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copertina libro

Un Uomo

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Discussione: Fallaci, Oriana - Un Uomo

  1. #31
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    Trovo un po' difficile fare la recensione di questo libro, soprattutto perchè ho letto tanti bellissimi commenti che dicono già tutto... mi limiterò alla mia personale opinione, a quello che mi ha lasciato.
    In qualche modo anch'io per gran parte del libro ho provato la sensazione di affrontare i due temi (quello dell'amore e quello più propriamente politico) come qualcosa di distinto, e questo soprattutto perchè in tutta la prima parte ho fatto fatica a "sentire" l'amore della Fallaci per questo eroe solitario incompreso da tutti, e soprattutto da lei stessa. Mi sono chiesta: lei lo segue, asseconda le sue follie, dimentica se stessa per lui (e nel libro si sente che dimentica se stessa, al punto che io l'ho percepito come una "mancanza" della Fallaci in quanto scrittrice)... ma lo ama? Lo ama davvero? o ama quello che secondo lei lui rappresenta?
    In effetti c'è un punto, che io ho trovato sublime, in cui lei ha il coraggio di guardare dentro se stessa e di chiedersi tutte queste cose, e allora -solo allora, forse- capisce di amarlo davvero. Di amare lui, Alekos, non l'ideale che lui rappresenta, ma "un uomo"... come tanti e come nessuno. E' così difficile essere "solo" un uomo in una società come questa. Ed é per questo, forse, che è così difficile amare un personaggio del genere, anche per noi, mentre leggiamo la sua vita e inevitabilmente ci chiediamo "ma perchè? per chi? distruggere la propria vita e quella dei propri cari in nome di cosa?". Lo si può amare solo da morto, come lui stesso si rendeva conto quando era ancora in vita... e credo che la stessa Fallaci lo abbia compreso davvero solo dopo morto. Questo libro è la lettera d'amore più bella, più vera, quella che ci mostra senza fronzoli e senza falsi sentimentalismi che un uomo non è un eroe. E' un uomo. Ed è la cosa più difficile di tutte.
    Questo libro è tanto, ma tanto amaro. E vero. A volte, mentre leggevo, provavo come una vertigine, al pensiero che -se davvero così stanno le cose (e stanno così, in qualsiasi tempo e in qualsiasi epoca, le cose sono e saranno sempre così)- è talmente difficile essere se stessi, non essere pecore...

    Ecco... qualsiasi altra cosa io possa aggiungere sarebbe superflua...
    Ultima modifica di ayuthaya; 10-04-2012 alle 04:48 PM.

  2. #32
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    della Fallaci ho letto (in ordine):
    - Niente e così sia (bellissimo, incredibilmente reale e crudo!)
    - Lettera a un bambino mai nato (uno dei pochissimi libri che hanno cambiato la mia visione della vita)
    e ora Un Uomo...
    non riesco a definirlo un romanzo, io lo prendo lettera per lettera come storia vera e questo mi angoscia non poco...
    innanzitutto da subito ho dovuto ammettere la mia totale ignoranza sull'argomento (e devo dire che anche genitori viventi negli anni 70 non ne sapevano nulla, io sono dell'87 ma questa non è una giustificazione) ...insomma tutta la mia adolescenza passata a leggere i diari del Che poteva essere, non di poco, arricchita!
    e poi mi fa una tale impressione: la Fallaci, con il suo stile di scrittura, mi sembra che mi parli come se mi fosse accanto, come se fosse qui ora a raccontare e nutro per lei un'ammirazione profondissima! ammirazione che già nutrivo con i primi due libri e che con questo è salita ancora di un po'...
    ammirazione per la sua sensibilità, il suo essere donna, il suo essere umana, con i suoi difetti, con la sua forza ma soprattutto con il suo coraggio di seguire l'istinto e non farsi condizionare (se non dall'amore, come dimostra e scrive in questo racconto). Mi è piaciuto moltissimo il modo in cui ha descritto il suo amore, il suo trasporto per una persona incredibilmente imperfetta, ma VERA, una persona che ancora sogna, è ingenua e lotta per i suoi ideali, come non amare un uomo così? anche se scontroso, ribelle e a tutto e a tutti, lunatico e impulsivo, ma grande calcolatore... un pazzo, che della pazzia ha la bontà dell'ingenuo e la cattiveria dell'egoismo... bellissima la sua descrizione dei sentimenti che quest'uomo le suscita!
    mi sto facendo trascinare dall'entusiasmo...

    una cosa non mi torna, però, e mi tormenta non poco: per chi ha letto Lettera a un bambino mai nato (di cui Alekos è il padre) in quel libro l'aborto avveniva durante un viaggio che la Fallaci si ostina a fare nonostante le controindicazioni mediche... in Un uomo, invece, sembrerebbe che l'aborto avvenga in seguito a un calcio che lui le tira in un momento di agitazione... dato che la sua scrittura mi ha portato a considerare reale ogni sua parola... qualcuno da sirmi quale si ala versione corretta??

    un'altra cosa, sempre dovuta al fatto, che mi viene spontaneo credere a tutto quello che dice... ma questo Alekos era un sensitivo o che? tutti sogni, i suoi comportamenti, avvenimenti "strani" sembrano costantemente presagire il suo destino... d'altra parte lei non mi sembra il tipo di donna così seducibile dalle superstizioni... queste cose le trovo inquietanti!

  3. #33
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    Stupendo,triste,doloroso,un urlo nel silenzio quello della Fallaci,quel silenzio colpevole che voleva offuscare la brillantezza di Panagulis,scomodo e messo a tacere perchè nonostante tutto non avrebbe mai mollato e avrebbe lottato incessantemente contro tutto e tutti per quegli ideali che lo rendono un eroe moderno.
    toccante,emozionante,molto bella anche la parte dove si parla del loro amore ossessivo,straziantemente dolce il modo in cui lei ce lo racconta.
    bellissimo.

  4. #34
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    Leggere un libro della Fallaci per me significa fare una sorta di “violenza” su me stessa, in quanto devo quasi costringermi a leggerla, la cosa non sarebbe tanto strana se i suoi libri non mi piacessero o mi deludessero, ma è sempre successo il contrario, nonostante ogni volta sia partita prevenuta, alla fine mi sono sempre dovuta ricredere ed ammettere che i miei dubbi, le mie titubanze erano ingiustificate. Erano anni che tenevo Un Uomo nella mia libreria, anni che di tanto in tanto lo guardavo e consideravo di leggerlo, anni che lo rimettevo ogni volta a posto. Ripeto non c’è una ragione particolare che non mi faccia amare questa scrittrice, anzi Lettera ad un bambino mai nato l’ho adorato e letto due volte, eppure non riesco mai a decidere facilmente di leggere un suo libro. Un uomo mi ha lasciato dentro sensazioni contrastanti: ammirazione, dolore, rabbia, ma anche incomprensione. Alcune pagine – quelle dell’amore verso Panagulis – penso siano semplicemente pagine di poesia, ma altri punti mi hanno lasciata interdetta, sono d’accordo con Elisa quando scrive che è un libro che va letto in fretta per non doversi chiedere quanto ci sia di “costruito”. In alcuni punti questo si avverte di più – o almeno io l’ho avvertito di più, ma potrebbe benissimo essere frutto del mio essere prevenuta – non solo per il “contenuto”, quanto anche per la forma, frasi che ritornano, interi pezzi ripetuti.
    Nonostante tutto resta sempre un libro da leggere. Consigliato.

  5. #35
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    Dopo La rabbia e l'orgoglio -che non ho apprezzato- ho voluto ri-cominciare con la Fallaci scegliendo il libro che più di tutti ha avuto recensioni positive.
    Che dire? sicuramente ho fatto bene a darle un'altra occasione, sa scrivere e sa descrivere bene i sentimenti, anche se con taglio "giornalistico", e lo dico come un complimento
    Per quanto riguarda il libro, concordo in pieno con ayu... il nucleo centrale è il percorso che lei fa dal vedere Alekos da eroe, a semplice uomo, e poi uomo amato .... quanto è difficile riuscire a vedere l'uomo al di là di tutti gli orpelli della vita e delle scelte che fa.... molte persone non ci riescono mai...

    Se fosse vero amore non spetta a nessuno dirlo... forse ci sono persone che non sono destinate a stare insieme pur amandosi...

    Ho apprezzato anche l'aspetto storico- politico del libro che mi ha fatto conoscere meglio una realtà saputa solo di striscio...



    -Citazioni-


    Gli esseri umani son ben bizzarri: finche ti aspetti qualcosa da loro non ti danno nulla, quando non ti aspetti più nulla ti danno tutto.
    Tutto? Be', a volte un'ingiuria e una sigaretta sono tutto.

    Non è forse vero che gli esseri umani non cambiano, che cambiano solo gli scenari da cui il miraggio ci abbaglia? Da millenni inseguiamo il miraggio piangendo, morendo, e poi ci ritroviamo sempre al medesimo punto.

    Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate


    Dire che il popolo è sempre vittima, sempre innocente, è un'ipocrisia e una menzogna e un insulto alla dignità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni persona. Un popolo è fatto di uomini, donne, persone, ciascuna di queste persone ha il dovere di scegliere, di decidere per se stessa; e non si cessa di scegliere, di decidere, perché non si è né generali né ricchi né potenti.

    Il coraggio è fatto di paura.

    Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità

    L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte.

    Ammesso che le tue accuse fossero esatte, cosa aveva combinato in fondo costui? S'era dimostrato debole: non è mica obbligatorio nascere eroi.

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  7. #36
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    Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate


    Quanto è vero quello che scrive la Fallaci, quanto l'ho sentito dentro di me questo amore, forse è questa la cifra di chi ama che chi è amato non può capire.

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  9. #37
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    Non pensavo che questo libro potesse piacermi e catturarmi così tanto.
    “Un uomo” è il racconto minuzioso, intimo e plateale della storia di Alekos Panagulis, l’uomo che attentò alla vita di Papadopulos, “Il tiranno” nel novembre 1968 e fallì. Dopo una condanna a morte non eseguita, cinque anni di reclusione tra evasioni, bravate, sfide e resistenze inesauribili, Panagulis viene graziato con sua somma indignazione e, uscito dal carcere, incontra Oriana Fallaci, colei che sarà la sua compagna, l’unica compagna possibile per la sua lotta senza tempo e senza quartiere. Testardo, istrionico, astuto, intelligente, un autentico Don Chisciotte, Panagulis non smetterà mai di lottare per la libertà scontrandosi con il mondo intero, anche con quel popolo in nome del quale si spenderà ogni giorno. E proprio questa lotta lo condurrà ad una profonda solitudine e ad una morte annunciata e prorogata per troppo tempo, eppure giunta troppo presto a portarsi via un uomo dal coraggio infinito. Spregiudicato, folle, temerario, Panagulis è un uomo in eterna lotta con gli altri, con l’autorità, il sistema, la corruzione, ma anche con se stesso, troppo spesso vittima delle sue idee, delle sue convinzioni portate allo stremo, del suo egoismo che in più di un’occasione gli allontanerà chi gli vuol bene. Il libro dal titolo “Un uomo” nel quale la Fallaci racconta la sua storia di eroe che non cede è una sua consegna: fu lui a chiederle in più occasioni di scriverlo dopo la sua morte perché ciò che gli era accaduto e ciò per cui aveva lottato non venisse dimenticato. E’ scritto in una forma particolare, non come una biografia fredda ed asettica, ma come un memoriale in forma di lettera, come dimostra la seconda persona singolare (l’autrice scrivendo si rivolge ad Alekos). Una lettera-memoriale, dunque, scritta in forma circolare: il racconto si apre e si chiude con la scena agghiacciante del funerale di Panagulis, con la folla granitica che scandisce quel “Tzi, tzi tzi” (vive, vive, vive), proprio quella folla che mentre era in vita lo aveva ignorato e non lo aveva capito abbandonandolo al suo destino. Un libro impegnativo e crudo, che a tratti trasuda rabbia, amarezza, senso di colpa. Un libro che cattura dalla prima pagina e che tiene incollati alla vicenda, perfettamente comprensibile, nella sua forza anche da chi non conosce la storia greca di quegli anni.
    Un romanzo contro le ideologie vuote, contro la rassegnazione, contro la cecità di chi vede solo ciò che gli mostra l’interesse e di chi non vede neppure ciò che è sotto il suo naso perché vedere, parlare, raccontare, schierarsi è troppo difficile. Una lettura consigliata a tutti perché non si muore solo lottando, ma anche standosene fermi ai margini nascondendo la testa sotto la sabbia dell’indifferenza.

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  11. #38
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    Questo è uno dei pochi libri in cui ho ritrovato dei concetti a me molto cari, le descrizioni del periodo della prigionia ed il lato che potrei definire "umano" della vicenda narrata sono estremamente belle e rendono questo romanzo un capolavoro, ma la parte che sinceramente mi ha coinvolto di più è la componente politica, l'immagine stessa dell'uomo che non scende a compromessi e che porta avanti i suoi ideali nonostante le avversità e conscio del fatto di spingersi verso il baratro a causa di delle proprie scelte vale da sola l'intero libro; un Don Chisciotte moderno ma senza l'ombra della pazzia a guidare la sua mano, bensì un incredibile ed incrollabile coerenza nelle proprie ideologie e nelle proprie scelte, indipendentemente dalle proprie debolezze; ne servirebbero di più di persone di questo genere.

    Voto 5/5 assolutamente meritato

  12. #39
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    Mi rimane difficile fare la recensione di questo libro dopo averne lette così tante tutte assolutamente positive.
    Sono arrivata alla fine di questa lettura piuttosto annoiata e stanca.
    Non so se è perché come altri hanno detto, questo è un libro che va letto tutto di un fiato e solo così si può evitare di notarne i difetti e l’artificiosità: e io invece ce ne ho messo di tempo per leggerlo.
    Comunque non l’ho trovato artificioso, né costruito. Ho semplicemente trovato le ultime due parti francamente noiose.
    Iniziamo dai pregi: la Fallaci mi ha colpito tantissimo per il suo stile, lucido, asciutto, vigoroso, come mi aspettavo che fosse per quel poco che la conoscevo. Quello che però mi ha sorpreso è stata una vena poetica e tenera che non avrei immaginato in lei.
    Poesia che ho incontrato subito nel primo capitolo, nella descrizione di questa piova in cui si è trasformato il popolo che con i suoi tentacoli avvolge tutta la città e il corpo ormai senza vita di Alekos, scandendo quel grido ormai tardo, ma pieno di rabbia e di desiderio di riscatto: ZI, ZI, ZI….
    Ho apprezzato tantissimo la parte in cui racconta il suo incontro con Panagulis, e il prologo all’incontro con la descrizione di tutti gli altri perseguitati in altri regimi che lei ha conosciuto.
    E in molti altri punti mi sono fermata colpita da questa capacità poetica, per esempio nell’episodio della perdita del bambino, o anche nelle ultime pagine quando ormai Alekos accetta di andare incontro al suo destino.
    La prima parte, quella della prigionia e delle torture l’ho trovata meravigliosa, di un equilibrio impeccabile, perché la descrizione delle torture non è mai fine a se stessa, non è mai semplice compiacimento o riscatto per chi le ha subite, ma aiuta a capire la grandiosità di questo eroe solitario.
    E’ la parte finale che mi si è trascinata stancamente.
    Ammetto che la mia ignoranza su tutta quella vicenda storica è abissale, e questo libro è stata la prima volta in cui ho preso coscienza della tragicità della storia moderna greca.
    Per cui ho perso più volte il filo nel cercare di ricostruire la situazione politica dopo la caduta di Papadopoulos.
    Riconosco il pregio alla Fallaci di esser riuscita ad intrecciare mirabilmente il piano pubblico e storico della vicenda con quello personale e intimo, con un equilibrio perfetto.
    Ma alla fine mi sembrava che ogni pagine fosse la ripetizione di quella precedente, in cui si ribadiva un concetto fondamentale: l’impossibilità di definire veramente questo “uomo”.
    Un uomo condannato alla solitudine e all’incomprensione, un eroe solitario, le cui ragioni di lotta e resistenza alla fine sfuggono, annegate nel pessimismo che regna in ogni momento del libro. Il popolo non solo volta le spalle a questi eroi, non solo non li capisce, ma nemmeno ne sente il bisogno, se non come icone da ammirare dopo la loro morte.
    E’ bello che la Fallaci abbia intitolato questo libro semplicemente “Un uomo”: un libro che racconta di un personaggio così straordinario, non solo nella sua grandiosità, ma anche nelle sue piccolezza e meschinità, ha un titolo così semplice e ordinario, perché l’uomo è così, capace di cose immensamente grandi e di abissi di brutalità inimmaginabili.
    Ho capito che questo titolo viene dalla poesia di Kipling, la riporto perché sì Alekos è stato tutto questo:

    Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
    la perdono, e te ne fanno colpa.
    Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
    tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
    Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
    O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
    O essendo odiato, non dare spazio all'odio,
    Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

    Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
    Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
    Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
    E trattare allo stesso modo questi due impostori.
    Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
    Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
    O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
    E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

    Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
    E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
    E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
    senza mai far parola della tua perdita.
    Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
    nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
    E a tenere duro quando in te non c'è più nulla
    Se non la Volontà che dice loro: "Tenete duro!"

    Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
    O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
    Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
    Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
    Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
    Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
    Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
    E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

    Ma a me alla fine del libro rimane il dubbio che anche nel libro viene più o meno velatamente espresso: ok essere straordinari, ok essere la Terra, ma a che pro? Per cosa? Per quale scopo? Tutte le idee, le azioni, le poesie, le lacrime, la solitudine di chi come Panagulis lotta per la libertà di un popolo che non sembra sicuro di volerla veramente, sono fiori meravigliosi che appaiono miracolosamente nel deserto per poche ore e che rimarranno sempre nella memoria di chi li ha visti e nei loro racconti o semi che il tempo farà germogliare?


    Francesca

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