La trama segue gli sviluppi di un naufragio al quale sopravvivono i cinque componenti della famiglia Robinson.
In seguito all'incidente si stabiliscono giocoforza sulla prima terra che riescono a toccare e che si rivelerà essere disabitata.
Qui, tramite il duro lavoro ed una fede incrollabile, riescono a ben impiantarsi tanto da considerare questa vecchia prigione la loro nuova casa.


Come scritto nella prefazione sulla mia edizione, ciò che rende diverso questo libro dal solito clone di Robinson Crusoe è il naufragio di un'intero gruppo familiare.

Questo cambiamento non sarà superficiale perchè i protagonisti vincono per numero la solitudine, uno dei mali che più fu pesante al naufrago di De Foe, fino ad arrivare ad amare così tanto quella loro nuova terra da non volerla più lasciare.

Il libro fu scritto all'incirca due secoli e mezzo fa, quando le colonie erano ancora disabitate e si pensava che una terra vergine fosse la base necessaria per impiantare un insediamento umano che crescesse libero dalle barbarie alle quali era ormai corrotto.
I viaggi verso le colonie erano visti come la possibilità di ricominciare quindi una nuova vita e di creare un nuovo mondo.
Vi è chiaramente un pò d'ingenuita nella visione di quest'ultimo all'interno del libro.
Risulterà infatti apparire una terra promessa, dove i frutti crescono spontanei e numerosi sugli alberi, il numero di specie vegetali ed animali presenti è assai ampio, sono sconosciute tutte quelle malattie che poi l'uomo bianco imparò così bene a conoscere.

L'autore del libro in realtà fu il padre dello scrittore enunciato nel titolo.
Per essere più precisi il padre era un pastore calvinista che la sera usava raccontare storie di tal fatta ai figli, dei quali uno riprese poi le parti più interessanti e dopo attenta e lunga sintesi le riportò su carta.

Comunque il libro è per me molto piacevole e sicuramente da leggere.