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ll sosia

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Discussione: Dostoevskij, Fedor - Il sosia

  1. #1
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    Predefinito Dostoevskij, Fedor - Il sosia

    Il Sosia - Poema Pietroburghese (denominazione che Dostoevskij riprende da Gogol con il medesimo significato di narrazione tra realistica e fantastica, delle gesta e vicende di un protagonista) è un racconto che affronta il tema del “doppio”, tema lungamente ripreso e variamente analizzato successivamente da parte di numerosi autori di vari paesi.
    Data la natura fantastica del racconto, non è possibile definire esattamente se la presenza di un “di un altro se stesso” sia un fenomeno di sdoppiamento di personalità correlato ad un'alterazione psichica del protagonista o sia una situazione paradossalmente reale: in ogni caso Dostoevskij delinea la figura di un emarginato che è tale perché non riveste le caratteristiche socialmente accettabili dalla Russa ottocentesca.


    La narrazione prende l'avvio dalla descrizione dello stato d'animo di Gorliadkin, un grigio impiegato pubblico (molto gogoliano) che, probabilmente consapevole di un suo malessere interno, cerca di trovare conforto in un medico. Si denota immediatamente una manifesta mania di persecuzione del protagonista alternata ad un evidente senso di inferiorità nei confronti dei suoi simili. La personalità di Gorliadkin è estremamente contorta e influenzata da giudizio altrui, in quanto la considerazione che egli ha di se stesso non è altro che il riflesso di ciò che gli altri vedono in lui. Per una persona così delineata che vede nemici ovunque, non può esserci maggior nemico che il doppio di se stesso e quando questo sosia, perfido e cinico, comincia ad invadere ogni spazio vitale e ad assumere un posto in società che il vero Gorliadkin non ha mai potuto rivestire, il crollo psicologico del protagonista è tragicamente inevitabile.


    Anche se in questo racconto comincia ad intravedersi l'introspezione tipica delle opere di Dostoevskij, Il Sosia non può essere paragonato ai grandi capolavori di questo autore: lo stessa tema portante del racconto, lo sdoppiamento di personalità, non è delineato ed approfondito come ad esempio in Delitto e Castigo.

    Nel complesso gradevole ma non eccezionale. Voto 2-3 su 5.


    Una piccola perplessità: Gorliadkin viene spesso denominato “il nostro eroe”. Questo appellativo, che ovviamente non corrisponde alla qualità del protagonista, ha un'accezione puramente ironica o “eroe” è la traduzione di un termine che in russo ha una diversa connotazione?

  2. #2
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    waaaaa nooooo non la voglio leggere questa recensione, questo sarà il prossimo libro che leggerò..... cmq sono sicuro che è bello, dostoevskij è una sicurezza

  3. #3
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    anche a me Il sosia non ha appassionato, uno dei romanzi meno riusciti del tosto Dosto, ma se si è letto tutto di lui questo non può mancare

  4. #4

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    Romanzo che insieme a "Delitto e castigo" mi ha appassionato. Goljadkin stritolato dell'elefantiaca burocrazia russa dei primi decenni dell'ottocento. L'individuo non è più una persona ma un "rango", e la perdita di questo è una punizione inaccettabile. L'unico scopo del burocrate russo è l'avanzamento di rango. L'ingranaggio del sistema s'inceppa e la mente del povero Goljadkin ne subirà le orribili conseguenze. Bellissimo: voto 5/5.

  5. #5

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    Non sono molto d'accordo in questo commento, ma questo è il bello del forum. Prima di tutto occorre una precisazione: l'attuale versione, sottotitolata "Peterbùrgskaja Poema", è stata riscritta - solo i primi quattro capitoli si sono in parte salvati - nel 1877 in occasione dell'uscita a puntate di "Dnevnik pisatelja" (Il diario di uno scrittore); il romanzo originale del 1846 portava il titolo "Dvojnik ili priključenija gospodina Goljadkina (Il sosia o le avventure del signor Goljadkin). Quella versione aveva tratti molto più gogliani, tanto che Belinskij, il grande critico democratico, rimproverò Dostoevskij di essere troppo simile a Gogol', che dopo la morte di Puškin, era considetato il vate della letteratura russa. Pertanto, a mio parere, confrontare "Il sosia" con "Delitto e Castigo" è un po' azzardato perché non è stato scritto con gli stessi intenti: è una narrazione di respiro più breve che non cerca di "affrontare tutti i problemi" (Lo scrisse Dostoevskij in una sua lettera del 1867-68). Oltre che la vicenda satirica di Goljadkin (che non è un gran che effettivamente), la grandezza di quest'opera secondo me va ricercata in due fattori: la descrizione precisa della schizofrenia molto prima di Freud e soprattutto l'eccentricità di Pietroburgo e dei suoi abitanti. Città marmorea e sfavillante Pietroburgo, che ammlia e lascia sbigottiti davanti alla sua severissima maestà e beltà neoclassica. Ma come tutto ha un lato oscuro: è anche una città alluvionale, paludosa, maligna, marcescente. La nebbia e l'oniricità della Pietroburgo de "Il sosia" sono uno dei migliori esempi di come la Palmira del Nord divori anima e psiche delle persone. Forse sono il romanzo "Pietroburgo" di Belyj arriva a trasmettere il senso d'angoscia che soprattutto quando è avvolta dalle nebbie, la città trasmette. Trovo meraviglioso il passo che racconta prima la festa dalla quale è cacciato, il cammino lungo il canale Fontanka e l'incontro con Goljadkin junior (o minore a seconda delle traduznioni). Credo che la grande abilità con Dostoevskij stia anche nel fatto di riuscire a giocare e stare in equilibrio, come un buffonesco acrobata, sul filo del reale/irreale. Goljadkin è pazzo ok, ma quando trova il suo sosia che parla con Sua Eccellenza, o coi suoi colleghi? E perché Petruška si stupisce quando il vero signot Goljadkin entra in casa la prima volta? A questo Dostoevskij non risponde, lascindo così, seconde me, il lettore piacevolmente confuso. Se devo esprimere un giudizio su quest'opera direi che è una delle più sottovalutate.

    Per quanto riguarda la dicitura "il nostro eroe" la questione è in questi termini: quell'espressione la usava spesso Gogol' ne "Le anime morte" per caratterizzare in modo satirico Čičikov, il truffaldino protagonista del romanzo, giocando sull'ambiguità del termine, "geroj" significa sia eroe, che protagonista. Dostoevskij riprende quest'espressione come omaggio a Gogol'.

  6. #6
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    Grazie Vladimir per le utilissime precisazioni.
    Non conoscevo le diversi fasi evolutive di questo racconto nè che, nella prima versione, fosse stato tacciato di essere troppo simile a Gogol: a me il paragone è venuto perché la parte iniziale mi ha fatto venire in mente, per come viene descritto questo piccolo e grigio uomo, Il cappotto.

    Senza dubbio è un'opera che lascia nel lettore una sensazione di confusione: alcune parti non sono immediatamente interpretabili.......lo stesso Goljadkin è veramente uno schizofrenico? E il finale è il necessario invio del "nostro eroe" al manicomio per l'evidenza di questa patologia o perché inadeguato rispetto alla società russa dell'epoca? Probabilmente anche questo vaga incertezza viene favorevolmente considerata da chi ha profondamente apprezzato il testo.

    Il racconto si presta ad essere notevolmente dibattuto e diversamente intepretato: sicuramente operare dei paragoni tra opere di spessore dichiaratamente diverso (considerato che come dici lo stesso D. aveva affermato di non voler "affrontare tutti i problemi") non ha senso se non nei limiti di sensazioni del tutto personali ricevute dalla lettura di questa opera.

  7. #7

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    Il paragone con Gogol' è esatto. Conta che La mantella (la traduzione cappotto è un po' erronea) è uscito nel 1842, Puškin morì nel 1837 e pertanto ormai il ruolo di star era passato a Gogol', che con quel racconto confermò definitivamente il suo status di grande scrittore.
    Lo stesso Goljadkin è davvero schizofrenico? Io propendo per il si per due ragioni: Dostoevskij come scrittore sociale è piuttosto debole, il suo cavallo di battaglia è l'esplorazione dei cantucci più reconditi della mente umana; Goljadkin è una sorta di alter-ego di Dostoevskij. Infatti, coloro che l'hanno conosciuto, lo descrivono come un essere un orgoglioso, invidioso e soprattutto rancoroso sopra ogni limite. Non doveva essere assolutamente una bella persona per molti versi. In più soffriva di epilessia e probabilmente di una leggera schizofrenia, soprattutto dopo l'episodio della falsa condanna a morte (1849).
    Poi sulla scala di valori personali si può paragonare tutti anche perché per me vale sempre la massima de gustibus non disputandum est

  8. #8
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    Mi trovo d'accordo con elisa.In realtà non proprio,perchè non mi è andata nemmeno di finirlo.Arrivato a metà,non sono riuscito più a prenderlo in mano.Non pensavo potesse accadermi con Dostoevskij,e invece...

  9. #9
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    ho intrapreso la lettura di questo libro con molto entusiasmo, date le ottime premesse: un romanzo di dostoevsky, il che già dovrebbe valere come garanzia, con il tema del doppio, che dopo l'uomo duplicato di saramago sta impregnando le mie ultime letture. Tuttavia già dalle prime pagine ho trovato ostico “il sosia”. Per i primi capitoli ho dato la colpa al povero traduttore, tale giacinta de dominicis iorio (mai sentita), e all'edizione classici moderni della BUR, che ho scelto in libreria per la prima volta e non so bene perchè, dato che non c'è alcuna differenza di prezzo e che per gli altri romanzi dello scrittore russo non l'avevo preferita. Ma quando nella parte centrale comincia a svilupparsi la vicenda di quest'uomo che vive in sè due personalità vagamente realistiche, ho puntato il dito proprio contro uno dei miei scrittori preferiti, che ha dalla sua l'alibi della giovane età (questo è uno dei suoi primi libri). Troppo macchinoso, troppo statico e completamente vuoto, questo sosia è in realtà un romanzo adolescenziale, fuori dai temi di approfondimento psicologico e più vicino al tentativo di una metafora, per altro mal riuscita. A chi scrive nella recensione (in coda al libro) che lo sdoppiamento costituisce la malattia dell'uomo moderno consiglierei di leggere i fratelli karamazov, per capire veramente qual è la malattia dell'uomo moderno e anche come è fatto un uomo moderno.
    Credo che se avessi approcciato uno dei miei miti di sempre con il sosia e non con delitto e castigo non avrei letto nessun altro dei suoi lavori. Conclusione: per l'anno 2010 il romanzo di dostoevsky si rivela una delusione e viene bocciato a pieni voti
    1/5

  10. #10

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    Citazione Originariamente scritto da El_tipo Vedi messaggio
    ho intrapreso la lettura di questo libro con molto entusiasmo, date le ottime premesse: un romanzo di dostoevsky, il che già dovrebbe valere come garanzia, con il tema del doppio, che dopo l'uomo duplicato di saramago sta impregnando le mie ultime letture. Tuttavia già dalle prime pagine ho trovato ostico “il sosia”. Per i primi capitoli ho dato la colpa al povero traduttore, tale giacinta de dominicis iorio (mai sentita), e all'edizione classici moderni della BUR, che ho scelto in libreria per la prima volta e non so bene perchè, dato che non c'è alcuna differenza di prezzo e che per gli altri romanzi dello scrittore russo non l'avevo preferita. Ma quando nella parte centrale comincia a svilupparsi la vicenda di quest'uomo che vive in sè due personalità vagamente realistiche, ho puntato il dito proprio contro uno dei miei scrittori preferiti, che ha dalla sua l'alibi della giovane età (questo è uno dei suoi primi libri). Troppo macchinoso, troppo statico e completamente vuoto, questo sosia è in realtà un romanzo adolescenziale, fuori dai temi di approfondimento psicologico e più vicino al tentativo di una metafora, per altro mal riuscita. A chi scrive nella recensione (in coda al libro) che lo sdoppiamento costituisce la malattia dell'uomo moderno consiglierei di leggere i fratelli karamazov, per capire veramente qual è la malattia dell'uomo moderno e anche come è fatto un uomo moderno.
    Credo che se avessi approcciato uno dei miei miti di sempre con il sosia e non con delitto e castigo non avrei letto nessun altro dei suoi lavori. Conclusione: per l'anno 2010 il romanzo di dostoevsky si rivela una delusione e viene bocciato a pieni voti
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    Non ha senso confrontare Il sosia con I fratelli Karamazov. Moli diverse (uno è un romanzo, l'altro un racconto lungo), intenti diversi. La psicologia non è la prima preoccupazione del buon Fedor ed è un pretesto per parlare di Pietroburgo. Dostoevskij inaugura con Il sosia una mitologia negativa di Pietroburgo, contrapponendo all'immagine sfolgorante ed eroica di Puškin, una marcescente, disperata, schizofrenica, brumosa, fredda, ostile, maledetta. Solo a Pietroburgo possono accadere certe cose, solo Pietroburgo aliena le persone a tal punto (Delitto e castigo non a caso si svolge a Piter). Se ci fai caso, il romanzo è un campionario di immagini gogoliane e il signor Goljadkin è un degno discendente del maggiore Kovalev (impiegato statale per eccellenza) del gogoliano Il naso.
    Gogol' è importante soprattutto per lo stile del racconto: pesante, macchinoso, sconclusionato, ripetitivo all'eccesso, Dostoevskij recupera in pieno lo skaz (particolare stile che prevede un linguaggio molto parlato e un continuo saltare "di palo in frasca" usatissimo da Gogol'), e lo unisce con la sua concezione di fantastico dove realtà e fantasia si sfiorano quasi a toccarsi, come testimoniano chiaramente i frequenti risvegli di Goljadkin tutti posti all'inizio dei capitoli. Non si capisce mai se il sosia esiste davvero, oppure se Goljadkin è schizofrenico. La critica, tutt'oggi, non si è ancora accordata in materia, segno che Fedor ha creato un meccanismo più che funzionante.
    È vero, non è un romanzo delle dimensioni di Delitto e castigo, I demòni (mi raccomando l'accento è sulla o) o I fratelli Karamazov, ed è altrettanto innegabile che l'esplorazione dell'animo umano è la specialità della casa, ma non credo che da un genio poliedrico come Dostoevskij ci si debba aspettare sempre la stessa impostazione. Sarebbe limitativo. Fedor sa giocare con tantissimi generi, li sa mischiare. Ha scritto racconti in cui la psicologia è assolutamente marginale, ma ti assicuro che la mano del genio si sente comunque: per l'originalità della storia, per l'efficacia di certe descrizioni, per la poesia e la visionarietà di certe immagini. Fedor è Fedor, Il sosia è solo uno dei tanti lati.

  11. #11
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    ma e' vero anche che alcuni romanzi del nostro lasciano perplessi.
    Sono d'accordo con El Tipo: il Sosia vivacchia su un tono minore.

    Si puo' fare una considerazione generale: tutti i grandi scrittori sembra abbiano cali di tensione creativa.
    Ad esempio:
    MacCarthy: Il guardiano del frutteto. Niente a che vedere con Rosso di sera nel West.
    Stendhal: Amarance
    Balzac: piu' romanzi si trascinano...
    Dickens: Il nostro comune amico ( per me noiosissimo)
    Stephen King. L'acchiappasogni. Vogliamo metterlo con It?
    ......
    e si potrebbe andare avanti al'infinito.

  12. #12
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    Predefinito Pubblicato quando aveva 24 o 25 anni!!

    Se non erro aveva quell'età quando lo ha pubblicato.
    Male che vada ha descritto la schizofrenia a 24 anni che Freud non era nemmeno nato.
    Dost. non è tra i miei favoriti, lo ammetto, però, cavolo che cervello!
    Saluti

  13. #13
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    Citazione Originariamente scritto da Carcarlo Vedi messaggio
    Se non erro aveva quell'età quando lo ha pubblicato.
    Male che vada ha descritto la schizofrenia a 24 anni che Freud non era nemmeno nato.
    Dost. non è tra i miei favoriti, lo ammetto, però, cavolo che cervello!
    Saluti
    che poi, a prescindere dall'età che aveva, a me pare un testo a dir poco rivoluzionario:
    - oltre alla schizofrenia, si arriva ad una vera e propria personalità multipla, ma multipla proprio nel senso di tanti;
    - lo stile e la forma sono un azzardo continuo, a confronto con le convenzioni narrative dell'epoca;
    - la trama è talmente innovativa che la cosa più paragonabile al sosia mi sembra possa essere il fight club di palahniuk.
    Certo, non c'è l'imponenza dei Karamazov o dei Demòni o di Delitto e Castigo, ma da qui a definirlo un'opera minore io non ci riuscirei mai. Ma lo ammetto: io con Dosto perdo la testa.

  14. #14
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    Sembrano esserci due opinioni discordanti su questo libro, quasi due “correnti di pensiero”... delude o non delude questo breve romanzo, considerando chi è l'autore? Io credo che, come ha scritto qualcuno, non abbia senso paragonare questa breve, intensa opera con i grandi capolavori firmati dalla stessa penna. Eppure, in queste poche pagine, ad una giovanissima età, e nonostante l’influenza di Gogol sia innegabile, c’è già tutto il Dosto che conta e che incanta... E se questo è vero, Il sosia non può che essere, a suo modo, un capolavoro.

    Leggendo questo libro si ha l'impressione, che ho provato così tante volte nelle opere dostoevskijane, che tutto stia per precipitare: la catastrofe è sempre lì, pronta a scoppiare, eppure questo non avviene mai; la sua azione devastatrice ma risolutiva continua a essere rimandata pagina dopo pagina, in un crescendo inarrestabile di angoscia. È questa negazione di una catarsi che conduce il protagonista alla follia, e noi lettori a quel senso di spasmodica attesa che si trasforma quasi in “fastidio”... ma è un fastidio voluto, secondo me, persino necessario.
    La prolissità del linguaggio, che è stata considerata da tanta critica un difetto (“io a questo punto, avrei detto, già, così e così, perchè io, signor mio, mi sia permesso dirlo, nè qui nè là; diamine, signor mio, egregio signor mio, le cose non si fanno così... Ma no, del resto, che cosa... perchè non è affatto quello, non è affatto quello...”) è invece congeniale a farci penetrare la natura morbosa e inconcludente di Goljàdkin, che tutto vorrebbe chiarire, sistemare, accomodare, ma che ogni volta fallisce nell'intento, ripiombando nella propria disperazione.

    Oltre all'efficacissima descrizione di questa psiche nevrotica, che sembra unire scrittore e personaggio, ci sono due aspetti che secondo me rendono questo romanzo tutt'altro che deludente...
    Il primo è l’ambiguità in virtù della quale fino alla fine non si capisce se il “sosia” sia una proiezione psichica del protagonista o, nella prospettiva di un realismo gogoliano, l’effettiva incarnazione di un suo alter ego. Trovo che questa ambiguità sia molto ben riuscita e conferisca a quest’opera una tensione narrativa inesauribile: ad ogni pagina viene da chiedersi “ma insomma, questo “sosia” c’è o non c’è?!” Esiste per davvero (ipotesi che sembrerebbe confermata dal fatto tutti gli altri personaggi interagiscono con lui) o è il frutto di una mente malata (e a sostegno di questa seconda ipotesi ci sarebbero le occhiate diffidenti o falsamente accondiscendenti che spesso vengono rivolte al nostro eroe)?
    È un dubbio irrisolvibile, per la semplice ragione che il punto di vista del narratore coincide con quello del protagonista e la follia di quest’ultimo giustificherebbe qualsiasi verità. (A proposito di “verità taciute”, è interessante notare che nulla - ma proprio nulla! - ci è dato sapere sulle vicende precedenti al racconto, come se queste non avessero nessuna importanza rispetto alla questione principale, e cioè l’impossibilità del protagonista di essere se stesso...)

    Il secondo aspetto riguarda il rapporto fra i due personaggi. Evidentemente il “sosia” incarna tutto ciò che il nostro eroe non è: ruffiano, scaltro, prepotente, abile nel procurarsi la simpatia e la stima della “buona società”. Ma cosa rappresenta per l’autentico Goljàdkin, se è vero (come tutti, alla fine, siamo portati a credere) che è stato inconsciamente generato da lui? La sua parte “cattiva” eppure efficace, capace di giungere laddove la patologica remissività del primo non gli permetterebbe mai di accedere? Ciò che, sotto sotto, il nostro eroe avrebbe voluto essere e non è? O meglio ancora ciò che – egli se ne rende confusamente conto – i suoi “nemici” (ovvero la società tutta) esigono da lui e che egli non è in grado di offrire? Se così fosse, il sosia sarebbe la vendetta di Goljàdkin contro la società, la sua rivincita... Amara rivincita, visto che la sua “creatura” – come da copione – si rivolterà contro di lui per esautorarlo di ogni cosa, anzi, dell’unica cosa che conta: la propria identità.

    PS io un romanzo di Dosto che mi abbia deluso ancora non l'ho trovato...
    Ultima modifica di ayuthaya; 09-30-2013 alle 11:00 PM.

  15. #15
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    Dopo così valide recensioni, ho timore di scrivere qualcosa io, perciò mi limiterò ad esporre ciò che ha suscitato in me questa lettura e al paragone con il precedente di Dosto (nel senso di precedente lettura per me ),L'adolescente.

    Credevo di essere io la stupida per non aver capito se l'altro Goliadkin esisteva davvero , perciò sono lieta di aver scoperto che la critica ha ancora dubbi a riguardo.
    Non so se preferire l'ipotesi fantastica di questo vero sosia,visibile a tutti oppure la schizofrenia e doppia personalità del protagonista,però forse propendo per la seconda che è più reale.
    Mi è piaciuto abbastanza ma meno de L'adolescente che invece ho letto con avidità e sempre interesse; se qualcuno ha definito romanzo minore L'adolescente,io forse potrei definire tale questo,ma solo perché ho avuto la sfortuna di leggerlo successivamente.Però come ha scritto El,meglio averlo letto ora che prima di Delitto e L'idiota...forse anche a me avrebbe potuto fare l'effetto di blocco,rendendomi orfana di letture straordinarie (anche se finora il mio preferito tra i 9 letti,tra romanzi e racconti,resta "Memorie dal sottosuolo").
    Mi ha lasciato un senso di incompleto e di dubbio sulla storia, differente però da L'adolescente in cui invece il continuo stato d'animo incerto e la non chiarezza dei fatti del protagonista mi ha accompagnato piacevolmente perché mi ha dato modo di scoprire gli eventi insieme a lui.
    Qui "il nostro eroe" non ha dubbi,per lui il sosia c'è,è reale,però non è riuscito a trasmettermi la sua certezza,visto che in realtà certezza non è.
    In conclusione, questa lettura per me è stata penalizzata dalla precedente, ma è riuscita lo stesso a lasciarmi qualcosa: non ci si può mai fidare totalmente degli altri, ma nello stesso tempo neppure di se stessi si può essere sicuri fino in fondo...a me piace pensarla così, lasciatemi passare questa visione più consona al mio carattere che io ne ho tratto .
    Ora sono curiosa di leggere I fratelli Karamazov,anche se per la mole (più di 1000 pagine) rimanderò ancora un po'...però L'adolescente che è di 750 pagine,è volato via, quindi non mi spaventa, però cercherò di leggerlo insieme a qualcuno in un minigruppo.

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