Questo libro racconta le tristi vicissitudini di una comunità pachistana in Inghilterra. Pare che l'autore, nato in Pakistan e vissuto in Inghilterra dall'età di quattordici anni, abbia impiegato undici anni a scrivere questo romanzo, e si vede. Un libro ben scritto, uno stile molto elaborato, studiato, parecchie similitudini...
I protagonisti, Shamas e Kaukab, marito e moglie, sono agli antipodi. Lei è profondamente ancorata alle tradizioni pachistane e al più fanatico rispetto della religione islamica. Lui è al passo con i tempi, aperto a quanto lo circonda, costruttivamente critico verso l'Islam e la sua legge. Hanno tre figli e vivono in una città isolata da tutto il resto, insieme ad altre famiglie pachistane. In questo contesto, Jugnu, fratello di Shamas, e Chanda, la quale convive con lui "nel peccato", scompaiono. Shamas e Kaukab reagiranno diversamente in seguito a questa vicenda, ciascuno in base alle proprie convinzioni.
Mi ha trasmesso un profondo senso di tristezza del tipo "comunque la rigiri non c'è scampo"... il senso di solitudine permea tutto il romanzo: la solitudine di Shamas con la sua mentalità opposta a quella di chi lo circonda, la solitudine di Kaukab, incapace di confrontarsi con le proprie convinzioni distinguendo quelle innocue da quelle nocive, nemmeno per amore dei figli, e tutto il contorno, che poi contorno non è, poichè ogni personaggio viene presentato con le sue particolarità, rendendo perfettamente il modo di vivere della comunità (suppongo che ci sia molto di autobiografico o per lo meno che l'autore abbia raccontato qualcosa che conosce bene). Devo dire che in diversi momenti la chiusura di Kaukab mi ha innervosito, ma pensandoci bene, a meno che non si possieda una personalità particolarmente forte,
non può essere che questa la conseguenza naturale del totale isolamento unito a una serie di profonde e radicate convinzioni.
E' un libro che fa molto riflettere e piuttosto coinvolgente, lo consiglio.