono. Perciò cominciano con una voce così bassa che neanche loro la sentono, come se il parlare servisse quando nessuno capisce. Hanno anche imparato che, a volte, per suscitare emozioni, è opportuno erompere in un grido. Perciò, a metà di un discorso punto concitato, all’improvviso si danno a strillare furiosamente, senza il minimo bisogno. Quegli scoppi di voce che nulla giustifica ti farebbero giurare di trovarti davanti a casi da trattare con l’elleboro. Inoltre, avendo appreso che il discorso deve animarsi via via che procede, quando, bene o male, hanno esaurito l’inizio delle singole parti, a un tratto adottano un tono appassionato, anche se l’argomento è dei meno interessanti, e finiscono col concludere dando l’impressione di essere esausti.
    Avendo infine imparato che i retori parlano del ridere, anche loro si sforzano di introdurre qualche battuta scherzosa, con tale una grazia, per Venere, con tale un senso di opportunità, da farti dire che sono come l’asino davanti alla lira. Talvolta mordono anche, ma in modo da provocare più solletico che ferite. Né riescono mai ad adulare meglio di quando fanno mostra di non aver peli sulla lingua. Infine tutto il loro stile è tale da farti giurare che abbiano avuto per maestri i ciarlatani di piazza, restandone però molto al disotto. Tuttavia si rassomigliano tanto da non lasciare dubbi: o i ciarlatani hanno imparato la retorica dagli oratori, o gli oratori dai ciarlatani.
    Nondimeno, certo per opera mia, trovano chi, ascoltandoli, crede di trovarsi davanti a Demostene o a Cicerone in persona. Appartengono a questo genere di uditorio soprattutto i mercanti e le donnette, le sole persone a cui si curano di parlare lare in modo gradito, perché i mercanti, opportunamente lisciati, sono inclini, di solito, a largire una piccola parte del mal tolto; mentre le donnette, oltre che per molte altre ragioni, sono ben disposte verso la categoria, soprattutto perché è loro costume attingerne conforto quando vogliono sfogare i loro malumori coniugali.
    Vi rendete conto, suppongo, di quel che mi deve questa specie di uomini, che esercitando tra i mortali una sorta di tirannia attraverso cerimonie da burla, ridicole sciocchezze e urla incomposte, si credono dei nuovi san Paolo e sant’Antonio.

    Queste parole sono strugenti per uno della sua epoca, e della sua vocazione... Una eresia ...non vi pare??

  12. #12

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    Citazione Originariamente scritto da nicole Vedi messaggio

    Vi indico il sito dove si può scaricare gratuitamente questo testo:
    http://ebook.mondadori.com/ebook/gratuiti.jsp?poss=9
    Ma .lit che estensione è?

  13. #13
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    Citazione Originariamente scritto da Nikki Vedi messaggio
    Ma .lit che estensione è?
    In che senso...?
    Scusa, ma non ho capito la domanda...!?

  14. #14

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    Citazione Originariamente scritto da nicole Vedi messaggio
    In che senso...?
    Scusa, ma non ho capito la domanda...!?
    nel senso che il documento che il computer mi scarica da quel sito non riesco a laggerlo, perchè non ho il programma giusto, credo. l'estensione è .lit (cioè, non come i documenti microsoft word che alla fine hanno .doc). magari è un problema che ho solo io, perchè uso il mac..

  15. #15
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    Citazione Originariamente scritto da Nikki Vedi messaggio
    nel senso che il documento che il computer mi scarica da quel sito non riesco a laggerlo, perchè non ho il programma giusto, credo. l'estensione è .lit (cioè, non come i documenti microsoft word che alla fine hanno .doc). magari è un problema che ho solo io, perchè uso il mac..
    Ho capito... serve instalare il programa Microsoft Reader... lo puoi trovare qui: http://ebook.mondadori.com/ebook/reader.jsp, o usare questo sito per scaricare (io ho usato questo secondo): http://www.microsoft.com/reader/it/downloads/pc.mspx
    Si tratta del programa neccesario se hai intenzione di scaricare i testi ebook... puoi usarlo tranquillamente, si installa facilmente (sono riuscita a farlo da sola) ed è sicuro è gratuito.
    Buona lettura

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